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Russian Spy

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CAPITOLO PRIMO

San Pietroburgo

1


«Shaibu, shaibu», gridò Aleksej, mentre uno stridere di pattini sul ghiaccio faceva da sottofondo. Un colpo di mazza violento e il disco nero colpì rapido il suo bersaglio.

«Bravi!! Continuate così… ancora più veloci… pattinare e colpire forte».

«Aleksey… possiamo fermarci un attimo… siamo esausti» — replicò Nikita — completamente sudato sotto l’imbracatura da portiere di hockey. A guardarlo da lontano sembrava un marziano, con la maschera che gli copriva il viso ed i guantini troppo grandi per reggere il bastone. Doveva difendere la porta dagli attacchi ripetuti dei compagni di squadra, ma la sua mente era altrove, distratto com’era dal gruppetto di splendide ragazze che osservavano da bordo pista.

«Ragazzi venite qui al centro della pista… devo parlarvi» ordinò urlando Aleksej, intenzionato a farsi sentire da tutti i componenti della squadra, anche da quelli che erano più lontani. Tutti, all’unisono, si misero a pattinare velocemente e formarono un cerchio intorno al loro capitano.

«Che sia chiaro per tutti… ci restano solo poche settimane per il torneo di hockey interforze e… da quello che vedo… non siamo ancora pronti. Se i miei metodi di allenamento non vi vanno bene… allora lamentatevi con il Generale Govorov. Ma sapete già come andrà a finire… quindi niente storie e riprendete a pattinare alla svelta. Tu… Nikita… un rapporto da me al termine dell’allenamento».

«Sì… signor Maggiore» — mentre Nikita mettendosi sugli attenti faceva il saluto militare.

Anche con la maschera si poteva notare il suo sorriso e la leggera ironia con cui aveva pronunciato quella frase. Sapeva che poteva contare sulla grande amicizia che lo legava ad Aleksej e non lo preoccupava più di tanto doversi presentare un rapporto dal suo superiore. Nikita spesso aveva abusato di questa sua posizione privilegiata. Arrivava quasi sempre in ritardo agli aggiudicati ed era il primo a lamentarsi ea sotto la doccia.

Aleksej l'aveva preso a ben voler fin dal suo arrivo in Accademia e si era preso cura di lui. Era il più piccolo del gruppo ma aveva un carattere eccezionale, sempre di buon umore e con la battuta pronta in ogni circostanza. Tra l'altro era anche un ottimo portiere e Aleksej lo spronava sempre a migliorarsi. Credeva in lui. Raccontava a tutti che se si fosse impegnato sul serio aveva la stoffa per diventare il migliore portiere che l'Accademia avesse mai avuto negli ultimi dieci anni.

«Bene così… tutti a fare la doccia» — disse il Generale Govorov — soddisfatto per l’impegno mostrato in allenamento dai suoi ragazzi.

Li aveva osservati per tutto il tempo dagli spalti del Palazzo del Ghiaccio di San Pietroburgo.

«Avete solo trenta minuti» — proseguì con tono perentorio il Generale — il nostro bus ci aspetta nel parcheggio e non ammetto nessun ritardo».

Prima di dirigersi verso l’uscita della struttura prese Nikita per un braccio: «Per oggi basta con gli scherzi o neanche il tuo capitano potrà salvarti da una punizione esemplare!!». Subito dopo lanciò un sorriso di complicità verso il suo sottoposto: il Maggiore Aleksej Robertovic Marinetto.

Il cognome di Aleksej tradiva le sue evidenze origini italiane. Aveva già compiuto 25 anni e fin da bambino era stato scelto per frequentare l'Accademia Militare per cadetti di Orenburg, negli Urali meridionali, a circa 1.200 chilometri da Mosca. Era un'accademia molto prestigiosa alla quale venivano ammessi solo figli e nipoti della nomenclatura russa. Aleksej poteva vantare tale diritto in quanto suo nonno era un generale in pensione. Al tempo della vecchia Unione Sovietica era stato un esponente di rilievo del disciolto KGB, il servizio segreto russo.

Aleksej aveva fatto carriera con rapidità sorprendente fino a raggiungere il grado di Maggiore dell’esercito carriera con orgoglio ad amici e parenti. Da qualche anno era in pianta stabile presso l’Accademia Militare di San Pietroburgo, dove ricopriva il ruolo di capitano e assistente allenatore della squadra di hockey della scuola. Il suo capo e mentore, il Generale Aleksandr Nikolaevic Govorov, era stato membro della «squadra degli invincibili», la compagine che per anni aveva stravinto i giochi invernali di hockey per l’URSS. Solo una macchia indelebile aveva condizionato la sua incredibile carriera di hockeista, dalla quale non seppe più riprendersi e che segnò il suo ritiro dalle gare. Lo feriva ancora il ricordo di quei XIII Giochi Olimpici Invernali di Lake Placid (USA) dove la sua squadra fu battuta in semifinale dagli USA, all’epoca formata solo da studenti universitari e dilettanti. Fu uno scacco incredibile per la «squadra degli invincibili». Alla fine riuscirono comunque a vincere la medaglia d’argento ma per anni si parlò solo del «miracolo sul ghiaccio» da parte degli americani, con tanto di film hollywoodiani sul tema.


2


L’autobus era pronto sul piazzale, con il motore acceso, in attesa dell’arrivo dei cadetti. Tutti furono puntuali e salirono con ordine per sedersi nei posti loro assegnati, seguiti dagli sguardi severi del Maggiore Alexej e del Generale Govorov. L’ultimo ad arrivare fu Nikita che, come al solito, si prese uno scappellotto dal suo comandante. Fuori l’aria era ancora umida per la pioggia caduta incessantemente e tutti si misero ad osservare dai finestrini l’imminente tramonto del sole. Era uno spettacolo incredibile. La sfera arancione stava per arrendersi alle prime luci della sera e improvvisamente sparì con il suo bagliore dietro enormi palazzoni grigi. Govorov prese posto accanto al suo vice allenatore e dopo alcune parole di circostanza, sul morale della squadra e la preparazione atletica, improvvisamente si fece serio e cambiò tono alla conversazione.

«Aleksej… domani mattina alle 9.00 devi presentarti dal Comandante, Generale Sherbakov, per comunicazioni urgenti che ti riguardano. Mi è stato detto di riferirti questo messaggio di persona perché non volevano che passassi per la solita trafila burocratica».

Il Maggiore rimase per un attimo pensieroso e poi tentò di azzardare una richiesta: «Generale» — disse timidamente — «posso farle una domanda personale?».

«Certamente», rispose Govorov, «chiedi pure».

«Da bambino il nonno mi raccontava che quando si ricevono messaggi di questo tipo… alquanto insoliti… allora c’è da temere per la propria carriera o peggio… per la propria vita».

Il Generale scoppiò in una fragorosa risata che mise in imbarazzo Aleksej.

«Maggiore… può dire a suo nonno che i sistemi del KGB sono finiti ormai da tempo. Stia pur tranquillo… al massimo sarà trasferito ad altro incarico… forse addirittura a Mosca», replicò con tono pacato e sorridente. Il Generale sapeva molto di più di quello che diceva ma Aleksej non volle insistere; con la sua curiosità aveva già osato abbastanza. In fondo doveva aspettare solo poche ore per conoscere i particolari di quella strana convocazione avvenuta fuori dai canoni ufficiali.

In ogni caso un senso di agitazione lo assalì durante tutto il tragitto fino all’Accademia, anche se cercò di mascherare il disagio mantenendo il suo solito contegno. Desiderava non insospettire gli altri commilitoni e voleva evitare qualunque tipo di domanda. Inoltre non era il tipo di uomo che si lasciava andare a facili confidenze, nemmeno con i suoi amici più stretti e fidati. Cenarono alla mensa degli ufficiali e Nikita, come al solito, non fu parco di scherzi e battute.

Qualcuno aveva portato la chitarra e tutti insieme invitarono Aleksej a suonare un brano italiano, di quelli che la mamma gli aveva insegnato quand’era piccolo. «Sono un italiano… sono un italiano» gridavano a squarciagola e il Maggiore, pur di calmare quella massa indisciplinata, prese la chitarra tra le mani e cominciò a strimpellare il motivetto che tutti chiedevano a gran voce. Dopo aver ascoltato le parole del Generale Govorov non era dell’umore adatto, ma volle che la serata finisse nel modo previsto e non si tirò indietro.

Si alzò al termine di quella improvvisata «perfomance» e dopo essersi congedato dal gruppo, con passi decisi, si diresse verso il suo alloggio di servizio. Mentre la mente vagava in cerca di una spiegazione logica gli tornarono alla mente le parole del nonno Andrej. «Non fidarti dei militari… non fidarti mai dei tuoi colleghi… diffida di tutto e di tutti… lasciati sempre una via d’uscita… per quanto questa possa essere difficile e pericolosa».

Con un colpo secco chiuse dietro di sé la porta della stanza e, senza togliere l’uniforme, si sedette al centro del letto. Si sentiva veramente stanco, come se avesse perso tutte le energie, fisiche e mentali.

Delicatamente tirò fuori dal portafoglio alcune vecchie foto sbiadite: la prima mostrava suo nonno che, impettito nella divisa da generale, faceva bella mostra di tutte le medaglie che aveva meritato in tanti anni di onorato servizio presso il KGB. Era in pensione da diverso tempo e viveva in una bella casa vicino al centro di Mosca. Purtroppo da qualche anno era rimasto da solo. L’amata moglie Olga era morta prematuramente, colpita da un male incurabile che se l’era portata via all’improvviso. Per il Generale Andrej Vladimirovic Halikov quella era stata la missione più dolorosa e difficile della sua vita, dalla quale ne era uscito sconfitto.

Aveva dovuto arrendersi all’inevitabilità di quella perdita e si rammaricava di non essere riuscito a tener fede alla sua «promessa». Aveva giurato ad Olga che, una volta in pensione, avrebbero viaggiato insieme e fatto il giro del mondo. L’avrebbe portata in posti lontani e bellissimi, avrebbero visitato Madrid, Londra, Roma. In compagnia della moglie desiderava godersi in santa pace mostre, musei, parchi. Magari l’avrebbe portata al teatro della Scala di Milano o al Louvre di Parigi.

Erano i luoghi dove Andrej aveva portato a termine con successo le sue missioni più importanti. Era stata una brillante spia russa, probabilmente la più famosa all’interno del KGB. Molti lo ammiravano ancora, nonostante fosse da tempo in pensione. Anche nell’SVR, il nuovo servizio segreto russo, da molti era considerato una leggenda vivente.

Durante il periodo della guerra fredda aveva superato mille pericoli e difficoltà. Una volta era stato anche ferito seriamente ma non fu mai catturato e seppe cavarsela sempre egregiamente. Quello era stato il periodo più eccitante ed avventuroso della sua vita ma l’improvvisa morte della moglie gli aveva tolto ogni desiderio di vita. Era stato un colpo tremendo che lo aveva spezzato dentro e da allora non aveva avuto più la forza di reagire.

Aleksej, guardando quella foto, sentiva che anche suo nonno — il militare tutto d’un pezzo — in fondo aveva un’anima. Ebbe compassione per quel vecchio che non vedeva da così tanto tempo e fu tentato dal telefonare per chiedergli un consiglio. Ma abbandonò subito quell’idea. Ancora gli risuonavano nella testa le parole di sua mamma che aveva vietato a tutti i familiari, lui compreso, di recarsi a Mosca per partecipare alle esequie di nonna Olga, l’amata moglie del nonno.

Lui aveva obbedito, ma contro voglia.

Fu costretto a fare quella scelta ben sapendo che la mamma non gli avrebbe mai perdonato nessun atto di insubordinazione. Stranamente nessuno volle chiarire ad Aleksej i motivi di quella incomprensibile decisione e tutti in famiglia mantennero il segreto. Qualcosa di veramente terribile doveva essere successo tra padre e figlia, tanto grave da «costringere tutti» a restare a San Pietroburgo.

Spesso Aleksej aveva provato ad aprire l’argomento con la mamma ma aveva sempre ricevuto un brusco e netto rifiuto. Una volta aveva cercato di intenerirla dicendole: «Ma Olga è mia nonna… tua madre… sangue del tuo sangue… come puoi fare un atto così deplorevole. Non è da te. Tu che sei una donna giusta… sempre pronta ad aiutare tutti quelli che vengono a chiederti aiuto. Non capisco… perché non mi dici la verità? Perché questo segreto?».

Maria era stata sempre irremovibile con il figlio e l’ultima volta che avevano affrontato l’argomento gli aveva detto, perentoria: «Aleksej possiamo parlare apertamente di tutto quello che desideri ma… due argomenti sono tabù in questa casa… tuo nonno Andrej e tuo padre Roberto. Con questo l’argomento è chiuso e non desidero mai più tornarci sopra».


3


Aleksej mise con cura nell'armadio la sua divisa di Maggiore, facendo attenzione a non sgualcirla perché doveva essere perfetta per il giorno dopo, in presenza del Comandante dell'Accademia. Quindi si mise il pigiama e si stese sul letto. Incrociò le mani dietro la testa e cominciò a fissare il soffitto cercando di tornare con la memoria a quand'era bambino. Come sempre desiderava ricordare il viso di suo padre o, quanto meno, di riascoltare la sua voce. Ma niente.

Nonostante tutti gli sforzi, il nero più assorto si era impossessato del tempo in cui i genitori non avevano ancora insieme. In tutti i suoi venticinque anni aveva sempre sentito la mancanza del padre. Desiderava conoscere quell'uomo con tutte le sue forze per parlargli almeno una volta. Voleva sapere perché lo aveva abbandonato e non si era fatto più vedere e sentire negli ultimi venti anni.

Con il tempo il mistero della fuga del padre si era trasformato in un pesante fardello che gli opprimeva l'anima ed il cuore. La mamma si era sempre prodigata per quell'unico figlio maschio a cui non aveva fatto mancare mai nulla, a cui aveva dato sostegno e amore. Ma nonostante tutti i suoi ad Aleksej era sforzimper mancata una figura paterna e di aver vissuto in una famiglia a metà.

Peraltro Maria, dopo l'abbandono del marito, non si era più risposata e solo recentemente Aleksej aveva scoperto che la mamma non aveva mai divorziato da suo padre. All'anagrafe di San Pietroburgo risultavano ancora ufficializzati sposati. Intuiva che qualcosa di terribile doveva essere capitato alla sua famiglia e percepiva, in ogni caso, che i conti certamente non quadravano.

Innanzitutto si chiedeva come mai la mamma avesse trascorso tutti quegli anni da sola, sempre fedele al marito, come se ne aspettasse il ritorno e come se questo potesse accadere da un momento all'altro.

Aveva provato ad indagare per scoprire la verità ma fino a quel momento aveva trovato ben poco, se non un muro di assoluta omertà. Un giorno era passato a far visita alla mamma ma aveva trovato la casa deserta. Aveva approfittato dell'assenza di Maria per poter frugare in ogni angolo: nei cassetti, negli armadi, in bagno. Fu tutto inutile, non saltò fuori nulla, nemmeno una lettera o una foto che potesse giustificare il tradimento del padre e la fine del loro amore. L'abbandono improvviso di quell'uomo e il suo precipitoso rientro in Italia restavano un fitto mistero ancora irrisolto.

Ma Aleksej continuò imperterrito a non darsi per vinto. Era sicuro che, un giorno o l'altro, trovato i fili giusti e districato quella complicata matassa che continuava ad avvolgere la sua vita e quella della sua famiglia.

Si addormentò con questo pensiero.


4


«Buongiorno signor Generale… Maggiore Aleksej Marinetto a rapporto», e subito si udì nella stanza un colpo netto di tacchi che sbattevano l’uno contro l’altro sul pavimento.

«Riposo Maggiore… si accomodi pure sulla sedia», rispose il Generale Sherbakov, mentre lo fissava con aria severa.

«Immagino la sua sorpresa per questa convocazione inaspettata ma… le assicuro che non è nulla di grave».

Aleksej guardò il suo comandante con viva preoccupazione, aggrottando le sopracciglia così com’era solito fare nei momenti di tensione.

Ma non ebbe il tempo di aprire bocca perché il comandante Sherbakov lo incalzò repentinamente: «Si tenga pronto a partire per domani mattina alle 6.00… un’auto di servizio l’accompagnerà all’aeroporto civile Pulkovo dove prenderà l’aereo per Mosca».

Quindi gli porse un foglio e aggiunse: «Questa è la sua prenotazione. Dovrà viaggiare in abiti civili e non dovrà comunicare con nessuno, civile o militare che sia. Il suo trasferimento ha carattere di massima urgenza e riservatezza, per cui si attenga scrupolosamente agli ordini».

«Sì… signor Comandante», si affrettò a rispondere Aleksej, ancora incredulo per l’ordine di trasferimento appena ricevuto.

«Mosca… Mosca…”, ripeteva tra sé e sé, «ma cosa ci vado a fare a Mosca… lì non conosco nessuno… non capisco… vuoi vedere che dietro tutto questo c’è lo zampino di nonno Andrej?».

Si alzò di scatto dalla sedia e si rimise sull’attenti. Poi con l’espressione sempre più preoccupata si rivolse al Comandante: «Signor Generale posso chiedere qual è la destinazione finale? Presumo l’Accademia Militare di Mosca».

«Maggiore Marinetto…», replicò infastidito il Generale «si attenga ai suoi ordini e non faccia più domande. All’aeroporto Domodedovo di Mosca troverà qualcuno ad attenderla. Questo è tutto».

Aleksej si congedò dal suo Comandante e si diresse verso gli alloggi. Era il suo giorno libero e nessuno gli aveva ordinato di restare confinato in caserma ne aveva letto un ordine di servizio in tal senso. Aveva ricevuto solo l’ordine di presentarsi la mattina seguente in aeroporto e prendere il volo per Mosca. Nulla di più.

Quindi si cambiò e in abiti civili si diresse verso l’uscita. Presentò i propri documenti e il permesso di libera uscita alla guardia e in un attimo raggiunse la fermata della metropolitana. Prima di partire desiderava passare a salutare la mamma. Agli amici avrebbe pensato quella stessa sera, al rientro in Accademia. Doveva mantenere un atteggiamento di assoluta riservatezza e non rivelare a nessuno, neanche alla mamma, il giorno della partenza e la sua destinazione. Sapeva che Maria era una donna sveglia e doveva fare attenzione, anche una minima parola fuori posto avrebbe potuto insospettirla.

Durante il tragitto in metropolitana avrebbe pensato a cosa dirle. Magari poteva tirar fuori la scusa di una licenza e dire che sarebbe partito per una vacanza in compagnia della sua nuova «fiamma». Tutti in Accademia conoscevano le sue doti da «Casanova». Ne aveva cambiate così tante che l’annuncio di una nuova fidanzata non avrebbe sorpreso nessuno, quanto meno la mamma. Solo il prolungarsi della sua presenza a Mosca avrebbe potuto insospettire amici e parenti, ma per quel tempo sarebbe stato già lontano e al riparo da ogni domanda indiscreta. Quindi non aveva motivo di cui preoccuparsi.

Prese la linea due della metro e dopo poche fermate scese alla stazione di Park Pobedy. La casa della mamma non era lontana: doveva percorrere a piedi solo poche centinaia di metri. Arrivato in Via Kosmonatov si diresse verso il portone di ferro, di colore verde bottiglia, poi digitò il codice di accesso e questo si aprì col rumore di uno scatto metallico. Salì i gradini tre per volta, così come era solito fare fin da bambino. Aveva con sé le chiavi e non si premurò di bussare o di avvertire. Maria col tempo si era abituata a quelle sue «improvvisate» e non aveva mai protestato o reagito in malo modo. Era sempre felicissima di rivedere e abbracciare il suo amato figlio, il suo «piccolo Alex», come continuava ancora a chiamarlo.

Aprì la porta d’ingresso cercando di fare il minimo rumore e poi, con un colpo leggero della mano, spostò anche la seconda porta che dava accesso all’interno dell’appartamento. Si appoggiò delicatamente alla maniglia e infilò la testa nel piccolo spazio, tra la porta e il muro.

Prestò attenzione a qualunque suono provenisse dall’interno: desiderava fare una sorpresa alla mamma che all’improvviso se lo sarebbe trovato di fronte.

Aspettò alcuni secondi ma non udì alcun rumore.

Pensò che la mamma fosse uscita a fare la spesa, si tolse le scarpe e si diresse verso il soggiorno. Qui ebbe un sussulto. Una figura femminile sedeva sul divano, in silenzio, nella penombra della stanza. Sembrava quasi che pregasse. Aleksej, preoccupato ma non per questo impaurito, accese subito la luce.

«Mamma!!», esclamò con tono sorpreso, «ma cosa ci fai sul divano… in silenzio… al buio. Stai male? Dimmi… cosa succede?».

Maria girò lentamente lo sguardo verso il figlio ma, diversamente dal solito, non gli corse incontro per abbracciarlo e con le lacrime agli occhi gli disse: «Aleksej… siediti qui… vicino a me. Dobbiamo parlare. È giunto il momento che tu conosca tutta la verità sulla tua famiglia. Su tuo padre… tuo nonno… e tuo fratello».

«Mio fratello…?» replicò Aleksej come inebetito.

«Mamma ma cosa dici… io non ho fratelli… sono figlio unico». Guardò il viso di Maria e vide che le lacrime adesso le uscivano copiose, così come un fiume in piena, inarrestabile.

«Si Aleksej, tu hai un fratello… non sei figlio unico. Un fratello gemello che si chiama Luca».

Prese dalla tasca una vecchia fotografia sbiadita e la mise nelle mani del figlio.

«Guarda… qui avevate tre anni. Io e tuo padre Roberto ci siamo sempre amati e ci amiamo ancora. Ma a volte le circostanze della vita sono crudeli. Dovevamo fare una scelta. Anzi siamo stati costretti a farla e in tutto questo c’entra tuo nonno Andrej».

Con la foto nella mano destra, tremando, Aleksej cercò di riprendersi dallo shock. Ne scrutava ogni dettaglio. Adesso, finalmente, conosceva la verità. Guardò con attenzione il volto del padre Roberto e quello di suo fratello Luca. Li poteva quasi sentire, ne percepiva l’essenza; erano proprio lì, fermi, davanti ai suoi occhi. Rimase in silenzio per alcuni minuti ma poi sentì come di essersi svegliato da un lungo sonno e cominciò a tempestarla con mille domande.

«Mamma… come è possibile tutto questo? Perché mio padre ci ha abbandonato portandosi via mio fratello? Luca è a conoscenza che suo fratello gemello vive in Russia o anche per lui avete mantenuto questo segreto?».

Per Maria era tempo di dire tutta la verità. Le domande del figlio erano quelle a cui, da sempre, desiderava rispondere. Cercò di calmarsi e di rilassarsi e provò a raccontare la sua storia guardando il figlio negli occhi.

«Come sai tuo nonno è stato un Generale del KGB, i vecchi servizi segreti russi. Al tempo in cui nascesti ricopriva un incarico importante a Mosca. Un giorno si presentò qui a San Pietroburgo con nonna Olga, pieno di regali per i suoi due nipotini. Ci aveva espressamente chiesto di potervi conoscere personalmente e quella fu la prima e ultima volta che vedemmo tutta la famiglia riunita».

«Fu solo dopo pranzo che nonno Andrej rivelò il vero motivo di quella visita: doveva reclutare tuo padre Roberto per i servizi di intelligence russi. Gli promise che, se si fosse messo al servizio del KGB, avrebbe garantito a tutti noi una vita tranquilla e serena, piena di agi e di confort. Ci avrebbero fornito una casa a Sochi, in riva al mare, dove avremmo potuto trascorrere le vacanze estive».

«Conoscevo bene tuo nonno».

«Quelle non erano semplici richieste ma veri e propri ordini. Ma tuo padre rifiutò quella proposta, la riteneva oscena e insensata. Disse che non voleva tradire i suoi ideali… il suo Paese…, che non si sentiva comunista… che si trovava in Russia solo per amore della figlia e della famiglia. Volarono parole grosse. Alla fine tuo nonno Andrej se ne andò via sbattendo la porta e senza nemmeno salutarvi. Da quel momento ebbe termine la felicità per la nostra famiglia».

Maria fece una pausa, come a visualizzare meglio i suoi ricordi, e poi riprese.

«Con tuo padre litigammo quella stessa sera».

«Gli dissi che non avevamo scelta. Dovevamo collaborare con il KGB oppure la nostra vita sarebbe stata un inferno. Ma tuo padre fu irremovibile. Non volle sentire ragioni. Quando si fu calmato studiammo insieme una strategia, una via d’uscita. Dovevamo attenderci una immediata reazione da parte dei vertici del KGB, sicuramente ci avrebbero spedito tutti insieme in qualche campo di lavoro in Siberia. Dovevamo proteggervi. Capisci figlio mio… l’unica soluzione possibile era solo la fuga perché molto presto a tuo padre avrebbero revocato il visto».

«Quella sera preparammo i bagagli e ci recammo tutti insieme all’aeroporto ma era già troppo tardi: al controllo passaporti fummo fermati e identificati. L’ufficiale della dogana ci guardò con cipiglio e disse perentorio che solo tuo padre e un figlio potevano imbarcarsi sull’aereo per Roma. Io non avrei mai potuto lasciare la Russia. Aveva ordini tassativi al riguardo. Ci lasciò solo un minuto per pensare, diversamente ci avrebbe arrestati tutti. Io e tuo padre fummo costretti a decidere in fretta. Tu tenevi stretta la mia mano mentre Luca dormiva nelle braccia di Roberto. Fu il destino a scegliere per noi. Ci abbracciamo forte e ci baciammo come se quella fosse stata la nostra ultima volta. Ed in effetti così avvenne».

Maria tirò un sospiro di sollievo, come se si fosse liberata di un enorme macigno che la opprimeva da ormai da troppo tempo.

Aleksej, che era rimasto in silenzio per tutto il tempo, prese le mani di sua madre e le strinse nelle sue. Poi con dolcezza le disse:” Ora finalmente conosco tutta la verità. Ora capisco tutto. Ho un fratello identico a me. Incredibile… e tutto così assurdo… pazzesco. Ho sempre saputo che nascondevi un grande segreto sulla nostra famiglia, ma poi e poi mai avrei immaginato tutto questo».

Aleksej abbracciò forte la mamma e le mise la testa sul petto; poi cominciò a coccolarla, accarezzandole i lunghi e biondi capelli. Maria aveva quasi cinquant’anni ma nonostante l’età sembrava ancora giovane, con un bel fisico e un portamento regale. Spesso il figlio si divertiva a prenderla in giro e le diceva che da giovane avrebbe potuto fare la modella. La mamma stava al gioco e tutto si concludeva con una sonora risata.

Adesso erano lì, insieme, in silenzio, seduti sul divano, ognuno immerso nei propri pensieri, nei ricordi.

Maria guardava il figlio con tenerezza e quello sguardo infuse nuovo coraggio ad Aleksej.

Dolcemente le sollevò la testa dal petto per poterle parlare e confidare il suo segreto: «Mamma devo dirti anch’io una cosa importante. È una questione militare ma sò che di te mi posso fidare. Domani mattina presto prenderò un aereo per Mosca. Mi hanno trasferito, ma ancora non conosco l’esatta destinazione. Magari Mosca è solo una stazione di transito. Ho paura che mi mandino in qualche remota regione della Russia, forse oltre gli Urali o proprio in quella Siberia di cui tu e mio padre avevate così tanta paura.»

Un velo di tristezza calò sullo sguardo di Maria, come se invitasse il figlio a leggere nei suoi pensieri. Non aveva un‘espressione di sorpresa ma, al contrario, sembrava che conoscesse già tutto in anticipo. Quello sguardo non ammetteva fraintendimenti e Aleksej si rivolse alla mamma con un misto di agitazione e rassegnazione.

«Mamma… ma tu lo sapevi? Com’è possibile? Sono stato informato dal mio Comandante solo da poche ore».

«Caro Aleksej, sono pur sempre la figlia di un Generale del KGB. Cosa credi che non abbia anch’io le mie fonti d’informazione. Io ti ho sempre protetto e ti proteggerò sempre, ovunque tu sia…, ovunque tu vada. Ma non preoccuparti, la tua destinazione finale è Mosca e non la Siberia». Poi gli sorrise e con un cenno della mano fece segno al figlio di seguirla in cucina.

«Siediti che ti preparo il the con il miele. I tuoi biscotti preferiti li ho appena sfornati.»

Solo allora Aleksej annusò il forte odore dei biscotti provenire dal forno. Era un profumo che gli ricordava l’infanzia ma il trambusto di quella giornata sembrava che avesse spento all’improvviso il suo senso olfattivo. L’atmosfera in casa si era rasserenata ed entrambi continuarono a parlare, finalmente liberi dai segreti, uno accanto all’altro.

CAPITOLO SECONDO

Mosca

5


L’auto sobbalzò e Aleksej, ancora semi addormentato per l’alzataccia mattutina, aprì improvvisamente gli occhi e scrutò fuori dal finestrino. Una pioggerellina stava liberando le sue lacrime e ogni goccia scivolava rapidamente sui vetri per far posto ai nuovi arrivi.

«Maggiore Marinetto», esclamò l’autista, «siamo quasi arrivati in aeroporto e tra due minuti saremo all’entrata delle partenze».

Era la voce dell’attendente del Generale Sherbakov. Aveva avuto il compito di accompagnare Aleksej a Pulkovo, addirittura con la Mercedes C220 nera del comandante. Era un grande privilegio e il Maggiore ne era consapevole ma, nonostante tutte le accortezze, i suoi timori per quel viaggio inaspettato rimasero inalterati.

«Grazie tenente Cjukov, si fermi pure qui a lato» rispose cortese, trattenendosi dal fare il saluto militare, poi lo congedò con una semplice stretta di mano e un semplice grazie. Con il suo minuscolo bagaglio si diresse in direzione del check-in per Mosca. Gli era stato ordinato di vestirsi in abiti civili e di portare con sé solo lo stretto necessario. E così aveva fatto. A Mosca avrebbe trovato qualcuno ad attenderlo ma non conosceva né il suo nome né il suo grado.

«Probabilmente sarà qualche giovane attendente», pensò Aleksej, mentre disciplinatamente si metteva in fila con gli altri passeggeri. Era decisamente preoccupato ma doveva mascherare bene quel suo stato d’animo e comportarsi come un comune cittadino russo. In quella strana circostanza era necessario che abbandonasse la sua proverbiale aria marziale che lo faceva sentire così ridicolo senza la divisa addosso.

«Volo S7022 per Mosca, affrettarsi all’imbarco», gracidò una voce gentile dagli altoparlanti della sala d’aspetto. Aleksej ancora non sospettava che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto la sua amata S. Pietroburgo. Gli era stato concesso troppo poco tempo e non era riuscito a salutare tutti gli amici e i compagni di hockey. Forse anche per questo si sentiva stranamente triste e vuoto.

Il volo fu breve e tranquillo, senza nessun incontro strano o particolare da segnalare. Si diresse verso l’uscita dell’aeroporto Domodedovo e si fermò davanti alla lunga fila di taxi gialli che, disciplinatamente, aspettavano l’arrivo dei clienti. Con lo sguardo scrutò in ogni direzione ma del suo contatto nemmeno l’ombra. «Il mio attendente dev’essere in ritardo» pensò Aleksej mentre guardava impaziente l’orologio. Non poteva fare altro che aspettare perché gli era stato ordinato di non allontanarsi dall’uscita, per nessun motivo.

Improvvisamente si accorse di un uomo che gli veniva incontro con le braccia allargate. Aveva stampato sul volto un sorriso e l’aria di chi sembrava conoscerlo da tempo.

«Aleksej, amico mio, come stai? Finalmente sei arrivato», disse lo sconosciuto con voce stucchevole. Lo strinse forte a sé e gli sussurrò all’orecchio: «Stai al gioco e seguimi senza fare domande, forse siamo sorvegliati».

Aleksej restò completamente immobile, era sorpreso, imbambolato e fece in tempo a farfugliare solo poche e incomprensibili parole: «ma tu chi…».

Lo strano tipo prese il piccolo bagaglio dalle sue mani e lo posò nel retro dell’auto; quindi lo invitò a salire sul davanti e insieme partirono a gran velocità per destinazione ignota.

Quando si furono allontanati abbastanza Aleksej si voltò verso quell’improbabile accompagnatore e con piglio deciso e altero gli disse: «Allora, razza di idiota, mi dici finalmente cos’è questa pagliacciata e dove siamo diretti?».

«Si calmi Maggiore Marinetto», rispose a tono lo sconosciuto, «lasci che mi presenti. Maggiore Kostja Maksimovic Skubak, dell’SVR di Mosca. Sono un agente dei Servizi con il compito di accompagnarla a destinazione». Tirò fuori dalla giacca un tesserino e lo appoggiò sul cruscotto dell’auto.

Aleksej prese tra le mani il documento e cominciò ad osservarlo. Non era un esperto in contraffazione ma quello gli sembrava proprio originale o, quanto meno, un’ottima imitazione. Lo restituì a Skubak accompagnando il gesto con una smorfia di disapprovazione.

«Servizi segreti…?», replicò irritato, «questa dev’essere sicuramente opera di mio nonno Andrej. Ma gli dica che deve rassegnarsi perché sa benissimo che non ho nessuna simpatia per voi. Disapprovo i vostri metodi da nazisti per cui è inutile che proviate a reclutarmi.» Poi, col tono perentorio di chi è abituato a comandare e impartire ordini, concluse: «Accosti e mi faccia scendere. Immediatamente.»

«Abbia pazienza ancora per trenta minuti e poi tutto le sarà più chiaro» lo incalzò Skubak. «Siamo diretti alla sede centrale dell’SVR. Il direttore Petrov in persona la sta aspettando. Li capirà ogni cosa e avrà tutte le risposte alle domande che le frullano in testa. Ma fino a quel momento la prego di mettersi comodo e di rilassarsi. La strada è ancora lunga e devo essere certo che nessuno ci segua fino al nostro arrivo».

Infilò la mano destra sotto il sedile di guida e rimase alcuni secondi a frugare come se stesse cercando qualcosa di importante, facendo comunque attenzione a non perdere di vista le auto che lo precedevano. Quando ebbe finito rimise a posto il tappetino e mostrò soddisfatto ad Aleksej un pacchetto di sigarette già aperto e pieno a metà.

«Vecchie abitudini caro collega… dure a morire…, ma sto cercando di smettere di fumare. Comunque puoi chiamarmi Kostja. Qui da noi siamo informali e prevedo che trascorreremo diverso tempo insieme nelle prossime settimane».

«Lo escludo categoricamente… collega…», lo incalzò Aleksej con ironia, «questa sera sarò già sul primo volo per San Pietroburgo. Non ho intenzione di seguire le orme di mio nonno e certamente non desidero diventare una spia. Se con questo becero espediente sperava che ci cascassi allora si è sbagliato di grosso. Glielo dica pure quando lo vede».

«Vedremo… vedremo…» lo incalzò Kostja sorridendo, «ma credo che lo incontrerai molto presto, così potrai dirglielo tu, di persona, direttamente in faccia».

A quell’ora Mosca era già caotica e immersa nel traffico mattutino. Un timido sole primaverile provava a farsi strada, tra enormi nubi, con tutta la forza dei suoi raggi. Proseguirono dritti verso il centro, lungo via Tverskaja, poi svoltarono repentinamente in una delle tante stradine laterali, ma troppo velocemente perché Aleksej potesse leggerne l’indirizzo. Dopo alcune centinaia di metri l’auto si fermò nei pressi di un grande palazzone color giallo ocra, con tante finestre messe insieme una accanto all’altra e con i vetri oscurati. All’apparenza sembrava un classico edificio amministrativo, ma in realtà era la sede dell’SVR di Mosca, l’ex KGB.

«Siamo arrivati» esclamò Kostja, «per favore seguimi senza fare scenate e ti prometto che avrai le risposte che stai cercando da tutta una vita. Qui sei al sicuro, addirittura meglio che al Cremlino».


6


Giunti all'ingresso Aleksej fu accolto da un imponente stemma color marrone. Aveva la forma circolare con al centro una grande stella a cinque punte. Un piccolo globo blu brillante al suo interno. La scritta, in cirillico, ne annunciava pomposamente il nome - Služba Vnešnej Razvedki Rossisnoj Federazi (Servizio di Intelligence Internazionale della Federazione Russa).

Superarono il metal detector e mostrarono i documenti alle due guardie. Erano entrambi disarmati. Ricevettero i badge per accedere al settimo piano dove li sarebbe il direttore Petrov. Filarono in tutta fretta verso uno dei tre ascensori e presero quello meno affollato. Giunti al piano, svoltarono alla loro sinistra e si avviarono per un lungo corridoio.

Il pavimento era di marmo massiccio, di colore bianco lucido, intarsiato da piccole strisce nere con un tappeto rosso ruggine che ne copriva il centro per tutta la sua lunghezza.

Aleksej notò un grande andirivieni di uomini e donne. Camminavano nervosamente da una parte all'altra del corridoio, entravano e uscivano da varie stanze, con in mano fascicoli e pile di documenti. Il quel trambusto nessuno li degnò di uno sguardo né di un saluto, come se fossero stati invisibili.

«Questi gli uffici della Sezione I. Sono gli analisti che si sono delle informative quotidiane per i nostri agenti all’estero. Non preoccuparti… ci fari l’abitudine. Sembra che siano immersi nel caos ma ti assicuro che sono efficienti e super organizzati. Comunque non è qui che siamo diretti». Con il pollice della mano destra Kostja indicò in alto, come per dire: dobbiamo salire ancora. Fecero pochi scalini e si ritrovarono su di un piano ammezzato. Alle fine si fermarono davanti ad una grande e massiccia porta di abete con la scritta Dipartimento S. — Direttore Petrov».

Kostja bussò con vigore e dall’interno risuonò una voce gentile: «Avanti, prego, accomodatevi».

«Ciao Silvya», esordì sorridendo, «come vedi siamo puntuali. Immagino che il direttore Petrov ci stia aspettando».

Aleksej non poté fare a meno di notarla: era una graziosa ragazza bionda, capelli corti a caschetto e grandi occhi marroni. Aveva un trucco leggero e pensò che potesse avere, più o meno, la sua età. Li aveva accolti con un sorriso di circostanza ma il suo sguardo freddo e glaciale tradiva una certa tensione.

«Puntualissimo Kostja. Il Direttore vi sta aspettando. Entrate pure», replicò Silvya decisa, senza aggiungere altro. Aleksej diresse lo sguardo nell’angolo in alto del soffitto dov’era posizionata una piccola telecamera.

Solamente adesso intuiva perché la ragazza era rimasta seduta per tutto il tempo e non si era alzata per andare loro incontro. Aveva la mano destra ancora poggiata sulle gambe, segno inequivocabile che impugnasse una pistola. Dal loro arrivo al piano terra erano stati seguiti passo passo dalle telecamere a circuito chiuso. In un’altra stanza, lì vicino, dovevano esserci degli altri agenti armati, pronti ad intervenire in caso di necessità, a protezione della sicurezza del loro capo.

Entrarono e si fermarono al centro della stanza. Il direttore Fyodor Ivanovic Petrov era in piedi, girato di spalle, mentre guardava fuori dalla finestra. Era un uomo già oltre la cinquantina, della vecchia scuola del KGB. Aveva superato indenne il periodo di transizione e adesso comandava l’importante Dipartimento S dei servizi segreti russi. Capelli rasati a zero, occhiali da vista tondi da intellettuale, di aspetto longilineo, quasi magro, indossava un doppio petto grigio dal taglio sartoriale impeccabile. Tutti lo rispettavano e fin dal primo sguardo sapeva incutere timore.

«Buongiorno direttore», esordì Kostja dirigendosi lentamente verso la finestra, «le ho portato il Maggiore Marinetto… come richiesto. Nessun imprevisto da segnalare, anche se all’inizio il nostro ospite ha mostrato una qualche resistenza. Ma era facilmente prevedibile considerata la segretezza della sua convocazione».

Petrov girò lentamente il capo in direzione dei nuovi arrivati con una smorfia di approvazione. Sembrava che fosse rimasto in piedi a lungo, probabilmente preoccupato per la lunga attesa. Poi si voltò completamente e, dopo aver spostato la sua poltrona di pelle nera, appoggiò entrambe le mani sulla grande scrivania di mogano.

“Bravo Kostja, molto bene!!”, rispose con voce baritonale, “ma adesso ho bisogno di restare da solo con il Maggiore. Prenditi la giornata libera. La tua missione, per oggi, è finita”. Aggrottò le sopracciglia e strinse le palpebre per squadrare meglio Aleksej. Con l’intensità del suo sguardo cercò di mettere subito in soggezione Aleksej, quindi attese che l’agente Skubak fosse uscito dalla stanza e, quasi a scusarsi per l’intemperanza del suo sottoposto, si avvicinò per stringergli la mano. La stretta fu forte e calorosa e lo invitò a sedersi di fronte a lui.

“Finalmente ci conosciamo”, disse con tono sarcastico il direttore Petrov, “in tutti questi anni suo nonno non ha fatto altro che parlarmi di lei, di suo nipote Aleksej, di tutti i suoi successi sportivi e della sua brillante carriera militare”.

Aprì lentamente un fascicolo rosso che, di proposito, aveva lasciato in bella evidenza al centro della sua scrivania. All’interno vi erano diversi fogli fittamente compilati a mano, con perfetta grafia femminile, e alcune fotografie. Aleksej intuì che doveva trattarsi del suo fascicolo personale e non fece nulla per nascondere a Petrov il suo fastidio. Era stato sbattuto su di un volo per Mosca in tutta fretta e adesso si trovava in presenza del capo dell’SVR.

Tutto gli appariva così assurdo e privo di giustificazione.

I metodi usati da Petrov non erano certamente quelli che aveva imparato ad apprezzare in Accademia. Ma lasciò che facesse la prima mossa e solo dopo avrebbe deciso se e come reagire.

“Capisco il suo stato d’animo”, disse Petrov con calma apparente, “anch’io al suo posto sarei nervoso se fossi stato convocato all’improvviso e in tutta segretezza. Stia tranquillo perché oggi avrà tutte le risposte alle sue domande. Ma prima di iniziare mi dica cosa posso offrirle: tè…, caffè…, tutto quello che desidera. Magari posso farle portare un ottimo caffè espresso italiano che lei certamente apprezzerà”, concluse abbozzando un sorriso di circostanza nel tentativo di mettere a proprio agio quell’ospite così importante.

«No. Grazie. Ho già fatto colazione in aeroporto», ribatté asciutto Aleksej. Ormai era interessato solo a concludere rapidamente quella strana giornata e prendere il primo aereo per tornarsene a San Pietroburgo.

«Va bene… andiamo subito al sodo. Vedo che è ansioso di conoscere il motivo di questa sua inattesa visita. Le dico subito che riguarda la sua famiglia e suo fratello Luca… in particolare. Sappiamo che sua mamma le ha già raccontato molto… ma se siamo qui è perché abbiamo bisogno del suo aiuto… della sua collaborazione… come cittadino russo e come patriota…».

«Cosa c’entra la mia famiglia con i Servizi Segreti?», lo interruppe bruscamente Aleksej. «Se escludiamo mio nonno Andrej non abbiamo nessun punto di contatto tra di noi. Si… in effetti mia mamma mi ha parlato di quello che è successo quand’ero piccolo. È vero… non sono figlio unico… ho un fratello gemello… ma non vedo come questo possa interessarvi. Perché volete coinvolgere mio fratello Luca?».

«Si calmi Maggiore. Mi lasci spiegare e vedrà che alla fine tutto le sarà più chiaro», lo incalzò Petrov con tono conciliante.

«Lei sa che Luca è la sua copia quasi perfetta. Siete diversi solo per un piccolo particolare: una minuscola macchiolina rossa all’interno della gamba destra di suo fratello. Per il resto siete praticamente identici. Probabilmente oggi nemmeno i vostri genitori sarebbero in grado di distinguervi l’uno dall’altro».

Prese dal fascicolo alcune fotografie e gliele porse.

Aleksej si era sbagliato!! Petrov non aveva tra le mani il suo fascicolo bensì quello di Luca. Le foto lo ritraevano in situazioni diverse: al parco, al Colosseo o seduto al tavolino di un bar che sorseggiava una bibita. Mentre le osservava con attenzione fu colpito da un particolare: una bellissima ragazza mora, dai lunghi capelli corvini, teneva per mano Luca.

Era presente in tutte le foto, gli sorrideva teneramente e dagli sguardi languidi si capiva che erano intimi, probabilmente innamorati. Aleksej era felice di poter finalmente vedere il volto di suo fratello ormai adulto e questo fece stemperare la tensione che si era creata nella stanza.

Restituì le foto a Petrov che le richiuse nel fascicolo.

«Lei ha perfettamente ragione… io e mio fratello siamo identici. Anch’io avrei difficoltà a capire chi è l’uno e chi è l’altro».

Petrov colse al volo l’occasione e rincarò la dose.

«Lei sa che suo fratello vive in Italia… a Roma per la precisione… dove ha intrapreso la carriera militare… esattamente come ha fatto lei… ma solo dall’altra parte della barricata. Quello che ancora non sa è che Luca frequenta il Nato Defence College (NDC in gergo tecnico). È un collegio militare che si occupa della formazione degli ufficiali superiori per attività di alto profilo. Tempo fa questa circostanza ha attirato la nostra attenzione. Da molto tempo monitoriamo suo fratello. Non lo abbiamo mai perso di vista… neppure per un attimo. La scuola è finita e tra due settimane Luca riceverà il suo primo incarico ufficiale nella Nato. Un nostro agente infiltrato ci ha informato che sarà destinato al Joint Warfare Centre (JWC) di Stavanger… in Norvegia».

«Tutto molto interessante… Petrov… ma io in tutto questo cosa c’entro?», domandò perplesso Aleksej.

«Lei c’entra eccome… Maggiore!! Dovrà prendere il posto di suo fratello Luca e infiltrarsi nell’alto comando della Nato. È in gioco il futuro della nostra grande Nazione. Questo è quanto. Per adesso non posso riferirle altro».

Aleksej, che fino a quel momento aveva ascoltato con attenzione, si alzò in piedi di scatto e minacciò Petrov con l’indice della mano destra. «È assurdo!! Io non sarò mai una spia. Dovete lasciare in pace la mia famiglia… lasciare in pace mio fratello Luca. Stiamo ancora soffrendo per il male che ci avete causato e adesso venite a chiedere il nostro aiuto? Farò un casino tale con l’Alto Comando che la smetterete… una volta per tutte… con i vostri giochetti da guerra fredda. Se ancora non l’avesse capito il comunismo è morto e sepolto. Adesso siamo una democrazia e viviamo in pace con l’occidente. Ecco… appunto… lasciateci in pace».

Aleksej si diresse a grandi passi verso l’uscita ma Petrov gli urlò dietro: «Se vuole che suo fratello Luca viva… non lasci questa stanza… e torni a sedersi. Maggiore Marinetto questo è un ordine!!».

Aleksej si voltò irato: “Siete proprio dei gran bastardi. In tutti questi anni non siete cambiati affatto. Voi e i vostri metodi stalinisti. Siete delle iene… sanguisughe”.

«Si sieda Maggiore e non terrò conto delle sue offese. Abbiamo poco tempo per organizzare tutto alla perfezione e litigare non ci aiuterà affatto. Lei deve capire che in ballo ci sono interessi enormi, che vanno al di là di me… di lei… della sua famiglia. È in gioco la sicurezza nazionale… quella del Paese che lei afferma di amare così tanto. È arrivato il momento di dimostrarlo… è arrivato il momento che lei decida da che parte stare. Le consiglio di collaborare senza fare troppe storie. Al nostro prossimo incontro le rivelerò altri particolari della sua missione ma… per adesso… segua il nostro agente che l’accompagnerà alla sua prossima destinazione».

Premette un pulsante sull’interfono e ordinò perentorio: «Agente Ratcenko, nella mia stanza!!».

La porta si spalancò ed entrò una splendida ragazza alta, mora, con lunghi capelli corvini. Indossava jeans aderenti e una camicetta bianca, sbottonata strategicamente per mettere in risalto le sue forme perfette. Aleksej la riconobbe subito, l’aveva già vista. Era la donna delle foto, quella che teneva per mano suo fratello Luca.

«Le presento l’agente Irina Borisovna Ratcenko», disse Petrov indicandola con la mano. In quel momento lo sguardo di Irina era tutto per Aleksej. Gli si avvicinò con calma per poterlo osservare meglio e gli accarezzò il volto dolcemente con il dorso della mano. Quando ebbe finito si rivolse verso il suo capo e, con un misto di meraviglia e stupore, esclamò: «Come due gocce d’acqua. Veramente impressionante».

“Bene signori è tutto. Potete andare. Con lei Aleksej ci rivedremo molto presto. Nel frattempo segua alla lettera le istruzioni dell’agente Ratcenko e tutto andrà per il meglio, per lei e la sua famiglia”.

Petrov aveva pensato bene di congedarsi dal suo ospite con un’ultima sottile minaccia.


7


Usciti dalla stanza Petrov ripose il fascicolo di Luca in un cassetto che chiuse subito a chiave. Poi si diresse verso la libreria, prese un voluminoso libro, lo aprì e dal suo interno estrasse una piccola bottiglia di vodka e un bicchierino di vetro. Quindi si sedette nuovamente alla scrivania affondando nella sua grossa sedia direzionale di pelle nera. Prima si versò da bere e poi chiamò Silvya con l’interfono.

«Contatti il Generale Sherbakov su una linea sicura», le ordinò categorico.

«Buonasera Generale Sherbakov. Sono Petrov. Come sta?».

«Molto bene Petrov. Allora… mi dica… l’operazione Bruxelles procede?».

«Sì… Generale. Il Maggiore Marinetto è andato via da poco. Collaborerà senz’altro. Ha capito di non avere alternative. Sa benissimo che è a rischio la propria vita e quella di tutta la sua famiglia. Ho cercato di far leva sul suo senso del dovere… sull’onore… sulla Patria… ma la sua reazione è stata esattamente come mi aveva prospettato. Il Maggiore è molto sveglio e furbo e dobbiamo fare molta attenzione. Ma non abbiamo più molto tempo e in questa operazione possiamo servirci solamente lui. Purtroppo il fratello Luca si ostina a non voler collaborare. È un testardo figlio di puttana… così come un altro membro della sua famiglia…, e lei sa benissimo a chi mi sto riferendo: il Generale Andrej Vladimirovic Halikov».

“Sì Petrov… so benissimo che questo è un grosso rischio… ma Andrej è un vecchio amico di Accademia e si è detto entusiasta di collaborare con lei e la sua squadra per ammorbidire l’irruenza di entrambi i nipoti. Ma è ‘una vecchia volpe’, conosce tutti i trucchi del mestiere. Va tenuto costantemente sotto sorveglianza… così come sua figlia Maria. Comunque… Andrej è una persona concreta e va lusingato con promesse credibili. Lo faccia sentire coinvolto… importante… ma lo tenga lontano dal cuore della missione”.

«Generale… sappiamo da fonte certa che alla Nato stanno facendo pressione per avere al più presto la nuova arma a radiazione elettromagnetica. Desiderano sperimentarla simulando un attacco in forze. Non sappiamo esattamente quando questo accadrà… ma capisce bene anche lei che non abbiamo tempo per usare i metodi tradizionali con la famiglia Marinetto. Dovrà essere tutto pronto il giorno in cui inizieranno le esercitazioni della Nato. Quest’arma dovrà cadere in nostro possesso oppure essere distrutta. Purtroppo stiamo lavorando molto in fretta…. troppo in fretta anche per i nostri standard».

«Petrov… lei sa benissimo che dalla riuscita di questa operazione dipende la sicurezza e il futuro della nostra Nazione. Se fallirà metterà a rischio non solo le nostre carriere e le nostre vite… ma la pace del mondo intero. Si ricordi che il Comitato non esiterà a prendere decisioni drastiche se si sentirà minacciato. Il fallimento non è ammissibile».

«Sono d’accordo con lei sig. Generale. Da questo momento ha ufficialmente inizio l’Operazione Bruxelles. La terrò costantemente aggiornato sugli sviluppi della missione. Se sarà necessario le chiederò di intervenire personalmente con il Maggiore Marinetto. Lui si fida ciecamente di lei. È il suo comandante e con la sua autorità potrà riportarlo alla ragione».

«Petrov… lei prevede che il Maggiore Marinetto potrà darci seri problemi?».

«Non lo so Generale. Non è devoto alla causa e alla Patria, ma solo alla sua famiglia. Ho la netta sensazione che tra i due fratelli esista ancora un forte legame, nonostante la lontananza degli ultimi venti anni. Lei sa cosa si dice sui gemelli monozigoti. Una singola cellula viene fecondata e nascono figli dello stesso sesso e praticamente identici. Un vero scherzo della natura…, estremamente raro. Io credo che i due fratelli si percepiscano l’un l’altro, subendo una sorta di attrazione psichica».

«Quando saranno entrambi a Sochi, a pochi chilometri l’uno dall’altro, penso che questa loro percezione sarà enormemente ampliata, come se avessero dei super poteri».

«D’accordo Petrov. Ma cerchi di coinvolgermi solo se strettamente necessario per la riuscita della missione. Il Comitato non approva che i suoi membri si espongano troppo. Il rischio di essere scoperti è troppo alto e non ho nessuna voglia di morire…, almeno non così presto».

«Certo sig. Generale. Ho capito. La contatterò solamente in caso di estrema necessità».

«La saluto Petrov. La prossima volta che ci incontreremo sarà solo per festeggiare. La inviterò qui a San Pietroburgo, nel miglior ristorante della città. Ma si ricordi bene… la parola fallimento non è contemplata nel nostro vocabolario. Non ci sarà concessa una seconda possibilità».

«La saluto Generale… stia bene».

Petrov chiuse la conversazione appoggiando lentamente la cornetta sul ricevitore. Rimase qualche istante con la testa tra le mani, estremamente pensieroso.

La tensione e lo stress lo stavano uccidendo.

Si allentò il nodo della cravatta e ingurgitò rapidamente il piccolo bicchiere di vodka che aveva precedentemente riempito. Sapeva di non poter perdere altro tempo e come se fosse stato morso da una tarantola, premette repentinamente il pulsante dell’interfono.

«Silvya… contatti Skubak… immediatamente».

CAPITOLO TERZO

Il Covo

8


Aleksej non poté fare altro che seguire in ascensore la sua bella collega, ma mille pensieri gli affollavano la mente. Aveva ottenuto solo una parziale spiegazione da parte di Petrov e questo non aveva fatto altro che accrescere i suoi dubbi. La sua famiglia era seriamente in pericolo, compresa sua mamma Maria. Prima di arrivare al parcheggio pensò di contattare telefonicamente suo nonno Andrej, cercando di non farsi scoprire, ma la sua nuova amica lo guardava a vista e lo controllava molto da vicino. Era sicuro che solo il nonno sarebbe stato in grado di mettere fine a quel terribile incubo. Avrebbe escogitato qualcosa in seguito, ma adesso aveva solo bisogno di un po’ di riposo per rimettersi in sesto.

Salirono a bordo di una Porche Carrera 911 nera, con i sedili in pelle rossa. Irina lo fissò negli occhi con atteggiamento di sfida: «Che hai da guardare… cosa credi che una donna non sappia guidare un bolide come questo?». Il motore urlò tutta la sua potenza, poi l’auto ebbe un sussulto e partì come un razzo sgommando sull’asfalto e lasciando profonde strisce di pneumatici. Irina guidò spericolatamente per le vie del centro, sorpassando e zigzagando come un pilota esperto. Ad intervalli regolari si voltava verso Aleksej guardandolo con aria soddisfatta.

«Come vedi… caro collega… in Accademia riceviamo un addestramento di prim’ordine. La mia specialità, tra le altre cose, è la guida veloce. Ma ho tante altre qualità che scoprirai molto presto».

«Non ne dubito», rispose sarcastico Aleksej, cercando di mantenere un contegno imperturbabile per dimostrarle che non aveva paura, mentre con lo sguardo incollato alla strada ripeteva tra sé e sé «fottiti tu e la tua Porche».

Si allontanarono dal centro di Mosca e si diressero verso l’aperta campagna. Dopo alcune ore di viaggio l’auto imboccò una strada sterrata. Quindi percorsero ancora pochi chilometri ad andatura più lenta finché giunsero nei pressi di un enorme portone di ferro battuto, a due ante, di colore verde scuro. Dall’esterno non si riusciva a vedere granché perché la vista era impedita da un poderoso muro di cinta, sormontato da filo spinato e telecamere di sicurezza. Al cancello furono fermati da due uomini in borghese armati di kalashnikov. Ordinarono ad entrambi di abbassare i finestrini dell’auto e chiesero i loro documenti.

«Grigory ti muovi a far aprire questo cazzo di cancello o dobbiamo stare qui tutta la notte», urlò Irina con tono beffardo.

«Sei la solita stronza», rispose la guardia, facendo un cenno con la mano verso la telecamera in alto sul muro.

Il cancello si spalancò magicamente, come se una mano invisibile avesse premuto un bottone. Irina, agitata e impaziente per quell’attesa imprevista, prima che fosse completamente aperto, premette violentemente il piede sull’acceleratore. L’auto si avviò velocemente verso l’interno, sollevando una grossa nuvola di polvere che investì e colorò di bianco i due poveretti fermi all’entrata. Grigory e il suo collega non poterono fare altro che guardare in cagnesco l’auto che si allontanava nel viale.

Ormai era già quasi buio e centinaia di piccole luci illuminavano lo splendido parco che l’auto attraversava rapidamente, come un coltello nel burro. Mentre proseguivano nella tenuta lo sguardo di Aleksej venne attratto dall’imponente struttura che si stagliava in fondo alla strada.

«Bello vero?», domandò Irina sporgendosi con la testa fuori dal finestrino dell’auto. «Lo senti questo profumo? Non è» magnifico? La primavera…, la mia stagione preferita. Non vedo l’ora di tornare a Roma per tuffarmi di notte nella fontana di Trevi o per mangiare un gelato a Trinità dei Monti, seduta sulla scalinata di Piazza di Spagna».

Aleksej la guardò divertito e, indicandone con il dito la direzione, le chiese: «Cos’è quello? È un castello ottocentesco? A chi apparteneva?».

«Domande… sempre domande… per quello che ne so era una vecchia residenza degli zar, probabilmente requisita ai tempi della rivoluzione bolscevica e poi messa a disposizione dell’SVR, che qui ha realizzato la sua Accademia. Ma non farti abbagliare dalla sua bellezza, noi questo posto lo chiamiamo il Covo». Sorrise soddisfatta, intuendo di aver risposto in modo brillante.

«Il Covo?», replico Aleksej, «perché questo strano nome?

«Non so perché gli hanno dato questo nome. C’era già prima che arrivassi e fossi reclutata nell’SVR. Probabilmente è stato creato e voluto come rifugio segreto. Il posto dov’è possibile ideare e organizzare attività illecite che in qualunque altra parte della Russia sarebbero perseguite. Comunque resteremo qui solo una settimana e sarò io stessa ad addestrarti e prepararti per la missione in Italia. Ti trasformerò in una perfetta spia». All’improvviso si mise a ridere come se pregustasse i tormenti che avrebbe inferto alla sua nuova vittima.

«Immagino che non mi libererò facilmente di te», commentò pensieroso Aleksej.

«Puoi ben dirlo… mio caro collega… puoi ben dirlo», replicò strafottente Irina.

La Porche si fermò davanti all’ingresso del castello con uno stridere di freni sulla ghiaia. Altre due guardie armate erano posizionate ai lati della splendida scalinata che li avrebbe condotti all’interno. Entrarono e si avviarono verso un grande salone dove sembrava che il tempo si fosse fermato. Tutto profumava d’antico: dal pavimento di legno, ai quadri, al mobilio, ai lampadari.

«Bellissimo questo postò», esclamò Aleksej, «non si direbbe proprio un covo di spie».

Irina non lo degnò di uno sguardo perché la sua attenzione adesso era rivolta verso Kostja Skubak che veniva loro incontro dalla direzione opposta.

«Ciao Irina… Maggiore…, finalmente siete arrivati. Collega per oggi il tuo compito è finito. Da qui in poi mi occuperò personalmente del Maggiore Marinetto. Questi sono gli ordini di Petrov. Sei libera di andare».

Irina, stranamente, si congedò dai due senza dire una parola e si allontanò irosa sbattendo, con notevole frastuono, i piedi sul pavimento. Le sue scarpe, con tacco da dodici, più che un accessorio di abbigliamento sembravano un’arma micidiale, se e quando fosse stata costretta ad usarle. Aleksej la seguì con lo sguardo fin dove poté. Camminava sinuosa nei suoi jeans attillati e pensò che avesse uno splendido corpo. Ma era pur sempre una spia e di quelle temibili. Improvvisamente poteva trasformarsi in un cobra reale, di quelli che quando mordono non ti lasciano scampo. Decise che, forse, sarebbe stato più saggio e salutare starle alla larga.


9


Skubak si dimostrò insolitamente gentile e affettato. Si comportò come se avesse ricevuto ordini perentori e precisi dall’alto. Era l’ospite più importante del «Covo» e doveva trattarlo con ogni riguardo, senza però perderlo di vista nemmeno per un istante. In caso di guai seri le conseguenze sarebbero state disastrose per la sua carriera di spia.

Salirono al primo piano e Aleksej fu fatto alloggiare in una bellissima suite. «Spero tu sia contento della sistemazione, Aleksej. Sai…, si sussurra che la zarina Caterina ricevesse i suoi amanti proprio in questa camera».

«È tutto splendido. Grazie. Tranne per la guardia armata alla porta. Ma capisco che dobbiate essere prudenti, in fondo sono l’ultimo arrivato e devo ancora conquistarmi la fiducia del capo».

Skubak lo guardò divertito. Lo conosceva da troppo poco tempo ma capiva che in quelle frasi c’era una sottile vena d’ironia. L’esperienza gli consigliava, comunque, di diffidare del Maggiore. A pelle non gli piaceva affatto e poi aveva quell’aria da furbetto, un po’ troppo per i suoi gusti. Sapeva che alla fine, in un modo o nell’altro, avrebbe regolato con lui tutti i conti.

«Aleksej, ti consiglio di riposare un po’. Come puoi vedere… sul letto ci sono tutte le tue cose… quello è il bagno con tanto di vasca e doccia. Qualcuno verrà ad avvertirti quando sarà il momento della cena». Skubak lo salutò frettolosamente e si dileguò fuori dalla stanza come se qualcuno lo stesse aspettando da qualche altra parte.

Aleksej non ebbe neppure il tempo di sistemare il contenuto della sua piccola valigia quando sentì bussare alla porta.

«Toc toc. Posso entrare?».

Una voce suadente reclamava il suo diritto d’accesso.

«Entra pure Irina», rispose con tono seccato Aleksej, «sono ancora vestito. Non temere».

«Ciao Aleksej o dovrei chiamarti Luca», disse ironicamente mostrando il suo splendido sorriso.

«Ti ho portato la cena. Servizio in camera. Non conosco ancora i tuoi gusti culinari e così ho messo insieme un po’ di tutto. Ho qui anche il dessert e un buonissimo spumante italiano. Dovrai cominciare a godere dei piaceri della vita… nelle tue vene scorre pur sempre sangue italiano».

Appoggiò il vassoio sul tavolo vicino alla finestra e cercò di avvicinarsi ad Aleksej che era rimasto immobile, in piedi, al lato del letto.

«Non sono dell’umore adatto per festeggiare e, comunque, non ho fame. Se sei venuta fin qui per sedurmi allora puoi girare i tacchi e tornare da dove sei venuta», replicò contrariato Aleksej.

«Ehi… ma che modi. In Accademia non ti hanno insegnato ad essere gentile con l’altro sesso? Volevo solo esserti amica ma adesso mi accorgo di aver sbagliato. Comunque, che ti piaccia o no, nei prossimi mesi dovremo condividere molte cose insieme, compreso lo stesso letto. Dovrai farci l’abitudine. Ho poco tempo per farti diventare il perfetto sostituto di Luca, tuo fratello. Dovrai essere credibile se non vorrai farti scoprire immediatamente».

Lo guardò con disprezzo e si avviò verso l’uscita. Afferrò la maniglia della porta con vigore ma prima di aprirla si voltò e con l’aria di chi è stata offesa a morte disse: «Luca si è sempre comportato come un vero gentleman. Ma a letto era un insaziabile amante».

Aleksej capì di avere esagerato. Era appena arrivato e non voleva farsi troppi nemici nell’SVR. Se era in cerca di un alleato quello poteva essere solo Irina, almeno per il momento. Le si avvicinò e la prese delicatamente per un braccio, cercando di fermarla.

«Aspetta Irina… non andare. Non volevo essere scortese. Ma è stato un giorno molto difficile per me. In queste ultime ore sono successe così tante cose che mi sento ancora frastornato. Cerca di perdonare i miei modi da villano».

Irina richiuse la porta dietro di sé e tornò indietro sui propri passi. «Finalmente… vedo che cominci a capire. Qui sei tra amici, mentre tu vedi solo nemici e complotti. Tutti noi siamo qui per servire la nostra Patria…».

Non ebbe il tempo di finire la frase che Aleksej la interruppe.

«Per chi mi hai preso, per lo scemo del villaggio? Fammi un favore: non imitare Petrov che prima parla di alti ideali e poi minaccia di morte me e la mia famiglia. Irina, non fraintendermi. Tu sei una ragazza molto bella ma non sei certamente il tipo di donna da sposare. Voglio essere tuo amico, ma solo ad una condizione: che siamo sinceri l’uno con l’altro. Per cominciare potresti dirmi, per esempio, dove si trova mio fratello Luca».

Irina lo guardò perplesso ma pensò di aver fatto finalmente breccia nel cuore del Maggiore.

Con fare conciliante si avvicinò ad Aleksej e quando furono viso a viso gli disse sottovoce: «Ma non sai pensare ad altro che a fare domande? Perché non ci rilassiamo insieme e beviamo questo splendido vino italiano. L’ho portato direttamente dall’Italia e conservato per aprirlo in un’occasione speciale. Questo mi sembra il momento adatto per fare la nostra conoscenza in maniera… diciamo… più approfondita».

Allungò la mano verso il tavolo e dal cestello prese la bottiglia di spumante. Sul pavimento caddero copiose goccioline d’acqua: era il ghiaccio che cominciava a sciogliersi mentre la temperatura nella stanza diventava sempre più bollente.

Aleksej pensò che avrebbe fatto meglio ad assecondarla. Quello era l’unico modo per riuscire ad ottenere qualche informazione interessante. Brancolava ancora nel buio e non conosceva quasi nulla della missione che, di lì a poco, gli avrebbero affidato. Fino a quel momento Petrov gli aveva parlato solo di Roma e Bruxelles, per di più superficialmente. L’unica cosa certa era che doveva prendere il posto di suo fratello Luca. Nulla di più. Da Irina poteva ottenere altri particolari. In fondo, andarci a letto, non sarebbe stato un così grande sacrificio.

Irina e Aleksej, quella stessa notte, fecero all’amore più volte, sempre con passione e con trasporto, e alla fine si addormentarono sfiniti, uno nelle braccia dell’altro.


10


Un suono sinistro e ripetitivo svegliò Aleksej di soprassalto. Con la mano sinistra, istintivamente, andò verso il comodino e con un colpo netto scaraventò quell’aggeggio sul pavimento, lontano, in fondo alla stanza. Ma il rumore non cessò del tutto e fu costretto ad alzarsi dal letto. Fuori era ancora buio ma la timida luce dell’alba faceva già capolino dalla finestra. Era completamente nudo e con la testa che gli girava. Si ricordò della sera prima, del vino e di Irina. Poi ebbe un sussulto. Qualcuno, nascosto nell’ombra, sedeva sulla poltrona vicino alla porta d’ingresso.

«Chi c’è lì? Chi sei?», urlò Aleksej con tono minaccioso. L’ombra si alzò lentamente e con un colpo di karate, usando le suola delle scarpe, colpì la sveglia che stava continuando, imperterrita, a lanciare il suo sinistro sibilo di allerta. L’aggeggio andò in mille pezzi. Fu in quel momento che intravide nel buio la figura di una donna. Era Irina e questo lo tranquillizzò all’istante.

«Sei proprio un gran bel pezzo di marmo» esclamò la donna sorridendo, «sono già dieci minuti che ti osservo e non posso fare a meno di pensare alla somiglianza incredibile tra te e Luca. Non hai la macchiolina rossa all’inguine e questo mi conforta nel caso fossi costretta ad identificarvi. Ma non preoccuparti, ho un altro sistema infallibile: fate l’amore in modo diverso… simile… ma diverso. Luca è molto più romantico e passionale, mentre con te è più… diciamo… fare palestra… sport. Avresti tanto da imparare da tuo fratello», concluse sghignazzando.

«Sarebbe bello se mi aiutassi ad incontrare Luca» replicò Aleksej mentre con la mano cercava al buio, nel letto, i suoi boxer.

«Accendi la luce per favore, così posso rivestirmi?».

«Non è necessario» replicò Irina, «prendi! queste sono le scarpe da ginnastica e una tuta. Da adesso inizia il tuo addestramento e dopo avrai tutto il tempo per farti una doccia e godere di una ricca colazione, oltre che della mia presenza, naturalmente».

«Irina, se mi aiuterai ad incontrare Luca ti prometto che, quando saremo a Roma, mangeremo insieme quel gelato a Trinità dei Monti, come una vera coppia», quindi la prese tra le braccia e la baciò con passione.

Irina si divincolò infastidita.

«Non mettermi fretta Alex!! Potresti ottenere l’effetto contrario. Adesso stammi vicino e facciamo una bella corsetta mattutina nel parco, così potrai schiarirti meglio le idee».

Aleksej si vestì rapidamente.

L’occasione gli sembrò propizia per fare un giro di ricognizione intorno al castello, per capire se vi erano punti deboli nella sicurezza e magari individuare il piano e la stanza dov’era sicuro che tenessero prigioniero Luca.

Quando l’auto aveva oltrepassato il cancello all’ingresso aveva avvertito una strana sensazione, una forte emozione. L’aveva già sentita molte in passato ma non era mai riuscito a spiegarne l’origine. Da quando aveva saputo di avere un fratello e per giunta gemello, tutto gli sembrava più chiaro, coerente. Avvertiva delle piccole scosse intorno al corpo e un leggero formicolio alle mani. Erano i tipici segnali che anticipavano, ogni volta, quella strana sensazione di essere in un altro posto.

Vedeva luoghi sconosciuti dove non era mai stato prima e nella sua testa risuonava la sua voce ma con un’inflessione leggermente diversa, come se non fosse stata esattamente la sua. Nel castello quella sensazione si era amplificata. Percepiva Luca, sentiva che non erano distanti ma, negli ultimi tempi, aveva cominciato stranamente ad immaginare il mare.

Proprio di recente gli era sembrato di essere stato sulla spiaggia a prendere il sole, in compagnia di una donna di cui non riusciva a vedere il volto. Ma il fatto che al «Covo» mancasse tutto questo lo aveva fatto dubitare. Adesso si sentiva confuso, eppure quelle visioni erano sempre più frequenti, intense, quasi reali, come se qualcuno stesse comunicando con lui telepaticamente.

Avevano da poco iniziato a correre intorno al parco che Irina lo sfidò ad arrivare per primo dall’altra parte del castello. Aleksej era un atleta e sapeva che non avrebbe avuto difficoltà a batterla, ma in quel frangente decise di lasciarla vincere di proposito. Sapeva troppo bene che Irina amava vincere le sue sfide e magari questo l’avrebbe ammorbidirla un po’.

Quando furono dall’altra parte del parco Irina gridò soddisfatta: «Prima, prima… sono arrivata prima… sei una vera schiappa Alex».

Erano entrambi sudati, stanchi e con il fiato corto, piegati in due per la fatica e con le mani sulle ginocchia. Poi si guardarono l’un l’altro con un misto di tenerezza e di soddisfazione. Aleksej le si avvicinò, la strinse a sé e guardandola negli occhi le disse.» Se non vuoi dirmi dove si trova Luca, posso capirlo. Sei vincolata al segreto. Sono un militare e apprezzo queste cose. Ma vorrei chiederti un favore personale e questa volta spero che tu non mi dirai di no».

«Quale favore personale?», chiese Irina, mostrandosi preoccupata per quella strana richiesta.

«Vorrei che tu contattassi per me il Generale Andrej Vladimirovic Halikov, mio nonno, e gli chiedessi di venire al Covo. Devo vederlo e parlargli urgentemente. Ho bisogno dei suoi consigli. Puoi fare questo per me?».

Irina fece un passo indietro liberandosi dalla stretta morsa di Aleksej. «Credo di poterlo fare, ma dovrò chiedere l’autorizzazione al Direttore Petrov. Da qui non entra e non esce nessuno senza il suo permesso. Siamo un’agenzia segreta e non un albergo a cinque stelle».

Aleksej e Irina si misero a ridere all’unisono.

“Grazie collega… grazie per il tuo aiuto… non lo dimenticherò” sibilò Aleksej. Poi con lo sguardo quasi supplicante aggiunse: “Se abbiamo finito con le corse mattutine gradirei fare una bella doccia e magari prendere un buon caffè espresso”.

Irina annuì con la testa e si avviarono insieme verso la grande scalinata, mano nella mano dove trovarono ad attenderli l’agente Skubak.

«Maggiore… Irina… dormito bene questa notte? Aleksej, alle 7.00 sei atteso nella sala 5 per la tua prima lezione di teoria. Sbrigatevi, avete poco tempo. Irina accompagnalo nella sua suite», soggiunse con voce beffarda.

Rientrarono insieme in camera e fecero una doccia veloce, scambiandosi solo rapide effusioni; questa volta non avevano tempo per fare all’amore, ma dovevano sbrigarsi se volevano arrivare puntuali. Ebbero comunque il tempo di fare una fugace colazione alla mensa, quindi Irina lo guidò attraverso un lungo corridoio al piano terra. Qui Aleksej si fermò incuriosito, ammirando le numerose fotografie che erano appese su entrambe le pareti di legno. Tutte raffiguravano primi piani di volti.

«Agenti segreti russi deceduti in sevizio?», provò ad azzardare Aleksej.

«Non tutti sono morti e non tutti sono russi», replicò sarcastica Irina. «In quella zona del muro ci sono solo i migliori. Qualcuno è riuscito anche a godersi la pensione ma tutti sono stati decorati con le massime onorificenze e sono, tutt’ora, considerati eroi della Patria».

“Chi è questo?”, indicò con il dito Aleksej, “mi sembra di averlo già visto da qualche parte… magari in qualche libro che ho letto in Accademia”.

“Oh… stai guardando la più grande spia russa di ogni tempo. Strano che tu non lo conosca. Harold Adrian Russell “Kim” Philby. Era un agente segreto britannico ma già dopo pochi mesi di servizio cominciò a collaborare con noi, prima come agente russo per l’NKVD e poi per il KGB. Era la nostra talpa all’interno del Military Intelligence inglese. Nel 1963 il suo doppio gioco fu scoperto. Fuggì a Mosca dove ha vissuto e lavorato come istruttore per il KGB fino alla sua morte, avvenuta nel 1988.

Philby è stata la spia russa che ha creato i maggiori danni al Regno Unito e all’Alleanza Atlantica. Per ventisette anni ci ha inviato informazioni di altissimo livello che hanno causato, al blocco occidentale, un’ingente perdita di mezzi e di agenti».

“Questo tipo mi piace!”, esclamò Aleksej annuendo con la testa, “è un idealista… proprio come me. Se dovrò fare la spia allora il mio soprannome sarà KIM… esattamente come Philby”.


11


Arrivarono puntuali alla sala cinque, entrarono e trovarono ad attenderli il direttore Petrov che, appena li vide, si mosse verso di loro. Si strinsero le mani energicamente e si salutarono come l’occasione conveniva.

«Buongiorno Irina. Piacere di rivederla Maggiore Marinetto. Accomodatevi, così possiamo iniziare subito. Oggi abbiamo tanto lavoro da fare», e con la mano indicò i posti loro assegnati.

«Bene Maggiore. Innanzitutto sono contento che questa notte non abbia provato a scappare. Immagino, quindi, che abbia accettato la missione. Da oggi è ufficialmente un agente sotto copertura dell’SVR. Per prima cosa, come ogni buon agente che si rispetti, anche lei dovrà avere un nome in codice con il quale sarà riconosciuto e dovrà firmare tutti i suoi rapporti di intelligence. Per caso ne ha già in mente qualcuno?».

«Avevo pensato di firmarmi KIM», replicò asciutto Aleksej.

«Ah… ottima scelta, vedo che con Irina ha già fatto i compiti a casa. Spero che non faccia rimpiangere il buon Philby», sorrise sarcastico Petrov.

La sala cinque assomigliava a quella di un piccolo cinema. Un grande schermo bianco alla parete e comode poltrone di velluto rosso nelle quali i tre sprofondarono seduti.

“Iniziamo pure!”, ordinò perentoriamente Petrov, con la sua inconfondibile voce baritonale. Le luci si spensero lentamente e iniziò la proiezione di un film. Dalle prime immagini Aleksej capì subito che il protagonista era Luca.

«Ecco Maggiore. Cominci a memorizzare i luoghi che vede adesso. Questo, per esempio, è l’esterno del Defence College a Roma, dove suo fratello ha appena concluso l’Accademia. Dopo le forniremo la piantina dell’edificio, con l’ubicazione di tutte le stanze, compresa mensa, palestra e campo da calcio. Come vede qui non esiste il campo di hockey. Luca… a quanto ci risulta… è un vero appassionato di football. Lo pratica da dilettante. Gioca prevalentemente come centrale di difesa e la sua squadra del cuore è… naturalmente… la Roma. Come giocatore il suo idolo è Totti. Lei come se la cava con il football? Ci giocava con i suoi colleghi a San Pietroburgo?».

«Purtroppo no…. La mia vera passione è solo l’hockey. Lo pratico fin da bambino. Il football non mi è mai piaciuto. Ma per la riuscita della missione imparerò a memoria ogni informazione e farò ciò che riterrete necessario».

«D’accordo Maggiore Marinetto. Per facilitarle il compito le ho preparato un voluminoso dossier sulla vita di suo fratello… che avrà la diligenza di studiare a fondo. Entrambi parlate perfettamente tre lingue: russo, inglese e… naturalmente italiano. Ma dovrà migliorare il suo accento… magari aggiungendo qualche piccola inflessione locale e peggiorare leggermente il suo russo. Troppo perfetto per Luca!! Nei prossimi giorni si eserciterà insieme con Irina ma si ricordi… ha solo due settimane di tempo per trasformarsi in Luca Marinetto e capisce anche lei che… la somiglianza fisica… da sola… non è abbastanza.»

«Continuiamo con il film!!», ordinò Petrov.

«Quelli che adesso vede sono i posti frequentati assiduamente da suo fratello. Ah…, eccolo in compagnia di Irina. In questo potrà certamente esserle d’aiuto molto più di me. Verrà con lei a Sochi e poi a Roma. Ufficialmente è la sua fidanzata e lavora sotto copertura all’ufficio visti dell’Ambasciata russa. Tutti conoscono Irina. Luca l’ha presentata ad un gran numero di suoi amici e anche a qualche collega di Accademia. Ecco quello che succede quando un uomo è veramente innamorato».

«Fermi l’immagine!!», urlò Petrov di spalle e guardando in alto verso il proiezionista.

«Vede questo gruppetto? Lo osservi attentamente. Si tratta del ricevimento che ogni anno si svolge nel grande salone centrale del Defence College a Roma. Alla destra di suo fratello c’è il Maggiore Knud Pedersen, un cittadino danese molto amico di Luca. Studi minuziosamente il suo fascicolo perché è l’unica persona… insieme a suo padre… che potrebbe far saltare l’operazione e capire che lei è un impostore. Esattamente tra due settimane si terrà a Roma un grande evento e, al termine della serata, con una cerimonia solenne, verranno assegnati gli incarichi, con le rispettive destinazioni, agli ufficiali che hanno concluso brillantemente il corso in Accademia. Dalle informazioni in nostro possesso sappiamo che Knud Pedersen sarà assegnato al Nato Military Committee di Bruxelles. Aleksej, questo non deve assolutamente accadere!!», esclamò perentorio un accigliato Petrov.

Poi, assumendo un contegno che si addiceva più ad un professore universitario che ad una spia, riprese la sua lezioncina.

«Adesso osservi bene quell’uomo in alta uniforme alla sinistra di Luca. È il suo Comandante, il Generale Fabian Lefevre. La lista assegnazioni incarichi è in suo possesso!!».

Aleksej si girò verso Petrov annuendo con la testa, facendo intendere che aveva capito perfettamente la situazione.

«Bene… adesso veniamo al punto!! La sua missione sarà quella di sostituire la lista originale con una copia altrettanto perfetta che le forniremo noi al momento opportuno. Quella cerimonia sarà la sua unica e irripetibile occasione per scambiare le due liste. Troverà l’originale nella cassaforte del Defence College di Roma, che lei dovrà aprire con destrezza. Si trova all’ultimo piano, nella camera privata del comandante Lefevre. È posizionata dietro un quadro che raffigura la battaglia di Waterloo. Sono veramente dei romanticoni questi francesi, non crede?».

Aleksej lo interruppe bruscamente: «Devo scassinare una cassaforte? Ma non so proprio come potrò riuscirci. Non ho nessuna competenza e poi… in così poco tempo… è praticamente impossibile riuscirci. Sostituire mio fratello è un conto… ma una cassaforte…».

«Maggiore, lei non deve preoccuparsi di nulla. Sarà istruito a puntino, non tema. Noi abbiamo i migliori specialisti del settore e ne conosciamo la marca e il modello. Stia pur certo che non sarà quella cassaforte a fermarla. Se seguirà alla lettera le nostre istruzioni non le capiterà nulla di spiacevole… neppure alla sua famiglia».

Improvvisamente il volto di Aleksej diventò paonazzo. Era livido di rabbia e sembrava che la sua ira potesse esplodere da un momento all’altro. Desiderava prendere a pugni Petrov e spegnergli quello stupido sorrisetto di compiacimento che aveva stampato sulle labbra. Si trattenne con fatica, guardò negli occhi il suo avversario e con tono di sfida gli disse: «Petrov, questa è la seconda volta, in due giorni, che mi minaccia. Lasci in pace la mia famiglia. Lo ripeta ancora una volta e… spia o non spia… la uccido».

Aleksej era sul punto di alzarsi quando Irina intervenne stringendogli forte la mano e lo guardò preoccupata pregandolo di rimettersi a sedere. Aleksej sapeva di non avere altra scelta, cercò di calmarsi e scivolò lentamente sullo schienale della poltrona.

«Continuiamo pure!!», ordinò Petrov senza dare troppo peso a quella sfuriata improvvisa e il film riprese a scorrere esattamente dal punto in cui era stato interrotto.

CAPITOLO QUARTO

Sochi

12


Sdraiato sul lettino, a bordo piscina, Aleksej non riusciva a rilassarsi ma cercava di elaborare una strategia, trovare una via d’uscita al casino in cui, volente o nolente, era andato a cacciarsi.

La settimana al «Covo» era stata istruttiva sotto molti punti di vista.

Aveva finalmente imparato ad aprire una cassaforte (o almeno, così gli sembrava) e apprezzato l’allenamento con le arti marziali (anche se il suo istruttore, a causa del poco tempo, si era concentrato solo su alcuni colpi difensivi particolarmente efficaci). Infine, la curiosità e la pratica per un piccolo aggeggio, poco più grande di un pacchetto di sigarette, gli consentiva di poter fotografare e filmare qualunque documento, anche quelli riservati e top secret.

Petrov aveva notato i suoi incredibili progressi fatti in una sola settimana di addestramento intensivo e, soddisfatto, l’aveva spedito a Sochi, sul mar Nero, in compagnia di Irina e Skubak, i suoi angeli custodi.

Ora alloggiavano al Rodina Grand Hotel, nello stesso albergo a cinque stelle dove aveva soggiornato Luca, anche se solo per pochi giorni. Alla reception non avevano fatto alcuna fatica a riconoscerlo e quello era stato il primo test a cui si era sottoposto volentieri.

Al personale dell’Hotel aveva giustificato la sua improvvisa partenza raccontando delle sue fantastiche escursioni sulle montagne intorno a Sochi, in compagnia della sua bella fidanzata. Raccontò di aver approfittato del bel tempo di giugno per raggiungere in treno Sebastopoli ed ammirare da vicino la Flotta russa del Mar Nero. Adesso lui e Irina erano ritornati a Sochi per assistere alla regata velica di fine giugno: tra i partecipanti figurava un loro caro amico russo ed erano l per fare un gran tifo.

A Yuri, il simpatico ed efficiente concierge dell’albergo, chiesero se fosse stato possibile riavere la loro vecchia suite. Furono subito accontentati e Yuri li accompagnò personalmente alla camera 107, al secondo piano, con vista sul mare. Gli disse che erano stati fortunati perché a giugno, periodo di bassa stagione, i clienti facoltosi erano ancora pochi, ma prevedeva una buona affluenza di turisti per quel fine settimana, richiamati dal fascino della regata velica.

Aleksej e Irina gli lasciarono una congrua mancia, disfecero i bagagli e, dopo essersi rifocillati, andarono in giro per le stradine di Sochi. Passeggiarono mano nella mano, come una vera coppia di innamorati, cercando di farsi notare come semplici turisti occasionali. Fino a quel momento tutto era filato liscio. Aleksej era stato riconosciuto come Luca e sul lungomare avevano fatto amicizia e scambiato alcune frasi in inglese con altre coppie in vacanza, per lo più di turisti tedeschi e inglesi.

Quando raggiunsero lo splendido Mareport non poterono fare altro che ammirare i mega yacht super lussuosi che qualche riccone russo, di Mosca o San Pietroburgo, vi aveva ormeggiato.

Aleksej, conversando amichevolmente con Irina di politica, le aveva manifestato tutta la sua delusione per com’erano cambiate velocemente le cose in Russia. La caduta del muro di Berlino lo aveva fatto sperare in un futuro migliore per il popolo russo. Di poter godere, finalmente, della libertà di esprimere apertamente le proprie idee, di contestare partiti e governo senza correre il rischio di essere incriminati e condannati per reati d’opinione. In quel momento non parlava da militare ma si sentiva un comune cittadino ed esternava sinceramente i suoi valori, gli ideali che mamma Maria gli aveva trasmesso fin da piccolo.

Purtroppo, oligarchi e militari erano riusciti a conquistare il vertice del potere e solo qualche parvenu, che si era arricchito con oscuri traffici, aveva provato ad arrampicarsi li dove non doveva, ma era stato subito rimesso in riga. Tutti gli altri, soprattutto quelli che si ostinavano a combattere il sistema, erano stati costretti ad espatriare o languivano chissà dove, in qualche cella umida e buia, a ripensare alle loro scelte avventate.

Ma non confidò ad Irina quello che serbava veramente nell’animo. Era quasi certo che questo nuovo centro di potere si serviva dell’apparato dell’SVR anche per scopi illeciti e che, pur di raggiungere gli obiettivi prefissati, non si sarebbero fatti scrupolo ad uccidere altri cittadini russi. Se qualcuno avesse indagato o semplicemente protestato avrebbero opposto il segreto di Stato e sbandierato la scusa della sicurezza per la Patria.

Aleksej sospettava che dietro l’SVR si nascondesse un’elite di poche persone e aveva intenzione di scoprirne i nomi. Probabilmente ne faceva parte anche qualche generale, amico personale di suo nonno Andrej, a cui avrebbe chiesto aiuto per mettersi sotto la sua ala protettiva. Pensò che quello fosse l’unico modo per mettere al sicuro sé stesso e la propria famiglia dalle mire omicide di Petrov. Ma fino a quel momento non aveva fatto sensibili passi in avanti e quelle idee erano rimaste semplici congetture, fantasiose supposizioni. Tra l’altro, Irina si era dimostrata un’alleata poco collaborativa e ancora non era riuscito a mettersi in contatto con suo nonno.


13


Un improvviso scroscio d’acqua lo inzuppò quasi completamente. Proveniva dall’interno della piscina. Aleksej reagì istintivamente scattando in avanti fino a sedersi con le gambe divaricate sul lettino. Era stato uno scherzo di Irina che adesso lo invitava a tuffarsi in acqua per fare il bagno insieme. Da qualche tempo il Maggiore la guadava con occhi diversi.

Avevano fatto l’amore innumerevoli volte e aveva la sensazione che, in altre circostanze, avrebbe potuto innamorarsene follemente, così come era successo a suo fratello Luca. Era una donna di una bellezza sconvolgente, tanto bella da togliere il fiato. Se ne stava li ferma, sorridente, appoggiata con entrambi i gomiti sul bordo della piscina, immersa nell’acqua fin al collo. Era quasi impossibile resistere ai suoi splendidi occhi color verde smeraldo. Capiva di non essere immune al suo fascino ma cercava di frapporre una certa distanza affettiva, allontanarsi quel minimo necessario per evitare di farsi travolgere dai sentimenti e dalla passione. Sapeva fin troppo bene che Irina era una spia spietata, forse la più spietata di tutto l’SVR, e che non avrebbe esitato neppure un attimo a farlo fuori, se e quando Petrov le avesse dato l’ordine.

«Allora pigrone, ti butti in acqua oppure no? Non abbiamo mica tutto il giorno… sbrigati che dobbiamo andare in un posto. Skubak ci aspetta tra un’ora al porto. Ci porta a fare un giro con la sua barchetta a vela… sai è un vero fanatico del mare… non sai quello che ha dovuto fare per farla arrivare fino a Sochi. Con la scusa della gara velica ha convinto Petrov che sarebbe stata un’ottima copertura ed ora è quasi sempre giù a Marport a lucidarla. Sembra quasi che tenga più a quella cosa che a qualsiasi altra donna con la quale l’ho visto uscire insieme durante tutti questi anni in cui abbiamo lavorato all’SVR».

«Skubak ha una barca a vela? Non finite mai di stupirmi voi due».

Aleksej si tolse la maglietta bianca con il logo e la scritta Nike stampata al centro e mise in mostra i suoi possenti muscoli, frutto di anni di allenamenti come giocatore di hockey. Irina lo guardò estasiata, ammirata. Poi entrambi si avvinghiarono immergendosi completamente e sfidandosi a chi tra i due avrebbe resistito più tempo sott’acqua, trattenendo il respiro. Entrambi si sentivano attratti come due calamite e facevano fatica a staccare i loro corpi come se appartenessero l’uno all’altra.

Giorno dopo giorno quella finzione si stava trasformando in una realtà troppo pericolosa.

Dopo un ultimo bacio decisero che fosse giunto il momento di risalire in camera e qui la loro passione riprese il sopravvento. Saltarono il pranzo, fecero una doccia veloce e scesero mano nella mano nella hall dell’albergo. Sembravano una vera coppia di innamorati, teneri e affiatati. Avevano dalla loro la giovane età, la bellezza e la prestanza fisica e difficilmente potevano passare inosservati.

«Come arriviamo al porto?», chiese Aleksej riluttante, «facciamo una passeggiata di cinque chilometri o mi porti in spalla?».

«No. Andiamo con quella!!».

Irina indicò il piazzale dov’era parcheggiata una Harley-Davidson 883 Sportster Custom, di colore nero e tutta cromata.

«Prendi questo casco e metti in moto. Vediamo come i giovani di San Pietroburgo sanno far divertire una bella ragazza moscovita», aggiunse ironicamente.

Aleksej la guardò divertito, Irina riusciva quasi sempre a metterlo di buon umore. Salirono entrambi in sella, allacciarono i caschi e partirono a spron battuto per le strade di Sochi. Erano entrambi impazienti e curiosi di incontrare Skubak per vederlo all’opera a bordo della sua barca a vela. Al loro primo incontro non gli era sembrato affatto un lupo di mare ma Aleksej, dopo aver frequentato per qualche tempo l’SVR, aveva imparato a non stupirsi più di nulla.

«Quella è la Cattedrale dell’Arcangelo Michele», gridò Irina nella speranza di farsi sentire da Aleksej e di superare in decibel il rumore del motore Harley che la sovrastava. Questi con un cenno della testa fece segno di aver capito e diede gas costringendo Irina ad abbracciarlo ancora più forte temendo di cadere sull’asfalto. Ebbero il tempo di girare quasi tutta Sochi. Arrivati a Marport (il porto di Sochi) si avviarono a piedi sulla banchina costeggiando una lunga fila di piccole e grandi imbarcazioni.

«Irina… Aleksej… sono qua… venite… da questa parte…».

Skubak si sbracciava per farsi notare dai due che, nel frattempo, si erano fermati ad ammirare da vicino uno splendido yacth super lussuoso. Il mare era leggermente ondoso e spirava una buona brezza mattutina ma non faceva ancora troppo caldo come in estate e la temperatura era piacevole. Quel posto meritava sicuramente la sua fama e per i russi era un ideale luogo di villeggiatura.

Skubak li accolse con un grande sorriso.

«Prego signori… toglietevi pure le scarpe e… accomodatevi sulla mia modesta barchetta. Nulla in confronto a quella che avete ammirato prima, ma fa pur sempre la sua bella figura con quelle della sua classe».

Quindi salirono sulla barca a vela, una Rivetto di circa 7,5 metri, con a poppa un piccolo motore Suzuki da 4hp. Aleksej rimase di sasso quando lesse il nome sulla barca. Si chiamava «Maria», esattamente come sua madre, ma non ebbe il tempo di profferire parola che Kostja già lo interrogava con aria divertita: «Sei appassionato di mare o di montagna?».

«Ma… non saprei… magari entrambi» rispose Aleksej a quell’insolita domanda, indirizzando lo sguardo verso una perplessa Irina.

Kostja, imperterrito, li incalzò con altre domande: “Vedete tutte quelle montagne che circondano Sochi? Ci si possono costruire i migliori impianti sciistici e un giorno qui si disputeranno le olimpiadi invernali…». Questa inaspettata previsione futuristica suscitò l’ilarità degli ospiti.

Aleksej, mentre ancora rideva divertito, lo interruppe bruscamente: «In un posto di mare le olimpiadi invernali? Sei veramente un tipo strano Kostja… sei completamente matto».

«Vedrete… vedrete… un giorno mi darete ragione e allora ricorderete queste miei profetiche parole. Ma ora mettetevi comodi che vi mostro quello che sa fare la mia barchetta». Accese il motore e lentamente si diresse verso l’uscita del porto. Giunto in mare aperto spiegò le vele e si mise al timone. Irina, intanto, si era sdraiata a prua, approfittando di quella relativa calma per farsi cullare dalle onde del mare. Si era svestita quasi completamente ed era rimasta solo con reggiseno e mutandine di pizzo bianco trasparente. Skubak, appena si rese conto di non poter essere visto dalla collega, fece segno ad Aleksej di avvicinarsi e gli passò rapidamente un bigliettino.

Poi, con una scusa, gli chiese di scendere nel pozzetto a prendergli la carta nautica. Aleksej rimase per un attimo perplesso, insospettito da quell’insolito comportamento amichevole, ma decise comunque di attenersi alle sue istruzioni.

Scese nel pozzetto, aprì il bigliettino e ne lesse il contenuto con un misto di curiosità ed eccitazione.

«TUO NONNO TI ASPETTA QUESTA SERA ALLE 20. CATTEDRALE DELL’ARCANGELO MICHELE. MI OCCUPERO» IO DI IRINA. GETTA IL BIGLIETTO IN MARE».

Aleksej era raggiante. Finalmente nonno Andrej era riuscito a mettersi in contatto con lui.

La prima volta che aveva conosciuto Skubak non gli aveva fatto una buona impressione e nella settimana in cui avevano frequentato insieme il «Covo» il loro rapporto era andato progressivamente peggiorando, fin quasi a detestarsi a vicenda. Adesso, inaspettatamente, riceveva il suo aiuto.

Durante la gita in barca Aleksej si comportò nervosamente. Si chiedeva qual era il vero ruolo di Skubak in tutta quella faccenda.

Doveva considerarlo un amico o un nemico? Faceva il doppio gioco e voleva farlo cadere in trappola oppure era sinceramente intenzionato a dargli una mano?

Ma nonostante le incertezze e i troppi dubbi era comunque deciso ad andare fino in fondo; doveva recarsi all’appuntamento con il nonno e capire se poteva aiutarlo.

Dopo circa due ore Skubak invertì la rotta e fecero ritorno al porto di Sochi.

«Ragazzi, spero che il giro in barca vi sia piaciuto. Sabato ci sarà la regata velica e mi auguro che entrambi sarete al porto a fare il tifo per me e la mia Maria».

“Certamente Kostja, non vedo come potremmo mancare”, disse Irina con tono conciliante, soddisfatta per essere riuscita finalmente ad abbronzarsi un poco.

«Aleksej… prima di andare… che ne diresti se questa sera passiamo insieme qualche ora nel locale qui in centro. Irina ti dispiace se te lo rubo per un po’. Mi occuperò personalmente del nostro amico».

Aleksej fece un cenno di assenso con la testa e gli disse: «Certo Kostja, molto volentieri, così potrai raccontarmi com’è nata la tua passione per le barche a vela».

«Va bene», ribatté indispettita Irina, «ma ricordatevi che abbiamo ancora una missione da concludere e non restate in piedi fino all’alba ad ubriacarvi. Domani abbiamo molte cose da fare. Aleksej sei ancora indietro con i meccanismi di apertura di quella fottuta cassaforte. In ogni caso farò rapporto a Petrov».

«Bella e dannata», sentenziò Skubak strizzandole l’occhiolino e per nulla intimidito dalla sua velata minaccia.

«Maggiore, ti aspetto alle 19.30 nella hall dell’albergo», disse ad Aleksej prima di scomparire all’interno del pozzetto della barca.

Irina, furiosa, si avviò da sola verso l’uscita di Marport, seguita da tergo da Aleksej. Salì in sella della Harley-Davidson intenzionata, questa volta, a guidarla e a non fare da passeggera. Non indossò il casco perché desiderava godere del piacere del vento tra i capelli. Aleksej si accomodò dietro, la strinse forte e dopo averle appoggiato le labbra sul collo cominciò a stuzzicarla con teneri e piccoli baci.


14


All’ora prefissata Aleksej scese nella hall. Si era vestito in modo impeccabile, tipico per una serata mondana da trascorrere con un amico.

Trovò Skubak già lì ad aspettarlo seduto su di un divanetto mentre sorseggiava un the. Si era presentato con largo anticipo e la tensione tra i due era palpabile. Salirono su un’Audi A4 SW di colore argento e si diressero con andatura moderata verso il centro città. Irina, nel frattempo, aveva assistito a tutta la scena dal balcone e quando perse la visuale dell’auto rientrò in camera e cercò di mettersi in contatto con Mosca.

Desiderava comunicare con Petrov per avere nuove istruzioni.

Il suo istinto le consigliava di non fidarsi di Skubak. Il collega stava deliberatamente contravvenendo ad un esplicito ordine di Petrov: Aleksej doveva essere controllato a vista solo da Irina, quella era la sua missione. Era stato affidato a lei, a lei soltanto, e se fosse capitato qualcosa ad Aleksej ne avrebbe pagato di persona le conseguenze. A Sochi Skubak aveva solo un ruolo marginale, nulla di più.

Quell’improvvisa e non concordata uscita notturna rischiava di mandare all’aria l’intera operazione e settimane di preparazione.

Skubak fermò l’Audi A4 nei pressi della Cattedrale di San Michele, e fece scendere il Maggiore Aleksej. «Dirigiti fino in fondo alla navata principale. Giunto al pulpito troverai tuo nonno Andrej».

«Tu non vieni con me?», domandò preoccupato Aleksej.

«No… ho altro da fare. Devo accertarmi che Irina non ci abbia seguito e che sia ancora in camera, in hotel».

Con uno strattone richiuse lo sportello dell’auto e ripartì lentamente, lasciandolo solo davanti al sagrato della chiesa. Aleksej rimase immobile per un attimo e si mise ad osservare quella splendida Cattedrale. Un caratteristico colore arancio illuminava tutte le navate esterne e le guglie in alto. S’incamminò con circospezione verso l’entrata. Il grande portone principale era chiuso. Provò a spingere una piccola porta laterale. Questa si aprì cigolando leggermente. Quando fu all’interno della chiesa si mise a scrutare in ogni direzione con fare circospetto. Nessuna anima viva era in giro e la chiesa sembrava completamente deserta. Solo la figura di un prete che camminava rapidamente tra le panche servì a rasserenarlo un poco.

Con passi lenti ma decisi Aleksej si avviò verso l’altare.

Il silenzio era quasi assordante mentre la bianca luce delle candele illuminava i grandi affreschi religiosi alle pareti. Giunto al pulpito all’improvviso un rumore attirò la sua attenzione. Si fermò di scatto e dalla penombra vide sbucare una figura maschile. Riconobbe immediatamente le sembianze di Andrej, suo nonno, e tirò un grosso sospiro di sollievo. Fino a quel momento la tensione lo aveva quasi immobilizzato e lunghi brividi gli avevano percorso la schiena. Aleksej notò che anche il viso di Andrej era teso: entrambi erano consapevoli che in quel momento stavano correndo un grande pericolo e stavano mettendo in pericolo anche la vita di Luca.

Nonno e nipote si abbracciarono calorosamente. Finalmente, dopo tanti anni, una piccola parte della famiglia si era faticosamente riunita.

«Nonno… sono così felice vederti. In queste settimane ho cercato in tutti i modi di contattarti, ma senza successo. Pensavo che Skubak mi avesse teso una trappola ma invece eccoti qui, in carne ed ossa. Sei tanto invecchiato dall’ultima volta che ci siamo visti».

«Parla piano», lo riprese il nonno, «qui non siamo del tutto al sicuro da occhi e orecchie indiscrete. Comunque spero che tu non abbia raccontato alla mamma di essere venuto di nascosto a Mosca alla veglia funebre di nonna Olga».

«No… certo che no!! Non ti preoccupare, non sa nulla e comunque mi sono sempre guardato bene dal confessarlo. Temevo e temo tutt’ora una sua sfuriata. Ho trasgredito ad un suo ordine preciso e tu sai quanto questo possa farla infuriare».

Andrej annuì col capo e si accomodarono insieme sulla prima panca che trovarono.

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