
RACCONTI DI FANTASMI
(nella serie “Il Gioco in un’Altra Realtà”)
PREMI del libro e dei racconti inclusi:
• “OLIMPO LETTERARIO” 2012
(Lega degli Scrittori dell’Eurasia, 2012)
• “L’OMBRA dell’UCCELLO” 2021, EDGAR A. POE
(l’Unione degli Scrittori Russi e “Repubblica Letteraria”)
• “CASO N…” 2021, Alfred HITCHCOCK
(l’Unione degli Scrittori Russi e “Repubblica Letteraria”)
• “RACCONTI per ADULTI” 2022,
E. T. A. HOFFMANN e H. Chr. ANDERSEN
(il Club Letterario Aperto “Risposta”)
• “SCRITTORE del XXI secolo” 2022, N.V. GOGOL
(l’Unione degli Scrittori Russi e “Repubblica Letteraria”)
• “RACCONTI del XXI secolo” 2022, H. Chr. ANDERSEN
(l’Unione degli Scrittori Russi e “Repubblica Letteraria”)
• “IL PESCE ROSSO” 2022
(l’Unione degli Scrittori Russi, 2022)
• “QUESTO E’ AMORE!” 2023, O. HENRI
(“Repubblica Letteraria”)
PREFAZIONE
D. Nemelstein: “Sull’Amore e sulla Morte dalla Terra delle Nebbie”
Il libro di racconti filosofici e mistici di Alessandra Kriuchkova “Racconti di fantasmi” (sull’Amore e sulla Morte dalla Terra delle Nebbie) è come uno scrigno di gioielli: ogni pagina contiene qualcosa di unico e, leggendo le storie, i lettori troveranno sicuramente il proprio! Anche coloro che non sono oppressi dalla passione per la mistificazione e accolgono con scetticismo i discorsi sull’Aldilà, rimarranno affascinati dai significati, abilmente intrecciati dalla scrittrice nel tessuto di una narrazione affascinante. Questi racconti non solo riflettono un alto livello di abilità nella scrittura, ma irradiano la Luce della saggezza nascosta e sono pieni dell’Amore Divino.
Curiosamente, ho incontrato Alessandra durante il seminario di poesia di Eugeny Rein alla Scuola dei Laureati di Booker a Milano nel 2012, dove, di conseguenza, Eugeny Rein ha annunciato Alexandra Kryuchkova la vincitrice del corso di poesia (ha ottenuto il medaglio “Autunno d’oro” di Sergio Esenin e un attestato per l’edizione gratuita del suo libro da parte dell’organizzazione moscovita dell’Unione degli Scrittori Russi).
Nello stesso luogo, a Milano, Alexandra è stata premiata anche nel corso di prosa dallo scrittore Victor Erofeev, che ha presentato ai seminaristi il suo romanzo “Il Libro della Conoscenza Segreta”, che apre la serie “Il Gioco in un’Altra Realtà” di Alessandra.
“Racconti di fantasmi” completa armoniosamente la serie. L’idea di riunire queste storie in un libro è ammirevole: tutti i personaggi principali sono già fantasmi. Dopo essersi trasferiti nell’Aldilà insieme all’autore del libro, si ritrovano in una lunga e lenta coda verso la Cancelleria del Cielo, situata nella Città del Sole, dove ognuno verrà informato del proprio destino futuro. Per passare il tempo e riscaldare l’anima, i fantasmi accendono il falò, gettandovi dentro le storie delle loro vite terrene. Per volontà del Signore, la scrittrice, un ascoltatore delle storie, alla fine torna dalla Città del Sole sulla Terra per scrivere a memoria i “Racconti di Fantasmi” e passarli agli esseri umani.
Non è per caso che il libro sia composto da diverse parti. Organizzato secondo il principio dalla Terra al Cielo, conduce lentamente il lettore sempre più in profondità nel Mondo Sottile, fino al luogo in cui il pianeta Terra è visto come un punto appena distinguibile nell’Abisso della Mente Cosmica.
“Amami ora!” è una raccolta di storie d’amore filosofiche, unite dal rimpianto e dal rimorso dei personaggi principali per non aver potuto vivere realmente l’opportunità dell’Amore loro concesso. Le ragioni sono diverse, ma il risultato non può essere cambiato: l’amore inespresso “rode” le anime, le trascina nel Passato, dove non possono mai più tornare. È possibile realizzare i sogni in una realtà postuma?
Il racconto “Un ospite” fa esplodere la mente con un banale tè… con la Morte. Il racconto “Un nome da gatta” merita il massimo elogio: non è solo toccante, il lettore non avrà alcun dubbio che sia raccontato da… un cane devoto al suo padrone!
“Il Padrone dei Destini” contiene storie sconvolgenti su coloro che si credono Dio: maniaci perversi e mentalmente svegli – assassini a sangue freddo e prudenti – commettono crimini senza un rimorso di coscienza. L’incredibile capacità della scrittrice di penetrare la mente dei maniaci culmina nell’agghiacciante racconto, in puro stile hitchcockiano, “Mirtilli rossi”, e colpisce il lettore all’istante, facendogli temere non solo le paludi, ma anche i mirtilli rossi!
“Lo Specchio rotto” sono racconti mistici nello spirito di Edgar Allan Poe sulle apparizioni di fantasmi, ognuno sorprendentemente imprevedibile nella sua trama. La geografia dei fenomeni è vasta: Londra, Parigi, Roma, Praga, Mosca, New York…
Ovunque appaiano i fantasmi – in uffici moderni o in case abbandonate, che stiano passeggiando nel parco vicino al Louvre o rilassandosi in una località balneare in Italia – cercano l’opportunità di completare una situazione incompiuta durante la loro vita terrena, che li perseguita dopo la morte, oppure accorrono in aiuto di parenti e persone care ancora in vita.
Le storie sono così toccanti che non lasciano il lettore senza empatia: lui cerca involontariamente una via di salvezza per i personaggi principali, trovandola insieme a loro e per se stesso. Ed ecco un altro capolavoro: un racconto commovente, “La casa vicino alla stazione”, su una casa di legno abbandonata, in cui più di una generazione di fantasmi si riunisce per bere il tè, giocare a scacchi e rivivere momenti felici del passato. È la parte centrale del libro che rappresenta la porta d’accesso ad un’Altra Realtà.
“A Natale sul Ponte Kuznetsky”, “La Torre Oscura” e “I Sogni della Vecchia Laterna” contengono storie degli abitanti del Mondo Sottile: anime non ancora incarnate, ma in preparazione all’incarnazione; disincarnate, ma desiderose di una realtà fisica, così come storie di altre creature, ad esempio, come il “Corvo Nero”, che funge da Guardiano nella Terra delle Nebbie, e personaggi di fiabe e altre forme-pensiero. Qui si coglie l’influenza di H. Chr. Andersen ed E. T. A. Hoffmann, O. Wilde e A. S.-Exupéry, e la perla di questa raccolta, a mio parere, è la fiaba “Ninfea”, ristampata tre volte e amatissima dai lettori.
Il libro “Racconti di fantasmi” include sia racconti inediti che già pubblicati (vedi libri “Credi nei fantasmi?” e “Ninfea”), che hanno ricevuto recensioni positive dalla critica letteraria anche dopo la loro prima pubblicazione. Il famoso poeta e scrittore Alessandro Karpenko ha giustamente paragonato i racconti di Alessandra Kriuchkova ai thriller mistici di Edgar Allan Poe (giornale “Poetograd”, n. 12 (113), 2014).
Questi racconti hanno ricevuto i seguenti premi letterari: “L’ombra dell’Uccello” di Edgar Allan Poe e “Caso numero…” 2021 di A. Hitchcock (Organizzazione della città di Mosca dell’Unione degli Scrittori Russi, NP “Repubblica letteraria”, 2021), “Racconti per adulti” di H. Chr. Andersen e E.T.A. Hoffman (Il club letterario “Risposta”, 2022), “Olimpo letterario” (Lega degli scrittori eurasiatici, 2012), ecc.
Una caratteristica sorprendente della prosa di Kriuchkova è la totale assenza di un confine tra la realtà terrena e quella dell’Altro Mondo: leggendo, a volte non ci accorgiamo nemmeno che i protagonisti sono già passati nell’Aldilà! E tutti i personaggi – decisi e non tanto, romantici e prudenti, amorevoli e odiatori, intelligenti e ingenui, felici e infelici, ricchi e poveri – hanno una cosa in comune: sono mortali e, fondamentalmente, all’improvviso.
Lo spirito mistico è magistralmente coniugato dalla scrittrice con la routine quotidiana e gli eventi reali dell’epoca. Così, dietro la trama di “La città delle piogge” si cela un panorama inquietante dell’esplosione delle torri gemelle di New York l’11 settembre 2001. Il racconto “Plutone bloccato” parla di un’epidemia di COVID-19.
Nel racconto “Disincarnata” sentiamo un’eco della II Guerra Mondiale. Il fantasma di una donna, membro di una rete d’intelligenza segreta stabilitasi in Italia durante gli anni della guerra, con insistenza materna, da mezzo secolo cerca il figlio, evacuato in Siberia presso un orfanotrofio.
Il romanzo breve “Buona Notte” ricrea un’immagine del ritmo frenetico della vita e del ricambio nei circoli imprenditoriali di Mosca nei sinistri anni ‘90, quando c’era richiesta di individui senza scrupoli come Sign. Saccosoldi, che derubava il proprietario di un’azienda di mobili, e l’innamorata Oksana, pronta a tutto per denaro, che ha venduto facilmente la sua amica al committente dell’omicidio.
Anche l’immagine del Signor Maialino (nel racconto “Una pelicola fotografica”) è piuttosto notevole, convessa e brillantemente tratteggiata dalla scrittrice con evidente sarcasmo. Vediamo un funzionario statale, che è riuscito a passare con successo dall’epoca sovietica all’epoca dei cambiamenti radicali: così come ha ricevuto le sue “mance” sotto forma d’interessi e tangenti, continua a riceverle. E non morirà mai, perché i Maialini sono immortali…
È sorprendente che molte storie raccolte in questo libro siano state create da Alessandra quando era adolescente, sono così ben sfaccettate. Scritte con colori pastello, liriche e tenere, contengono una leggera tristezza e una comprensione non infantile della bellezza del mondo, in cui l’Amore Divino prevale su tutto. Una parte considerevole del quale è prodotta dalla scrittrice stessa, come se fosse rimasta a vivere sulla Terra all’età di un’adolescente.
Tuttavia, il personaggio del suo “Addio all’infanzia” ha ragione: “Il Tempo non esiste. È condizionato e relativo. Imparerai a gestire il Tempo quando capirai che non importa quanti anni hai sulla Terra, l’importante è chi ti senti di essere…”
Sì! Guardare il mondo attraverso gli occhi dei bambini, essendo adulti, è un dono del Creatore.
Dopo aver letto il libro, si ha la sensazione che la scrittrice osservi costantemente e attentamente i suoi personaggi – e persino il lettore! – non di lato, ma come dall’Alto, da diverse altezze, ora avvicinandosi a loro, ora allontanandosi, ma senza mai lasciarli… come il loro angelo custode.
Comunque, rispondendo alla domanda “Credi ai fantasmi?”, citerò la saggia “Lettera dalle Tavole Astrali”, inclusa nel libro “Racconti di fantasmi”:
“Certo, mio caro amico…, nella mia vita ci sono stati anche altri casi inspiegabili legati alle persone passati nell’Aldilà, ma devo confessare a Lei che più del resto mi sono sempre preoccupata del rapporto tra i vivi, perché è ciò che trasforma alcuni di noi in fantasmi…”.
Dmitry Nemelstein,
poeta, scrittore, storico,
membro dell’Unione degli Scrittori Russi
La rivista “Figli di RA” No.1 (194), 2022, “Gorky-Media”
N. Abrashina: “A. Kriuchkova sulla sete d’amore”
“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio…”
Matteo 5:8
Nessun libro che abbia mai letto ha suscitato in me una gamma d’emozioni così ampia come “Racconti di fantasmi” della serie “Gioco in un’altra realtà” di Alessandra Kryuchkova: le storie incluse nella raccolta sono così diverse e sfaccettate, quasi tutte con un finale imprevedibile!
Gli eroi del libro, ahimè, sono fantasmi. Tutti hanno vagato per il mondo, amato, compiuto azioni buone e cattive, commesso errori e provato sensi di colpa. E un giorno, lasciando il mondo dei vivi, si sono ritrovati in un’Altra Realtà, dove condividono le loro storie terrene e celesti con l’anima della scrittrice, trasportata dalla terapia intensiva all’Altro Mondo, ma che per volontà dell’Onnipotente presto tornata sulla Terra. La sete d’amore, a mio avviso, è il filo conduttore principale del libro e, nonostante la “fantasmacità” degli eroi, si tratta di un amore terreno, poiché l’amore divino è presente in abbondanza per tutti, sia nel libro che nella scrittrice. Leggendo, si ha la sensazione che Alessandra ami non solo la maggior parte dei suoi personaggi, ma anche ognuno di quelli ancora in vita, e si preoccupi per tutti noi, affinché un giorno non ci ritroviamo al posto di uno o dell’altro fantasma, rimpiangendo le opportunità perse nella vita, come la maggior parte degli eroi del libro si rende improvvisamente conto che “la vita è finita, e non siamo riusciti a fare qualcosa di molto, molto importante…” (“Lo Specchio rotto”).
E sembra che la voce della scrittrice, che si trasforma in un urlo, risuonerà per sempre come una campana dalla sua Altra Realtà, nel nome del risveglio di tutti coloro che sono ancora vivi sulla Terra: “E dalla disperazione e dalla mia impotenza, il dolore non fa che moltiplicarsi ad ogni mio ritorno! È il dolore di un fantasma che non riesce né a riscrivere il passato, né a consolarsi in esso, né a ritrovare la persona persa per poter dire la frase più importante e banale, ma in qualche modo mai pronunciata in tempo, ‘TI AMO!’” (“Dove ci siamo più”)
I personaggi di Kriuchkova si pentono troppo tardi di esser stati troppo frettolosi nel sbarazzarsi dei propri cari – scambiavano meschinamente il calore delle loro anime con beni materiali (“Il Plutone bloccato”, “Danza Bianca”, “Kailash”, “Un canarino”).
Vorrei sottolineare un fenomeno raro nella realtà moderna: il dono di sé, non ricevere l’amore altrui, ma esprimere il proprio. Questo è ciò che conta sia per i personaggi principali che per la scrittrice stessa.
“Ora, ripensando a questi episodi, mi chiedo perché non diciamo parole gentili ai nostri cari, non li sosteniamo nei loro momenti di tristezza. <…> Probabilmente la amavo, ma avevo paura di ammetterlo a me stesso. Avevo paura delle responsabilità e di perdere la mia indipendenza…” (“Kailash”)
Nel racconto “Un nome da gatta”, la domanda posta dal protagonista, un cane, è assolutamente deliziosa: “Perché le persone, che a differenza dei cani hanno il dono della parola, non sono in grado di comprendere se stesse e gli altri, solo per essere felici?”
Sì, l’amore: ecco cosa conta di più per la scrittrice, non le fiabe del suo racconto, ma la verità! E “la verità si rivela all’uomo solo nell’amore e attraverso l’amore” (Padre V. Shpiller). Nonostante che “Vera sognava l’amore, non i film horror” (“Uno scenario”), il destino perseguita quasi tutti i personaggi, e le tragiche conseguenze per il destino di coloro che hanno ignorato i segnali di “Stop!” lungo il cammino, né, al contrario, alcuna felice coincidenza “casuale”, come affermato nei racconti “Sulle rive del Tamigi”, “La Città delle pioggie”, “Uno scenario”, “Kailash” e “Una pellicola fotografica”.
La scrittrice potrebbe davvero essere entrata nell’Altro Mondo, aver visto fantasmi e persino aver conversato con loro? “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”, disse Cristo ai suoi discepoli nel Sermone della Montagna. Cosa significano queste parole? “I puri di cuore” sono persone sincere, veritiere e altruiste con il cuore aperto, in cui non c’è spazio per egoismo e orgoglio, pensieri viziosi e impuri, invidia o condanna. I loro cuori sono pieni d’amore, misericordia e mitezza. Dio è invisibile, ma può essere visto nelle Sue azioni (energie), nelle Sue rivelazioni e nelle immagini accessibili all’uomo. Le persone che sono gentili e umili di cuore, che hanno ricevuto il dono della chiaroveggenza e dei miracoli durante la loro vita, sono in grado di contemplare Dio “con gli occhi del cuore”. Oltre ai santi, i bambini possiedono il dono di vedere il Signore, perché i loro cuori puri sono aperti, sinceri, senza maschere e incapaci di mentire. I bambini sono spesso i protagonisti dei racconti di Alessandra Kryuchkova (“Dai, forza!”, “Guerrieri della Luce”, “Il Sigillo”, “Uno scenario”, “La Ragazza e il Mare”, “La Ragazza e il Gatto”, “Addio all’Infanzia”, “Il Sogno della Vecchia Lanterna”, “Una Scala verso il Cielo”). Talvolta, i personaggi adulti sono immersi nei ricordi della loro infanzia (“La Casa vicino alla Stazione”, “Un Pianoforte”, “Dove non ci siamo più”), a testimonianza dell’importanza di questo periodo per la scrittrice. Tuttavia, la sua infanzia non viene presentata al lettore come un periodo senza nuvole. Echeggia le tristi fiabe di Hans Christian Andersen e la parola “morte” è chiaramente presente. Attraverso le varie variazioni sul tema della profonda solitudine, emerge l’ovvio: il dolore di perdere le persone più care, l’incapacità di trovare comprensione negli altri e, di conseguenza, volgere lo sguardo al Cielo (“Ninfea”, “Una Scala verso il Cielo”, “Guerrieri della Luce”, “La Ragazza e il Mare”, “La Ragazza e il gatto”).
Di particolare importanza, a mio parere, è il laconico racconto “La Ragazza e il Gatto”, la cui protagonista è una bambina che ha perso i genitori. Il suo punto di non ritorno in una strana e fredda città terrena diventa il punto di transizione verso un’Altra Realtà, ma nel suo cuore sente ancora: “…le parole crudeli di qualcuno, sull’inutilità dei pazzi che credevano nei fantasmi… Qualche anno dopo, avendo viaggiato per tutta la Terra, la Ragazza e il Gatto non trovarono un posto per loro, perché ovunque arrivassero, c’era sempre chi negava l’esistenza dei fantasmi e chi demonizzava i gatti neri. Allora la Ragazza e il Gatto decisero di partire per la tormenta di neve per trovare il punto in cui la Terra si univa al Cielo.”
Tuttavia, il fatto che una ragazza rimasta orfana di genitori abbia avuto accesso al Mondo Sottile non sorprende, poiché l’Altra Realtà, di cui Alessandra scrive fin dall’età di dodici anni (vedi la datazione dei suoi racconti), esiste, e i bambini – esseri puri di cuore e senza peccato – sono in grado di vederne le manifestazioni, compresi i fantasmi. E leggendo il libro, mi sono convinta sempre di più che, nonostante l’età anagrafica, la scrittrice sia rimasta la stessa bambina nell’animo.
“Sembrava che la sua tragica esperienza di vita, molto più grande della mia, avrebbe dovuto trasformare all’istante qualsiasi creatura in una vecchia, tuttavia Katya rimase giovane, una bambina nell’anima…” (“Kailash”)
“Il Tempo non esiste. È condizionato e relativo. Imparerai a gestire il Tempo quando capirai che non importa quanti anni hai sulla Terra, l’importante è chi ti senti di essere…” (“Un Addio all’infanzia”)
Leggere le “fiabe” di Alessandra Kriuchkova è un piacere. La scrittrice sa essere concisa, combinando profonde riflessioni filosofiche con una narrazione semplice e trame originali. Tuttavia, “Racconti di Fantasmi” è un libro per adulti. E la classificazione 18+ è assolutamente appropriata, poiché i racconti assolutamente terrificanti, con echi di serie poliziesche e persino di thriller di Alfred Hitchcock, del capitolo “Il Padrone dei Destini” (“Mirtilli rossi”, “Congelata”, “Uomo sportivo”, “Due femmine”, “Stanchi morti”), descrivono casi di malattia mentale, abusi fisici e crudeltà patologica. Due omicidi sofisticati dello stesso capitolo – “Un ospite notturno” e “Nata morta” – sconvolgono l’anima, e la facilità con cui i crimini vengono commessi è sciocchante (“Un Caffè”, “Il Vento dei cambiamenti”, “L’Unione intergalattica degli scrittori”, “Buona notte!”).
È terrificante rendersi conto che queste storie sono tratte dalle nostre vite (“Congelata” mi ha ricordato la rivelazione di un personaggio della serie televisiva di V. Pozner “L’uomo con la maschera”, e “Buona notte” mi ha ricordato i confronti degli anni ‘90). Alessandra Kriuchkova non esita a mostrare la complessità del mondo senza abbellimenti, come confermato nell’Epilogo, al ritorno sulla Terra, quando la scrittrice si rivolge al lettore: “Vuoi sapere se sono nera o bianca… In questo Mondo, non esiste, non esisteva e non esisterà mai il Nero separatamente dal Bianco. Sono bianca e nera allo stesso tempo, proprio come te…”
Dobbiamo però ricordare che i protagonisti di queste storie sono già comparsi davanti al Giudizio Universale, e ognuno di noi un giorno comparirà davanti allo stesso Tribunale. Non fraintendete questo libro, non offre una ricetta moralistica per una vita “corretta”. Il lettore è invitato a decidere da sé quale strada intraprendere. Ma in ogni racconto si percepisce il dolore della scrittrice per gli altri e un grido silenzioso: “Fermati! Pensaci!”. E non solo alla morte, ma anche se l’aiuto che offriamo sia sempre benefico: è necessario prevedere le potenziali insidie. E attenzione a ciò che si desidera: le sue tragiche conseguenze sono davvero imprevedibili (“Un Desiderio”, “La Tata”, “Il Padrone dei Destini”, ecc.).
“Victor stava accanto al suo corpo, disteso senza vita su una poltrona di pelle nera, inzuppato di sangue.
— Cos’è successo qui? – borbottò. – Non ricordo niente… Come? Perché? Qual’è il motivo?
All’improvviso, apparve la Tata. Lanciò un’occhiata pesante ad Irina, prese il signor Orlov per mano e lo condusse via in silenzio… dentro lo Specchio…” (“La Tata”)
Le apparizioni di fantasmi a coloro che sono ancora in vita sulla Terra, descritte da Alessandra Kriuchkova, sono già state più volte paragonate alle opera di Edgar Allan Poe da altri recensori, con i quali concordo pienamente (D. Nemelshtein sulla rivista “I figli di Ra” n. 1 (194) / 2022 e A. Karpenko sul giornale “Poetograd” n. 12 / 2014).
Tuttavia, l’ambientazione singolare del libro è occupata da storie ambientate nell’Altro Mondo (vedi le raccolte “La Torre Oscura” e “Lo Specchio Rotto”). Fantasia? Sì, ma è proprio qui, oltre al racconto “La Torre Oscura” con le parole profetiche di Kriuchkova sui laboratori biologici e all’autoironia del “Tempio, o Quando le Fate Muoiono”, che si trova il culmine del libro: un vero capolavoro, “Un Mago”, una perla nella collana della saggezza. Citarlo è inutile: “Ogni anima ha i suoi compiti!”. Va letto per intero, e sono sicura che lo ricorderete per il resto della vostra vita! Tuttavia, ogni “fiaba” è un destino unico con un finale completamente imprevedibile! Permeati da una sete di vita e d’amore, i “Racconti di Fantasmi” ci vengono chiaramente tramandati da un’Altra Realtà come un invito a riflettere sui veri valori, sulla responsabilità delle nostre azioni e parole e, soprattutto, sullo spreco del nostro tempo sulla Terra, un tempo originariamente destinato all’amore. Grazie e complimenti all’autore!
Nina Abrashina,
scrittore, medico, membro dell’Unione degli Scrittori Russi
Il giornale “Notizie letterarie” n. 3 (213), 2023
P. Guldedava: “Il premio N.V. Gogol 2022”
“– Mi hanno nominato il tuo Angelo Custode! –
sorrisi, spiegando le mie ali bianche come la neve”.
A. Kriuchkova, “A Natale sul ponte Kuznetsky”
Proveniamo tutti dal Cosmo, ma non tutti rimaniamo con le nostre ali bianche come la neve.
A prima vista, a giudicare dai titoli, il libro di Alessandra Kriuchkova “A Natale sul ponte Kuznetsky” è una raccolta di racconti ortodossi. Senza dubbio, questi racconti, in un modo o nell’altro, affondano le radici nell’infanzia ortodossa dell’autrice e sono anche legati ai ricordi dei suoi ritiri nei monasteri e carichi del suo amore per il Monte Athos greco, ai confini del quale Alessandra Kriuchkova ha vissuto d’estate per molti anni già da adulta. Ma non trarre conclusioni affrettate, lettore! Le opere degli scrittori mistici vanno oltre gli stereotipi convenzionali. In generale, concordo con la vittoria della scrittrice del premio N.V. Gogol del concorso “Scrittori del XXI secolo” (Organizzazione della città di Mosca dell’Unione degli Scrittori di Russia e “Repubblica Letteraria”, 2022), sebbene il titolo quasi gogoliano “Natale sul ponte Kuznetsky” sembri avere meno a che fare con il mio stimato N.V. Gogol (“La notte prima di Natale”, “Serate in una fattoria vicino a Dikanka”) che con “Una peccatrice” e “Un iconografo”, anch’essi presenti nel libro.
Tutto inizia con l’affascinante gatto Barsik, un angelo e un diavolo, che appaiono quasi contemporaneamente nella sala di terapia intensiva durante la morte clinica del protagonista – il racconto “Dio, Barsik e il borsch” – e immediatamente l’autore incuriosisce il lettore con la domanda sul suo scopo, come se chiedesse: perché sei venuto sulla Terra?
“Forse servire Barsik è la mia missione sulla Terra. Forse Barsik è il motivo per cui sono ancora viva? O forse… servire i Barsik? Chissà quanti gatti potrei salvare nella mia vita, mentre ne ho salvato solo uno…”
“Ho quattro nipoti, sarebbero persi senza di me qui! Chi cucinerà il mio borsch per loro?”
“– Io? Una suora?! – Lyudmila si rabbrividì al solo pensiero. – Mi stai dicendo che non sono destinata a trovare l’amore terreno?”
Ricordiamo la domanda sull’amore terreno e sulla partenza per un monastero, dato che il racconto finale “È ora di andare in vacanza sul Monte Athos” è in realtà la risposta, ma l’autore conduce abilmente il lettore in Paradiso lungo le Scale senza saltare i gradini, perché “Ogni anima ha la sua missione sulla Terra. Se non la completi, non potrai continuare il tuo viaggio in Paradiso”.
Dopo “Barsik” il lettore è inconsciamente preparato allo sviluppo della linea del monachesimo romanzata dall’autore, ma nel racconto “Una peccattrice” l’immagine del prete-ubriaco distrugge all’istante l’illusione di santità e ricorda i personaggi di N.V. Gogol. Così, nella settimana più rigorosa del digiuno pasquale, “Dopo una piccola colazione a base di uova strapazzate, un paio di panini al formaggio e salsiccia e, solo per caso, ricordandosi di portare anche il Vangelo e la croce, il parroco, padre Alexey, andò lentamente a confessare una certa parrocchiana, Pelageya, che stava morendo di una malattia terminale… Ciò che la donna morente gli aveva raccontato fino a quel momento non interessava particolarmente al prete, anzi, russava un po’…”
Nella storia del padre prodigo, che alla fine non ha assolto mai i peccati della madre di suo figlio, che lui stesso aveva abbandonato in balia del destino, Alessandra Kriuchkova capovolge letteralmente tutto, cambia le idee stereotipate del lettore su peccato e santità.
“– Ma fra poco, quando gli ho detto che avremo avuto un figlio, mi ha proibito di darlo alla luce.
— Figlio? – Padre Alexey aggrottò la fronte e cominciò a giocherellare con il Vangelo.
— Sì, grazie a Dio, non ho preso almeno quel peccato sulla mia anima! Dopotutto, non ci siamo mai sposati. Il mio sposo si è spaventato, mi ha scambiata per la figlia di un ricco ed influente funzionario. E mio figlio esteriormente è una copia di suo padre, e gli ho dato anche il suo nome – Alexey.
<…> Quella stessa sera, Padre Alexey lasciò la tonaca a casa e andò con gli amici in una taverna. Avendo bevuto molto, la mattina dopo saltò la liturgia e passò l’intera Settimana Santa con gli amici, ricordando la Passione di Cristo senza separarsi dalla bottiglia.”
La situazione, descritta dalla scrittrice dall’esterno, senza commenti personali, è brillantemente portata a una conclusione caustica: “A Pasqua, <…> portando con sé il vino della chiesa, Padre Alexey si recò alla tomba della defunta ed incontrò un bel giovane al cancello del cimitero. Il prete riconobbe immediatamente il figlio, ma il figlio non avrebbe mai riconosciuto il padre, visto che aveva un aspetto troppo brutto…”
È audace? Sono d’accordo, ma ognuno di noi ricorda fin dall’infanzia che “c’è una pecora nera in ogni famiglia”, e ora il lettore inconsciamente si fida della scrittrice: lei guarda la verità negli occhi, per quanto amara possa essere, il che significa che tutto ciò che ci racconta è vero.
In un momento ben scelto, la porta verso un’Altra Realtà si apre leggermente con una storia intricata dal titolo semplice “Nonna”, la cui protagonista prende la decisione di “Morire a Parigi, la città dell’Amore, per mancanza di Amore… la trama di un romanzo, vero?”. La nonna di Alessandra Kriuchkova davvero viveva a Parigi ed era cattolica. Nel racconto, con cautela ed è importante che in anticipo, porta la sua sfortunata nipote in un’Altra Realtà per incontrare il padre, al quale i fantasmi irrequieti si sono già schierati.
“– Padre! Abbi pietà di me! Lo giuro sulla Bibbia, ho fatto molte buone azioni in 200 anni!
Il prete annuì, fece il segno di croce per il collo del fantasma, e quello scomparve immediatamente. Diedi un’altra occhiata al conto alla rovescia del mio tempo terreno: mi restavano 7 giorni. Sì, proprio come avevo programmato. Tuttavia, trascorrere 200 anni nell’Aldilà, come il povero fantasma, non rientrava affatto nei miei piani!
— Ma cosa posso fare qui, a Parigi, in una città straniera per me? Non so nemmeno il francese!!!”
Quante buone azioni vale un pensiero peccaminoso? E cosa faresti in 7 giorni per cancellarlo dalle Tavolette, anche senza aver ancora commesso un peccato? Alessandra Kriuchkova nelle sue opere offre al lettore l’opportunità di mettersi nei panni del protagonista in una situazione estrema per prendere l’unica vera decisione: trovare una via d’uscita dall’Oscurità verso la Luce. Una tecnica interessante è il voto di silenzio della nonna: non pronuncia una sola parola durante l’intera storia, accrescendo l’intrigo della trama. Questa è una storia impressionante sul potere delle buone azioni, indipendentemente da chi o cosa siano rivolte. Inoltre, si può fare del bene anche dopo il trasferimento in un’Altra Realtà, e non si dovrebbe mai disperare o dubitare dell’inevitabile vittoria del Bene sul Male! Vorrei sottolineare che l’imprevedibilità è una delle caratteristiche distintive dell’opera di Alessandra Kriuchkova, e ogni racconto ha il suo tono e la sua atmosfera, il suo sapore di un’Altra Realtà.
“Un iconografo, o il problema dell’alloggio” è un’altra ironia della sorte! Nonostante la serietà della questione, in questa storia, raccontata da un uomo, Alessandra dimostra un eccellente senso dell’umorismo. Se i Santi vi salutano con il dito indice dalle icone e buffi diavoli fanno capolino dalle pareti dell’appartamento vicino chiedendo un bicchiere di cognac, non abbiate fretta di intavolare una conversazione con loro, perché non tutti hanno una suora misteriosa pronta a pregare per la loro scomparsa.
“All’improvviso… una testa di demono trasandata spuntò dalla parete.
— Cognac? – mi chiese il demono.
— I demoni bevono? – gli chiesi sbalordito.
— Certo che no! Annusano! – il demono si aprì in un sorriso da Stregatto e, ridacchiando, mi fece l’occhiolino. – Siamo attratti dalla Terra! Non nutrirci di prana! Ci mancano i corpi fisici, ecco perché ci sistemiamo in corpi ancora vivi!
“Che diavolo!” pensai, non fidandomi molto della creatura cornuta, ma lo invitai in cucina e gli chiesi di raccontarmi cosa stava succedendo lì, in cambio di una bottiglia di Remy Martin.
— Cosa sta succedendo? – rise il demono. – Guerra, fratello!
— Per l’anima della mia vicina? – chiesi.
— No, per tutti!”
In questa storia, il tema della partenza per un monastero si manifesta già in tre modi: due suore e un futuro monaco-iconografo, ognuno dei quali ha un destino unico, perché “Dio opera in modi misteriosi”.
Il racconto “I Cantori, o Guerrieri della Luce”, che segue, spiega al lettore le aspirazioni della scrittrice per i monasteri: due ragazze del coro della chiesa, che cantano a cappella per il Patriarca di tutta la Russia Alessio II durante la divina liturgia nella cattedrale principale del paese, si pongono domande per niente infantili, perché “alla mente curiosa non bastavano già i libri di testo e delle risposte evasive dei preti”, ma trovano risposte diametralmente opposte.
“– Sai, ultimamente ho pensato a Dio, mi sono fatta delle domande e… non riesco a trovare risposte. <…> Mi sento bene in chiesa, la mia anima è calma lì. Ma a volte mi sembra che Dio non esista, e che non ci sia niente dopo la morte.
— Dai! Sento spesso i miei genitori venire a trovarmi. Non li vedo, ma so che sono proprio qui, molto vicini. E mi visitano anche nei sogni! La vita non finisce con un funerale! È solo che nessuno è in grado di contenere nemmeno una Galassia, di conoscerne la struttura ed il disegno. Che Grande Potenza governa l’Universo! Pensi che siamo nati per morire? Incredibile! Immagina: una persona ti parla, pensa, ragiona, e d’improvviso, in un secondo, è morta. Dov’è finito il suo Sé pensante, la sua coscienza? No, Ella, non voglio credere che la coscienza sia svanita per sempre. Non può essere, non tutto scompare con il corpo fisico. Dio esiste, almeno perché me lo sento così.
— Beh, perché Dio manda guai alla gente? Perché ti ha portato via i genitori?
— Come fai a sapere chi manda guai e chi mi ha portato via i genitori? – Alla si rabbuiò. – Probabilmente è stato il Diavolo!
— Quindi, a quanto pare, il Diavolo è più forte di Dio, – sospirò Ella.”
Alessandra Kriuchkova è una vera filosofa della letteratura, prende il lettore per mano coraggiosamente e lo conduce al culmine della lotta tra il Bene e il Male non in un luogo qualsiasi, ma nella diocesi di Dio stesso.
“– Mi convinco sempre di più che Lui non esiste. Oggi, per esempio, sono stati uccisi dei garofani innocenti, e Dio non ha nemmeno opposto resistenza. A proposito, questo è successo nella Sua eparchia, o meglio dire, nella Sua stessa casa, in chiesa!
— La Chiesa chiama tutti a fare il bene, a perdonare e ad amare il prossimo, non a parole, ma con le azioni. Dio è tutto ciò che è buono e perfetto, raccolto in un insieme. Aspirare a Dio significa migliorare se stessi, così il nostro mondo cambierà automaticamente in meglio. No? Tuttavia, le persone vedono macchie in tutti gli altri, tranne che in se stesse. <…> La fede è il filo conduttore e la speranza è il bastone. È più difficile camminare senza il bastone. E senza fede è facile perdersi per strada.
— Belle parole! Ma sono lontane dalla verità della vita.”
Alla, che difende il trionfo delle Forze della Luce nelle dispute con la sua amica, perde non solo l’amica, che muore prematuramente a causa delle molestie del patrigno, ma anche il posto promesso nel coro degli adulti, dato che viene assegnato alla figlia “muta” del sacerdote.
È sorprendente che Alessandra non prenda posizione nelle dispute dei personaggi principali, ma la frase finale della scena in cui tutti loro, per vari motivi, trasferiti in un altro mondo, vengono classificati tra i guerrieri della Luce, testimonia la fede incrollabile nel trionfo della giustizia: “Ciao, guerrieri della Luce! Le Forze Oscure non dormono! Non rilassiamoci per non lasciare la gente dire che il Diavolo è più forte di Dio! Quindi, eccovi i nostri compiti per oggi…”
“A Natale sul ponte Kuznetsky” è affascinante e in parte umoristico, grazie al grottesco: la scrittrice sembra destreggiarsi tra palline di Natale contrastanti sullo sfondo del ripetuto scenario del ponte Kuznetsky e del ritornello del Natale che lo percorre. Le anime incarnate non solo non ricordano i loro accordi prima dell’incarnazione, ma negano anche completamente l’esistenza dell’Aldilà.
“– Ascolta, che fantasmi, Alice? – rise Basilio. – Non c’è niente, tranne il qui ed ora! Ho studiato molta letteratura in tutti gli ambiti correlati! Non hanno trovato né Dio né il Diavolo!”
È interessante che il tema della partenza per un monastero venga qui resuscitato già con inevitabilità e suoni come la campana a martello della penultima incarnazione, nonostante che “Natale” sia forse la storia più sensuale della scrittrice che canta un’Altra Realtà.
“– Dio, che bellezza! Immagina! Tutto ha un corpo solido!!! Non una sorta di visualizzazione o ologramma, come facciamo noi!
<…> Entrammo nella stanza, Basilio accese la luce fioca e finalmente crollammo in un ampio letto… dieci anni dopo. Chi l’avrebbe mai detto! <…> Il sesso dopo una certa età è come sentirsi a casa, non c’è nulla di sconosciuto e timido, e non c’è bisogno di stabilire record per il Guinness dei primati, ci si accetta per quello che si è, semplicemente godendosi il fatto che siate entrambi vivi e sani, insieme qui ed ora, e che possiate non solo essere teneri, ma anche parlare apertamente. <.>
— Andrò in un convento e pregherò per persone come te! E poi ci incontreremo a Natale sul ponte Kuznetsky, già come fantasmi! E ti vergognerai di non credere in noi stessi!”
Più in alto sui gradini della Scala verso il Paradiso, sempre più vicino si avvicina l’epilogo. “Il Tempio, o Quando le fate muoiono” è una fiaba per adulti sul tentativo di una fata di riscrivere il destino di un uomo d’affari convinto da un rappresentante delle Forze Oscure a demolire il tempio per costruire un casinò. Sapete quando muoiono le fate? Alessandra Kriuchkova, sorprendentemente, riesce brillantemente a descrivere l’esistenza terrena dal punto di vista di un essere celeste, come se vivesse lei stessa in un’Altra Realtà o fosse la stessa fata inviata nel nostro mondo per combattere le Forze Oscure.
L’ultimo racconto, “È ora di andare in vacanza sul Monte Athos”, è il più misterioso, profondamente triste e non più terreno. Ma è in questo racconto che la sete d’amore terreno raggiunge livelli estremi, poiché alla protagonista non resta che recarsi in un monastero sul Monte Athos come ultima incarnazione di tutti coloro che non hanno più diritto all’amore terreno!
“Tutto ciò che esiste sulla Terra appare in Cielo sotto forma di ologrammi, ma è impossibile materializzare un corpo fisico per percepirsi a vicenda. <…> Lui finge di poter avverarsi la favola, ed io fingo di crederci. <…> Improvvisamente mi sono sentita così sola! Quasi nessuno sulla Terra può immaginare cosa significa essere un Guerriero della Luce! <…> L’oscurità si stava infittendo.”
È impressionante che Kriuchkova riesca, con una miniatura (!) su “vacanze” e “viaggi d’affari” sulla Terra, in modo espediente e coordinato con le Forze Superiori, “un frammento di una partita a scacchi di un torneo durato diversi millenni”, a raccontare la struttura dell’Universo, a capovolgere di 180 gradi la visione stereotipata della vita umana e a permettere al lettore di guardarsi da un’altezza dove “gli arrabbiati non ci mettono radici”.
“‘Dormirai nell’Aldilà!’ disse mia nonna, ma si era sbagliata. Si può smaltire la stanchezza solo dormendo sulla Terra!”
I libri di Alessandra Kriuchkova hanno un effetto magico su di me: i dialoghi banali dei personaggi fantastici attenuano la coscienza agitata, e si penetra nel tessuto narrativo, nella sua Altra Realtà, diventando complici di ciò che sta accadendo a tal punto che, quando i personaggi ti raccontano con calma l’impossibile, come se fosse ordinario, credi davvero nella reale possibilità dell’impossibile. La portata universale della scrittrice e lo stile cinematografico della scrittura ci permettono di vagare per le strade della Parigi moderna, ma allo stesso tempo di osservare la costruzione della Torre di Babele e di vedere le rovine di Cartagine, dove l’antico oracolo esamina pensierosamente uno smartphone che tiene in mano, ben sapendo che non è necessario alcun dispositivo tecnico per predizioni miracolose. Alessandra Kriuchkova è una scrittrice unica a modo suo, uno dei classici viventi della letteratura moderna, le cui opere ricordano le preghiere per l’invio di pioggia benedetta e le ali bianche di un angelo custode invisibile, distese su un uomo (o addirittura sull’umanità?!). Tuttavia, la portata di molti scrittori talentuosi e fuori dagli schemi semplicemente non viene notata nella massa degli autori medi, e alcuni non vogliono notarla, perché tutto ciò che li circonda, a prescindere dal loro livello di talento, è il nutriente krill delle balene editoriali. Eppure, la speranza del trionfo della giustizia è l’ultima a morire!
Peter Guldedava,
Scrittore Onorario dell’Unione degli Scrittori di Russia, membro dell’Accademia di Letteratura Russa, Capo Unione Letteraria “Lo Sguardo Fresco”
La rivista “Futurum Art” n. 1 (54), 2023
https://futurum-art.ru/archiv/nomer.php?id_pub=32997
https://reading-hall.ru/publication.php?id=32997
M. Zamotina: “‘I sogni della Vecchia Lanterna’. Fiabe gentili e sagge”
“Ognuno ha la sua casa qui, ma bisogna trovarla
attraversando il Paese delle Nebbie”.
Alessandra Kriuchkova
Si dice che tutti amano le fiabe, sia bambini che adulti. Probabilmente perché questo genere è speciale e magico. Nelle fiabe sono possibili le trasformazioni e le trasfigurazioni più incredibili, i personaggi sono in grado di muoversi in qualsiasi mondo esistente e inesistente, la finzione è inseparabile dalla realtà.
Oggi ci sono molte fiabe. Sia nelle librerie che nelle biblioteche digitali. Naturalmente, nel nuovo secolo, sono comparse nuove caratteristiche nella tradizione fiabesca russa. “Quali sono?” – si chiederà il lettore. Cosa può essere cambiato in una fiaba? Dopotutto, la fiaba è un genere antico, che tutti capiscono. Tuttavia, allo stesso tempo, oggi assistiamo a nuove tecniche stilistiche, nuovi soggetti e ad una rilevanza particolarmente acuta.
Le storie di Alessandra Kriuchkova, prima di tutto, si distinguono per un’intonazione confidenziale. La scrittrice non sembra inventare nulla, non fantastica, non mente. Non esiste il Paese dei Sogni? O quello delle Nebbie? Certo che esistono. Lo sappiamo per certo. Perché? Perché Alessandra parla a noi, lettori, come se fossimo suoi amici intimi. Ci fidiamo di lei, e questo ci mette in contatto con i suoi personaggi.
Ogni opera letteraria, come quella musicale, ha una sua tonalità. E anche le fiabe di Alessandra Kriuchkova ce l’hanno. Ma la tonalità, così come la musica, deve essere ascoltata. Non ho dubbi che ogni lettore la capirà subito, fin dalle prime righe.
“Un soffice ramo di salice sonnecchiava in un vaso veneziano sul davanzale della finestra, quando una delicata Farfalla apparve su di esso..” (“Il Sogno della Vecchia Lanterna”)
Mentre “Una Scala verso il Cielo” inizia e suona in modo completamente diverso:
“Olesya attendeva con ansia la sua festa preferita, il Capodanno, e come se fosse una festa nuova, in modo che le cambiasse radicalmente la vita. La ragazza era malata da molto tempo, ma i medici le assicuravano che stava per guarire. E come regalo per la festa, come sempre, voleva ricevere un libro sulle stelle…”
Per me, una fiaba è, prima di tutto, uno stato d’animo. Il libro di Alessandra è splendidamente illustrato da lei stessa. E se la parola e la visione della parola coincidono, allora è uno stato d’animo speciale! Alessandra Kriuchkova, sia come scrittrice che come artista, non è meticolosa nei dettagli, il suo mondo è luminoso, elegante, gentile e molto semplice nella percezione. Questo è incredibile! I suoi quadri sono luminosi ed eleganti. Allegri e gentili. E così comprensibili! Allo stesso tempo, le fiabe di Alessandra non possono essere definite tele colorate e statiche. Tutto in esse è in movimento. Nel movimento dei pensieri e dei sogni.
È molto importante che i nuovi mondi fiabeschi di Alessandra Kriuchkova, e ce ne sono alcuni in questo libro, siano accessibili a noi lettori. Così come ai suoi personaggi. E non ci chiediamo nemmeno perché ciò che è apparentemente incompatibile nel tempo e nello spazio sia percepito facilmente e naturalmente, poiché Alessandra padroneggia perfettamente le leggi del genere, nelle sue fiabe l’atmosfera di un miracolo ordinario non si oppone alla geografia autentica.
“Il compleanno è una festa triste. È un bene che non capiti molto spesso. Gli ospiti, ripetendo gli stessi auguri di anno in anno, se n’erano già andati. Tuttavia, quella volta Pietro sentì qualcosa di sfuggente abbandonare la sua vita insieme agli ospiti, ma per sempre, e non poteva né fermare né far tornare quel qualcosa. Lasciò il ragazzo solo con l’enorme mondo degli adulti, così diverso da una fiaba, mentre l’orsacchiotto se ne stava annoiato nella poltrona, aspettando che Pietro gli prestasse attenzione, lo accarezzasse e dicesse qualcosa di gentile e affettuoso…” (“Un Addio all’infanzia”)
I personaggi di Alessandra Kriuchkova vivono miracolosamente nella natura. Come nella fiaba “Ninfea”, c’è il fiore stesso e due Ranocchi, il Piccolo e il Grande. Ci sono molti altri personaggi in questa fiaba, la storia inizia solo con una semplice domanda: “Perché sei triste, Ninfea?” È ancora più una parabola con elementi di fiaba.
Ad un lettore adulto, infatti, alcune fiabe possono sembrare parabole. Vedi il dizionario: “Una parabola è un breve racconto in forma allegorica, contenente un insegnamento morale (moralità)”. Vladimir Dal interpretò la parola “parabola” come “insegnamento tramite l’esempio”. Genere epico: una piccola opera narrativa di natura edificante, contenente un insegnamento religioso o morale in forma allegorica.
Forse, non solo “Ninfea”, ma anche “Lago incantato” e “Principe incantato” di Alessandra Kriuchkova possono essere considerati parabole.
Ma il mondo di un bambino è un mondo speciale. Lo sguardo di un bambino è fisso sulle piccole cose. Un bambino ha spesso un’irrefrenabile voglia di creare una fiaba partendo dalle proprie impressioni. “A che scopo?” – chiederà un adulto. E come rispondere? Tutto ciò che riguarda l’infanzia è favoloso. Ciò che per noi, adulti e persone istruite, è un trasferimento di significato, una metafora, un’allegoria, un insegnamento, per un bambino è solo una fiaba.
Il mondo delle fiabe creato da Alessandra Kriuchkova, e non importa chi lo attraversi, un lettore adulto o un bambino, cattura i cuori con saggezza e gentilezza. La natura della fiaba contiene la convenzionalità che ci aspettiamo, accettando i miracoli obbligatori, un attributo necessario del genere. Gnomi, troll, elfi, bacchette magiche che esistono nelle fiabe popolari di tutto il mondo sono familiari e incrollabili. La trama è tutta un’altra storia. Ci sono molte possibilità qui. E Alessandra le usa abilmente.
Le storie di Alessandra Kriuchkova sono molto simpatiche per la loro riverenza e benevolenza. A volte gli episodi delle sue fiabe risultano così realistici, così simili a ciò che accade oggi nella realtà, che vengono percepiti come storie con qualche aggiunta di trame fantastiche. Ad esempio, i personaggi del racconto “La Ragazza e il Gatto Nero” sono le proprietà umanizzate della nostra natura:
“Non tornarono mai più… Forse un giorno li incontrerai, due eterni vagabondi, la Ragazza e il Gatto Nero. Tuttavia, probabilmente hanno già raggiunto la Scala per il Paradiso e si sono uniti alla miriade di stelle che illuminano il tuo cammino…”
Alessandra Kriuchkova è una persona gentile, senza dubbio. E quanto ama i suoi personaggi! E capiamo perché! Sì, noto che la bontà e la fede nella felicità e nella giustizia sono tra le virtù scelte dalla scrittrice. E non impone la sua opinione, ma mostra i suoi personaggi con facilità e libertà nelle circostanze create per loro.
La scrittrice non è una pedante noiosa, ma una persona creativa che organizza con discrezione lo spazio delle collisioni della trama, i colpi di scena, le relazioni tra personaggi, oggetti, fenomeni, lo spazio dei sentimenti, la percezione diretta del mondo fiabesco.
“Comunque, lontano nel Cielo, i gabbiani notarono i contorni di una Città sconosciuta. Si chiesero, ‘Che Città è questa, non sulla Terra, ma nel Cielo?’ Non avevano mai visto una città del genere!” (“La Ragazza e il Mare”)
L’immutabilità della comprensione del bene e del male da parte della scrittrice è facilmente leggibile nelle fiabe di Alessandra Kriuchkova. Lei educa sia gli adulti che i giovani lettori alla capacità di riconoscere il mondo, a percepire la bellezza, ci insegna la fede in una vita buona, saggia e onesta.
“La Ragazza scomparve. Le Rocce non la vedevono più lì, in riva al Mare, al tramonto. Solo il libro lasciato dalla Ragazza su una pietra costiera ricordava loro la sua esistenza”. (“La Ragazza e il Mare”)
Una fiaba ci dà speranza. Se qualcosa non funziona per noi esattamente come in una fiaba, cerchiamo comunque di realizzare i nostri desideri, di far sì che i nostri sogni diventino realtà. A volte, la frenesia delle preoccupazioni e dei problemi quotidiani può farci sentire tristi e soli, e allora una fiaba ci viene in soccorso come un salvagente.
Una buona fiaba è anche un vero Pesce Rosso, e nell’autunno del 2022, a nome dell’Organizzazione della Città di Mosca dell’Unione degli Scrittori Russi, ho conferito ad Alessandra Kriuchkova il premio letterario “Pesce Rosso”, la medaglia “per la creazione di opere fantasy e fiabesche per bambini e adulti”, per il libro “I sogni della vecchia lanterna”.
I racconti di Alessandra sono intelligenti e senza compromessi. Le preziose qualità di gentilezza, armonia, fedeltà e onore presenti nei suoi racconti, così come la condanna del male e del tradimento, troveranno la loro strada verso i cuori di bambini e adulti non solo nel nostro Paese, ma in tutto il mondo.
Marina Zamotina,
Onorevole Operaia della Cultura Russa, Membro del Consiglio Direttivo dell’Organizzazione della Città di Mosca dell’Unione degli Scrittori Russi, Segretaria Esecutiva delle associazioni creative di critici, autori di opere teatrali, letteratura per bambini e ragazzi.
Il giornale “Notizie letterarie” n. 12 (210), 2022
A. Karpenko: “Credi nei fantasmi?”
I racconti lirici di Alessandra Kriuchkova non lasciano nessuno indifferente. Raccontano la cosa più vulnerabile e fragile del destino umano: la formazione e il crollo di una relazione tra un uomo e una donna, i diversi volti della vita in questo e nell’Altro Mondo. I racconti di Kriuchkova sono piuttosto brevi, non più di due pagine, ma quante esperienze ricadono sui loro personaggi!
Alessandra usa l’effetto di un finale “poliziesco”: di regola, non tutto finisce come il lettore si aspetta. L’acrobazia drammaturgica di questi racconti sta nell’interrompere un’emozione e invertirne l’esito. Un esito così invertito a volte evoca nel lettore emozioni opposte e travolgenti.
Delle parti del libro sono scritte nello spirito dei thriller mistici di Edgar Allan Poe. Oggi i fantasmi, ovviamente, non compaiono negli antichi castelli gotici, ma, ad esempio, negli uffici alla moda di note aziende (il racconto “Una lettera”). Vedete, a loro, ai fantasmi, non importa assolutamente dove apparire. L’ambiente circostante non li interessa affatto. Come nelle opere dei secoli passati, sono spiritualmente legati ai luoghi in cui sono morti. Anche se, a dire il vero, preferisco le storie fuori dall’Aldilà: “Un pianoforte”, “Un nome da gatta”, “A domani”.
Senza eccezioni, tutti i racconti di Alessandra Kriuchkova sono scritti con un alto livello artistico di narrazione e drammaturgia.
La biografia creativa di Kryuchkova è piena di sorprese. Ha cominciato a scrivere poesie e prose all’età di 11 anni. E non solo ha cominciato, perché alcuni racconti, vedete le date sotto le storie, sono stati inclusi nel libro, che è l’argomento della mia nota. Questi racconti non solo sono stati inclusi nel libro, ma vi hanno preso il loro giusto posto. Le vecchie opere della bambina prodigio Kriuchkova, incluse nella sua raccolta, furono scritte dalla mano di un maestro, mentre si dice che non ci saranno più Lermontov a causa della presunta “lenta” maturazione della gioventù moderna. Tuttavia, non è così! Quando si leggono i racconti di Alessandra Kriuchkova, non si pensa nemmeno che siano stati scritti da un’adolescente.
Credo che una maturazione così precoce di Alessandra, come nel caso di Lermontov, sia causata dalla morte prematura di entrambi i genitori. La tragica orfanezza non poteva che influenzare la psiche della bambina. Nel caso di Alessandra Kriuchkova, si è trasferita in un genuino interesse per l’Aldilà. Il dramma della vita le ha penetrato presto nell’anima. Come nel caso di Lermontov, tutti sono venuti a conoscenza della prodigiosa Kriuchkova a posteriori, quando era già cresciuta ed era diventata una famosa poetessa.
Sebbene i racconti presentati nel libro siano stati scritti da Alessandra in giovane età, non hanno perso il loro valore originale nemmeno oggi. Eppure, è un peccato che il nostro Paese non si sia curato dei suoi brillanti bambini negli anni 90 del secolo scorso. E che i primi racconti di Alessandra Kriuchkova siano stati pubblicati solo due decenni dopo la loro stesura.
Alessandro Karpenko,
poeta e scrittore russo
Il giornale “POETOGRAD” n. (113), 2014
Grazie
a tutti i personaggi e ai prototipi di queste storie,
inclusi: numerosi fantasmi e tutti gli altri!
Dedico il mio libro ad ogni lettore!
Ed anche ai miei genitori, nonne, nonno e bisnonno,
mio figlio Andrey e la nostra gatta Josephine,
e a tutte le creature e le entità di luce!
RACCONTI DI FANTASMI
PROLOGO. Un’eccezione alla regola
Camminai a lungo in lontananza, in una fitta nebbia infinita, finché all’improvviso mi imbattei in un Uomo.
— Mi dispiace, – mi scusai, cercando di andare avanti, ma mi resi conto che c’era qualcuno anche lì.
— Dopo di me, – disse l’Uomo.
— Cosa intendi? – chiesi.
— La coda…
— Per cosa state facendo la coda?
— Ognuno per il suo.
— E quanto dobbiamo aspettare?
L’Uomo scrollò le spalle. La coda si mosse un po’ più avanti. Iniziai a distinguere delle voci.
— Sai cosa c’è lì? – chiesi.
— No, non lo so, – rispose l’Uomo con indifferenza. – Dicono che ci sia la Città del Sole oltre la nebbia. Tuttavia, non tutti possono raggiungerla.
— Sei dalla Città del Sole?
— Non credo, – sorrise l’Uomo. – Più probabilmente, dalla Prigione del Paese dei Sogni.
La coda si mosse un po’.
— Quindi, sei ateo? – supposi.
— Non più, – sospirò.
Improvvisamente, una Bambina di circa cinque anni emerse dalla nebbia. Corse tra noi e scomparve immediatamente.
— Anche i bambini sono in coda? – chiesi.
— Penso di sì, – rispose l’Uomo.
La Bambina emerse di nuovo dalla nebbia, ma dall’altra parte. Per un attimo si fermò accanto a noi e si voltò verso di me.
— C’è un gatto che mi aspetta lì! E chi ti aspetta?
— Non lo so, – scrollai le spalle.
— Strano! – disse la Bambina pensierosa. – Ci deve essere qualcuno che ti aspetta! Se non ci fosse nessuno ad aspettarti, non saresti qui!
Sorrisi e la Bambina scomparve subito nella nebbia.
Presto raggiungemmo un falò sul ciglio della strada.
— Beh, possiamo rilassarci fino a domattina, – disse l’Uomo.
L’ombra di una Donna si staccò dal fuoco e si avvicinò a me ed all’Uomo.
— Unitevi a noi! – suggerì la Donna.
Io e l’Uomo ci sedemmo vicino al falò. Quante anime c’erano? Comunque, non riuscivo a contarle, la Signora Nebbia chiaramente non voleva che ci vedessimo.
— Cosa stanno gettando nel falò? Non c’è legna! – chiesi all’Uomo in un sussurro.
— Storie! – sorrise.
— E sicuramente ci racconterete anche le vostre, – sorrise la Donna, porgendo tazze di tè da un thermos a me ed al mio vicino.
— Perché… tè e thermos?! – chiesi all’Uomo, senza smettere di sorprendermi di ciò che stava accadendo, quando la Donna si allontanò nella nebbia.
— È più familiare, – rispose l’Uomo con calma, e nello stesso momento una triste voce femminile risuonò dalla nebbia.
— Mi ha detto: “A domani!” – la sentii e rimpiansi di non avere nulla con me per scrivere le storie gettate nel falò dai fantasmi quella notte, ma… se mai dovessi tornare…
***
All’improvviso sentii lo sguardo di qualcuno su di me. Mi voltai e vidi un Angelo.
— Ciao, – sussurrai. – Sei venuto a prendermi?
— Sì, – annuì.
— Le storie del falò continuano, – cercai di protestare, sentendomi a mio agio nella nebbia che nascondeva i volti dei narratori, e stavo per condividere la mia.
— Non ti arrabbiare! – sorrise l’Angelo leggendomi nel pensiero. – Il falò non si spegnerà ancora per molto tempo, e le storie si susseguiranno finché l’ultima anima non lascerà la Terra. Ora devi andare.
Guardai l’Uomo. Per qualche ragione, non volevo dirgli addio.
— Beh, vai, – mi diede una pacca sulla spalla. – Ti troverò più tardi…
— Nella Città del Sole o nel Paese dei Sogni?
— Dovunque sia scritto nelle Tavole, – sospirò l’Uomo.
L’Angelo mi tese la mano e ci allontanammo dal falò.
— Dove stiamo andando? – chiesi.
— Alla Cancelleria.
— E la coda? O…
— No… comunque, ogni regola ha le sue eccezioni.
Uscimmo bruscamente dalla nebbia e ci ritrovammo alla periferia della Città, inondati dal Sole, all’ingresso di un grattacielo. Notai diversi angeli che aggiravano la coda per accompagnare all’interno le anime da loro custodite. Li seguimmo. L’Angelo mi chiese di aspettarlo su una panchina vicino alla porta socchiusa dell’Aula di Tribunale, accanto ad altri come me che aspettavano qualcosa fuori turno.
— Che peccato, – sospirò il Bambino seduto alla mia destra.
— Peccato? Perché? – decisi di chiarire.
— Siamo qui e non lì, – rispose tristemente.
— Perché? – chiesi, non avendo capito cosa intendesse. – E dov’è “lì”?
— Voglio diventare un angelo, – sospirò di nuovo il Bambino. – “Lì” significa nella coda generale. E noi siamo qui… Non c’è quasi nessuna possibilità di diventare angeli da qui.
— Perché no? – chiesi, senza ancora capire nulla.
— Mia nonna diceva sempre che tutti i bambini che lasciano la Terra diventano angeli. Fuori dalla coda, vengono servite solo le eccezioni.
Una testa di demono spuntò dall’Aula.
— Dannazione! Di cosa diavolo state parlando?! State zitti entrambi, eccezioni! In questa Aula inizia la parte più interessante! E non riesco a sentire un bel niente a causa delle vostre chiacchiere!
— Mi dispiace tantissimo, – sussurrai in tono di scusa e mi avvicinai involontariamente alla porta socchiusa.
La Sonata della Luna stava suonando lì, le luci erano abbassate. Fermati in attesa, i giudici erano pronti ad ascoltare. La campana sinistra della Bilancia si inclinò quasi al limite, sebbene contenesse solo un rotolo di demoni giubilanti. Immagini della vita terrena di un’altra anima iniziarono a proiettarsi sullo schermo…
***
Quello udito nell’Aula era scioccante, ma…
— È ora di andare, – mi disse qualcheduno dietro.
Mi voltai e vidi il mio Angelo.
— Nell’Aula? – chiesi per chiarire.
— No, è ancora troppo presto, – sorrise. – Ogni cosa ha il suo Tempo.
— C’è del Tempo qui? – chiesi.
— Sì e no. Ogni cosa ha il suo Tempo. Inoltre, siamo nella Zona di Confine.
L’Angelo mi prese per la mano e tornammo indietro all’istante, nella nebbia, e riuscii a vedere un’altra coda!
L’Angelo mi lesse nel pensiero.
— Questa è una diversa, – rispose, – per coloro che scendono sulla Terra.
— Ma sono venuta da lì, vero?
— Sì e no. È stato deciso di Sopra che dovresti tornare urgentemente nel tuo corpo. Come eccezione alla regola.
— È per questo che mi hai fatto uscire dalla coda per la Cancelleria?
— Giusto!
— E quel Bambino che vuole diventare… un angelo, è anche lui un’eccezione?
— Sì, lo è anche lui…
— Quindi non diventerà un angelo. Peccato…
— Ogni cosa ha il suo Tempo, – ripeté l’Angelo.
Ci avvicinammo alla casa con la scritta “Dogana”. Allo sportello del Controllo Passaporti, notai un Corvo Nero che timbrava i passaporti di chi scendeva. Era interessante notare che coloro che erano in coda per la Terra differivano per densità e per età, e si poteva intuire la professione dall’abbigliamento dell’anima. Ce n’erano di tutti i tipi, in quella coda!
— Quindi è tutto predeterminato? – chiesi al mio Angelo.
— Non tutto, altrimenti che senso ha scendere? – sospirò ed aggiunse: – Aspettami qui! Devo concordare una cosa con il Guardiano di Frontiera.
Mi sedetti su una delle panchine lì vicino, circondata da diverse anime.
— Chiedo scusa, – mi rivolsi all’anima più vicina di distanza, – perché sei quasi trasparente mentre la maggior parte di quelli in coda sono abbastanza densi?
— Sembra che tu sia qui per la prima volta, – sospirò. – Sono un’anima inquieta, e loro vanno ad incarnarsi! Essendo attratti dalla Terra, torniamo indietro.
— Hai anche tu un passaporto?
— Certo.
— Hai bisogno di un visto per la Terra?
— Certo.
— Ma perché? – rimasi sorpresa. – Perché torni?
— Io personalmente? Torno per aiutare. E in generale, ognuno ha la sua ragione.
Sentendo la nostra conversazione, alcune anime inquiete volarono silenziosamente verso di me.
— Sembri un’eccezione alla regola! – esclamò una di loro con gioia. – Vuoi che ti raccontiamo le nostre storie? Le condividerai sulla Terra quando tornerai!
— Sì, che lo voglio! – annuii.
***
Notai il mio Angelo uscire dalla Dogana. Mi avvicinai a lui, ma inciampai e… no, non caddi, volai da qualche parte verso il basso, attraverso un muro di nebbia, e finalmente crollai a terra nella foresta.
Mi alzai e mi guardai intorno. La foresta cupa, avvolta in una fitta foschia grigio-blu, sembrava spaventosa. Alberi alti si ergevano come idoli, completamente spogli, e non c’era erba per terra, e non si vedeva nessuno. Eppure, sentivo gufi che ululavano, serpenti che sibilavano, strane voci e persino passi da qualche parte lì vicino!
Camminai, senza capire dove né come tornare dal mio Angelo, quando all’improvviso mi imbattei in una ragazza dai capelli rossi con un mantello nero ed un lungo berretto con cappuccio che apparve dal nulla. Sembrava una bella strega, mancava solo la scopa.
— Wow! – esclamò la Ragazza, squadrandomi dalla testa ai piedi. – Scusa! Ho scandagliato lo spazio e non c’era nessuno!
— Mi sono persa. O meglio dire, sono caduta da lì! – puntai il dito verso il cielo. – Mi dispiace!
— Beh, “lì” è un termine sfuggente. Meglio dirmi chi sei? E dove vivi?
— Vivevo sulla Terra, ma all’improvviso sono arrivata qui. Il mio Angelo dice che devo tornare indietro. È quello che hanno deciso di Sopra. E alla Dogana, sono inciampata accidentalmente.
— Ah, sei un’eccezione! Ho capito! Ricorda, le coincidenze non esistono! Andiamo, ti porto alla Dogana. Se fossi un fantasma normale, useremmo il Portale.
Ci allontanavamo nella nebbia.
— E tu… chi sei? – decisi di rompere il silenzio. – Parlami del tuo Mondo! Sono davvero interessata!
— Sai, ognuno ha il suo piccolo mondo qui. In termini comprensibili, similmente al Mondo delle Illusioni, dove vivono le anime incarnate, abbiamo molti paesi, per esempio il Paese delle Nebbie. Confina con il Mondo delle Illusioni. Qualsiasi anima lo attraversa, scendendo o salendo. Molte anime vi rimangono bloccate finché non risolvono i loro problemi sulla Terra. C’è il Paese dei Sogni, un territorio neutrale senza visti, dove tutte le anime possono incontrarsi senza eccezioni. Coloro che sono vicini al Creatore vivono nel Paese della Vera Luce. Alcuni dicono che lì dimorino solo gli spiriti, non le anime. Spiriti, liberi dall’attrazione per la Ruota del Tempo. Tuttavia, questo è vero solo in parte, perché in ogni Paese ci sono diverse Sfere, o Livelli.
— La Città del Sole si trova nel Paese della Vera Luce? – chiesi.
— Sì, hai ragione.
— E dove vivi tu?
— Non lontano dalla Città del Sole.
— Quindi non sei una strega, vero?
— Certo che no, – rise la Ragazza. – Ma ci sono abituata. In una delle mie incarnazioni, sono stata bruciata dall’Inquisizione, anche se non praticavo la stregoneria.
— Mi dispiace… E dove vivono streghe e stregoni?
— Laggiù.
— Sulla Terra?
— Ed anche lì. A proposito, si possono trovare anche nel Paese delle Nebbie, anche se meno spesso che nel Paese dei Sogni, ma non possono entrare nel Paese della Luce. Almeno non dovrebbero.
— Ti manca la Terra?
— No, ma a volte torno alla cappella… Di solito, chi sente la mancanza delle cose terrene, o è in qualche modo attaccato alla Terra, rimane bloccato nel Paese delle Nebbie. Chi raggiunge il Paese della Luce non è più particolarmente nostalgico.
— E cosa fai nel Paese della Luce?
— Lavoro nella Sfera Mentale. Invento formule di antidoti nel laboratorio di uno dei primi alchimisti.
— Allora, le anime non riposano, ma lavorano.
— Servono. Proprio come sulla Terra. L’unica differenza è che da noi servono consapevolmente. Alcune anime considerano addirittura la vita sulla Terra una vacanza. Qualcuno, infatti, scende per riposarsi, qualcuno è in viaggio d’affari.
— Le anime scelgono da sole dove e con chi riposare?
— Quasi sempre da sole, sì. I viaggi di lavoro, ovviamente, non possono essere scelti, ma, in ogni caso, le opzioni vengono concordate con te.
— Allora, sono in vacanza o in viaggio d’affari sulla Terra adesso.
— In qualche modo, sì.
— Quindi i Guerrieri della Luce non sono una favola?
— Certo che no! E cosa fai sulla Terra?
— Scrivo favole. Per adulti.
— Wow! A volte visito la Biblioteca dell’Universo per lavoro. Dovrò trovarti lì e leggere qualcosa!
— Ci sono anch’io? – rimasi sorpresa.
— Certo che ci sei! Tutto e tutti coloro che sono degni di essere sono lì.
— Anche i libri non scritti ancora?
— Sì. Altrimenti, non saranno mai scritti.
— Perché?
— Prima tutto appare qui, e poi sulla Terra.
— Mi racconteresti la tua storia mentre camminiamo verso la Dogana?
— Qualcosa di terreno? O locale?
— Non lo so, ma quella che si trova già nella Biblioteca dell’Universo, – supposi sorridendo, e la Ragazza ricambiò il sorriso.
— Va beh! Ti racconterò della mia Torre Oscura. Anche se ci sono un sacco di storie qui…
***
Il mio Angelo era seduto su una panchina vicino alla Dogana, in attesa. Ringraziai la mia guida dai capelli rossi, che scomparve all’istante. Mi avvicinai all’Angelo.
— Scusa, sono inciampata accidentalmente e caduta nella nebbia, – mi scusai.
— Niente accade per caso. Né qui, né sulla Terra. Ne avevi bisogno per qualche motivo, ed è un bene per te. Ecco il tuo passaporto con il visto di ritorno, tienilo. Tutte le correzioni ed i commenti necessari sono stati fatti nelle Tavole. Andiamo!
L’Angelo si alzò dalla panchina e mi tese la mano.
— Ascolta, – dissi imbarazzata, – mi è stato detto che c’è la Biblioteca dell’Universo da qualche parte qui…
— Non qui, nel Paese della Luce, sì, – sorrise l’Angelo.
— Siamo nel Paese delle Nebbie adesso? – supposi.
— Esatto. Sei già abbastanza brava! – sorrise di nuovo l’Angelo.
— Beh… Dicono che la Biblioteca contenga persino qualcosa che non è ancora disponibile sulla Terra.
— È vero, – annuì l’Angelo. – C’è assolutamente tutto lì.
— È davvero possibile leggere ciò che non è stato ancora scritto? – ero sorpresa.
— Stai ragionando dal punto di vista terreno. Tutto è già stato scritto, ma non sulla Terra, – chiarì l’Angelo. – Quindi, naturalmente, puoi leggerlo. Alcune anime hanno accesso alla Sala di Lettura anche durante la loro incarnazione nel Mondo delle Illusioni. Possono entrare nella Biblioteca e trovare qualsiasi libro, giornale, rivista, qualsiasi cosa ci sia.
— Quella ragazza che mi ha aiutato a non perdermi…
— Karina?
— Sì, Karina, ha detto che sarebbe andata lì a leggere i miei libri. Nel frattempo, non ho ancora un solo libro sulla Terra. Quindi, ho pensato…
— Vorresti visitare la Biblioteca? – l’Angelo mi squadrò.
— Sì, certo che lo farei! A dire il vero, ho paura. E se lì…
— ...non ci sono libri tuoi? – concluse il mio pensiero e sorrise.
— Sì… Vedi, scrivo proprio come… Beh, ugh… come appunti a margine… in un quaderno. Forse rimarrà nel mio quaderno, in un cassetto della mia scrivania, e non vedrà mai la luce.
L’Angelo mi abbracciò e mi condusse nella direzione opposta alla Dogana.
— Niente accade per caso, mia cara anima! Ti rifiuti ostinatamente di credermi sulla parola. Tuttavia, dato che siamo ancora nell’Atemporalità, nulla ci impedisce di rimanerci ancora per un po’. Voliamo!
Scomparimmo nella nebbia e, quando ne uscimmo, mi ritrovai nel corridoio di una gigantesca Sala di Lettura con numerosi scaffali su entrambi i lati. Anime dense e completamente spettrali, vestite con abiti di secoli e di nazioni completamente diversi, cercavano qualcosa, salendo scale o semplicemente camminando nell’aria, volteggiando periodicamente sulle loro scoperte, e alcune erano sedute con i libri a tavoli vicino a lampade e lanterne antiche, bevendo tè o caffè.
Mi voltai verso l’Angelo confusa.
— Ci sono così tanti libri qui! Dove dovrei cercare il mio?
— Qualunque cosa sia veramente tua, ti troverà da sola, – disse, e notai subito un libro luccicante sullo scaffale proprio sotto il soffitto.
Mi guardai intorno in cerca di una scala libera, ma l’Angelo si limitò a sorridere.
— Allunga la mano verso lo scaffale, – disse, ed obbedii, ed il libro volò via dallo scaffale dolcemente, volteggiando verso di noi.
— Questo libro è troppo grande! – sussurrai, riuscendo a malapena a contenere la mia eccitazione. – Deve essere stato sbagliato! Ho solo alcune miniature come schizzi.
— Hai già dimenticato le storie che ti hanno raccontato i fantasmi oggi nel Paese delle Nebbie?
— “Racconti di fantasmi”, – lessi il titolo, ed il libro cominciò a sfogliarsi lentamente.
Sì, l’Angelo aveva ragione. Le storie gettate dalle anime nel falò ai lati della strada nebbiosa che portava alla Cancelleria del Paradiso; i casi degli imputati in tribunale; le confessioni dei fantasmi inquieti sul banco della Dogana ed il romanzo della mia guida dai capelli rossi, che lavorava con antidoti nel laboratorio dell’Alchimista locale… tutto quello mi passò davanti agli occhi!
Solo l’ultima parte del libro, “I sogni della Vecchia Laterna”, includeva in parte i miei piccoli schizzi che avevo già scritto sulla Terra.
***
Dopo aver superato il Controllo Passaporti, al Confine tra il Paese delle Nebbie ed il Mondo delle Illusioni, stavo salutando l’Angelo.
— Promettimi che ci incontreremo qui la prossima volta e che non mi lascerai sola nell’Aula di Tribunale, – gli chiesi.
— Sarò sempre al tuo fianco anche sulla Terra, – mi assicurò sorridendo. – Ma tutti gli angeli diventano invisibili oltre il Confine.
Ero triste e persino spaventata all’idea di tornare indietro. Mi sembrava fosse passata un’eternità dal momento in cui avevo lasciato il mio corpo fisico in ospedale ed ero finita lì.
— Ogni cosa ha il suo Tempo, cara mia, – sussurrò l’Angelo e mi tese la mano. – Beh, andiamo?
Gli presi la mano e gli posi la mia ultima domanda per quella volta:
— Cosa stavi negoziando con la Dogana quando mi hai chiesto di aspettare in Tribunale?
— Ho chiesto loro di non cancellare la tua memoria, – sorrise l’Angelo.
— Così che mi ricordassi di te?
— Così che tu racontassi di noi alla gente.
03–04 settembre 1987
Parte I. AMAMI ORA!
1. Un ospite
Fuori pioveva a dirotto. Una ragazza con un mantello scuro ed un enorme cappuccio stava sulla porta dell’appartamento del mio vicino. I suoi lunghi riccioli neri mi nascondevano il suo profilo.
— Non ti apre la porta, – dissi e la ragazza si voltò rabbrividando. Era bellissima. In particolare, ricordai gli occhi neri come la notte che spiccavano sulla sua pelle candida.
— Il mio vicino è morto ieri, – continuai. – Povero vecchio… Devi essere sua nipote! Ha detto che stava aspettando sua nipote. Che peccato che tu sia in ritardo! Ti amava moltissimo, era orgoglioso di te e parlava sempre di te. Sai, è importante che gli anziani sentano che qualcuno ha bisogno di loro.
La ragazza sospirò, ma non disse nulla.
— Vieni a casa mia, ti sei bagnata, – suggerii, e lei mi seguì in cucina.
— No, grazie, – rifiutando il mio tè, disse lei, – mi scaldo un po’ e me ne vado.
— Come ti chiami? Hai qualcun altro qui, oltre al nonno?
— No, non ho nessuno, – sospirò tristemente, – nemmeno amici.
— Sei così giovane e bella! Hai ancora molto da fare! L’importante è non farsi nemici!
— Nemici, – disse pensierosamente la ragazza. – Non sono così giovane come pensi. Non puoi immaginare quanto sono stanca della mia vita! Lavoro sette giorni su sette, non ho nemmeno un minuto per riposare. Ecco, per una volta, mi sono permessa di venire da te, ma poi… La gente inventa storie su di me, cerca in ogni modo di evitarmi, aggirandomi, mentre non sono affatto quello che pensano di me…
— Cosa fai?
— Aiuto le persone. Tuttavia, il Bene in questo mondo viene spesso scambiato per Male, quindi sono condannata all’odio umano. Non sanno nemmeno quanto li invidio!
— Perché?
— Almeno perché la loro vita è varia e interessante, è gustosa, sai. Riescono a sentirla con ogni fibra del loro animo ed a godersi appieno i piaceri terreni! Non so farlo. Non sono in forma… Non c’è persona sulla Terra che sia così sola! Sono stanca della vita. Mi sento come un fantasma inquieto che non può morire.
— Ascoltami, mia cara! Spesso malediciamo la vita e vogliamo morire. Ma quando la Morte appare all’improvviso alla nostra porta, ci rendiamo conto che la vita è breve, e va apprezzata, perché prima o poi la Morte verrà sicuramente anche a te.
— A me? – chiese la ragazza pensierosamente e il cane comminciò ad ululare nell’appartamento del mio vicino defunto.
— Povero cane! – sospirai. – Il suo devoto amico!
— Devo andare! – esclamò l’ospite e si alzò. – Sono già in ritardo!
— Dove stai andando adesso? – chiesi, seguendola nel corridoio e la ragazza guardò la porta dell’appartamento del mio vicino defunto.
— Sono stata lì ieri, – mi sussurrò, – ma ho dimenticato di portare con me il suo devoto amico…
30 settembre 1997
2. A domani!
Natasha adorava il teatro fin dall’infanzia ed andava alle prime quasi ogni fine settimana. Alta, snella, bionda con gli occhi azzurri, con un insolito potere di attrarre gli uomini, si appena diplomò al miglior istituto teatrale e decise di dedicarsi al palcoscenico. Nel tardo autunno, Natasha interpretò il suo primo ruolo importante. Stanca ma felice, stava camminando verso il camerino, quando improvvisamente qualcuno la raggiunse e la prese per mano.
— Congratulazioni! Sei stata fantastica! – esclamò con entusiasmo Sergio, il direttore del teatro.
— Grazie, – rispose Natasha con calma. – Non mi piacciono i complimenti. A domani!
...Sergio tornò a casa e, non appena varcata la soglia, sentì le solite parole.
— Prova a metterti nei miei panni! Sono così stanca dei tuoi ritorni notturni!
— Stasera c’era una premiera. Lo sapevi. Ti ho invitata, ma hai rifiutato! Natasha era fantastica! Un’attrice davvero talentuosa. Non è quello che pensavo di lei.
— Quella stronza deve averti già confessato il suo amore, ed hai aperto le orecchie, idiota!
— Non parlare così, – lui chiese stancamente.
— Il teatro è diventato tutto per te! Ti importa niente di me e di nostro figlio! Vivi una vita in cui non c’è posto per noi! Appari e scompari come un fantasma!
— Ti sbagli, – cercò di ribattere Sergio.
— Ho ragione! Il teatro è un intrattenimento per fannulloni, una perdita di tempo! Fannulloni! Adorate non fare niente, ed il teatro è il vostro rifugio!
Sergio si voltò silenziosamente e si allontanò nella notte.
…Fuori nevicava. Immerso in pensieri pesanti, lui vagava lungo la strada non sapendo dove. Aveva amato la sua famiglia. E sua moglie, aveva amato. Sergio per la prima volta si rese conto della gravità del verbo al passato! Sì, aveva amato, una volta, perché tutto era scomparso da tempo. Appartamento – casa di campagna – appartamento. Piantare patate. Fare la spesa. Portarla lì. Ritirare da qui. Riparare il rubinetto. Dare i soldi per una pelliccia… Quando aveva cercato di parlare con sua moglie di qualcosa di ultraterreno, lei non gli mostrava alcun interesse. Così, si era ritirato in se stesso e l’unico sfogo per la sua anima diventò quel piccolo teatro sperimentale che aveva recentemente fondato. Il teatro era l’unica cosa che lo teneva sulla Terra. Si immerse nella sua creazione e viveva davvero nel teatro. Sergio si sorprese a pensare che tutto era capovolto: lui era se stesso a teatro ed un attore nella vita reale…
Svoltando automaticamente a destra in un vicolo, Sergio raggiunse il parco giochi e si sedette su un’altalena. Improvvisamente, come se avesse intuito qualcosa, si voltò. Dietro di lui, una ragazza era seduta esattamente sulla simile altalena.
— Natasha! Cosa ci fai qui?
— Non sa Lei che abito lì? – Natasha chiese sorpresa indicando la casa dall’altra parte della strada.
Sergio ricordò di aver prestato attenzione durante il loro colloquio all’indirizzo indicato nel suo CV, ma non le aveva menzionato nulla del quartiere in cui vivevano.
— Scusa, me ne sono dimenticato, – si scusò imbarazzato, – ma perché non sei a casa?
— Ho chiuso la porta fuori e mi sono accorta di aver lasciato le chiavi dentro. I vicini dormono e manca ancora molto a domattina. Sono qui seduta a chiedermi cosa fare…
— Vivi da sola?
Natasha annuì. Lui voleva chiedere qualcos’altro per continuare la conversazione, ma…
— Quando non sappiamo di cosa parlare, è meglio tacere, – Natasha disse all’improvviso. – Senta, che silenzio! Che stelle! Corriamo sempre e guardiamo i nostri piedi. E loro sono sempre lassù, così belle. Ci guardano… Ecco la più luminosa! Quando morirò, raggiungerò quella stella?
— Sì, sicuramente, ma diventerai una stella durante la tua vita! Perché non mi chiedi come sono finito qui?
— E perché dovrei saperlo?
...Sergio aprì la serratura della porta con un ferro che avevano trovato per strada e tornò a casa, dopo aver rifiutato persino una tazza di tè gentilmente offerto da Natasha.
— A domani! – sussurrò con il fiato sospeso a Natasha alla porta.
…E per tutta la settimana tornarono insieme dal teatro, parlando di tutto e di niente. Sembravano essere sulla stessa lunghezza d’onda, comunicare la stessa lingua e capirsi perfettamente. Tuttavia, come al solito, all’improvviso, successe qualcosa che avrebbe reso Sergio felice poco prima, ma…
E per la prima volta lui entrò nell’appartamento di Natasha.
— Mi dispiace di non essere stato invitato, – disse Sergio con un profondo sospiro.
Lei non gli sembrò sorpresa di vederlo in casa e con un gesto lo invitò in cucina. Sergio si sedette su uno sgabello e non sapeva da dove cominciare.
— Oggi ho sognato mia madre, – Natasha si rivolse a lui per prima e, come sempre, con voce completamente calma. – Mi ha detto di vivere qui ed ora.
— Oggi, il medico mi ha detto… ho un cancro.
— Tè o caffè? – chiese Natasha con calma.
— Caffè.
Lei stava accanto al fornello, con le spalle rivolte a lui. Sergio si avvicinò e la abbracciò.
— Un giorno voleremo tutti verso le stelle, tesoro, – disse Natasha a bassa voce, rivolgendosi a lui per la prima volta chiamandolo così, ed aggiunse dando del tu, – C’è un grande mistero in questo, che scoprirai presto.
— È buffo! Mia moglie ha iniziato ad urlare, i miei amici hanno espresso la loro pietà per me. Sei l’unica che… Se solo sapessi…
— Lo so…
— Vorrei… il resto del mio tempo… Beh, – era difficile per Sergio parlare, e lui pensò: “Dio, quanto tempo prezioso sprechiamo nella vita per ogni sorta di inezie!”
Natasha gli passò una tazza di caffè.
— Ti prometto che da domani, – lei gli disse lentamente e chiaramente, come un giuramento, – tutti i giorni successivi saranno i migliori della tua vita!
Sergio prese un sorso di caffè e sorrise. Era un sorriso infantile. Aperto. Gentile. Felice…
In quel momento squillò il telefono di Natasha. La sua amica stava partendo per un viaggio d’affari e chiese Natasha di ospitare il gatto nero per un paio di giorni.
— I gatti sono fantastici! Soprattutto quelli neri! Basta che non ti attraversino la strada! Va beh, cara mia, devo andare, – disse Sergio facendo l’occhiolino a Natasha, posando la tazza sul tavolo. E già alla porta si fermò e chiese di nuovo con voce speranzosa, – Allora, a domani?
— A domani! – annuì Natasha con un sorriso.
Sergio se ne andò cantando una canzone per bambini. Improvvisamente si sentì completamente felice per la prima volta.
Non si rividerono mai più. Quella notte era investito a morte da un’auto mentre attraversava la strada tornando a casa…
11 febbraio 1994
3. Vestiti bianchi
Due fantasmi, un uomo e una donna, erano seduti in un caffè in riva al mare.
— Sai, una volta ho incontrato il mio primo amore qui, su questa spiaggia, – disse il fantasma dell’uomo con un sospiro.
— Quando è stato?
— Non importa, in una vita passata… Non avrei mai pensato di tornare da queste parti!
— Allora, come vi siete conosciuti?
— A quel tempo sognavo di incontrare la mia Unica e la desideravo allegra e vestita nei colori chiari. Le ragazze vestite di nero mi infastidivano, evitavo il colore del lutto ad un miglio di distanza e desideravo buttarmi a capofitto nella piscina del divertimento inebriante e dell’amore spensierato.
— Il tuo primo amore, per farti dispetto, ovviamente, è apparso in nero?!
— Al contrario… stavo prendendo il sole sulla sabbia calda ed ascoltavo il rumore delle onde, quando ho notato una figura snella con un lungo abito bianco traslucido che si muoveva verso di me lungo la riva del mare. Quando la ragazza si è avvicinata, ho guardato il suo bel viso ed i suoi riccioli biondi, sormontati da un cappello di paglia, ed ho capito che il mio sogno si era avverato!
— Ti ha detto che non eri l’eroe del suo romanzo?!
— Perché sei così..? Tutto era molto romantico. Abbiamo iniziato ad incontrarci in spiaggia la mattina, nuotavamo e prendevamo il sole, a volte andavamo in montagna e passavamo le serate in un caffè. Lei mi sembrava molto allegra, aveva un eccellente senso dell’umorismo. Ero affascinato da lei.
— Come si chiamava?
— Non mi ha mai detto il suo nome. Mi ha suggerito di inventarmene uno.
— E che nome hai scelto per lei? La ragazza in bianco?
— Non importa…
— Allora perché vi siete lasciati?
— Figurati, in quella vita ero troppo giovane e stupido!
— Dai! Non può essere così!
— Una notte, mentre guardavamo le stelle sul molo, all’improvviso mi ha chiesto se credevo nella vita dopo la morte. Scacciavo ogni pensiero sulla morte, e parlarne mi disgustava, inoltre, non credevo né alla realtà postuma, né ad ogni sorta di… fantasmi! Ho risposto qualcosa e suggerito di cambiare argomento, ma la mia compagna si è rattristata. Allora le ho detto categoricamente: “Ascolta! Sei sempre stata allegra e divertente, e mi sono innamorato di te perché sei così! Indossi abiti bianchi! Non voglio vedere una signorina triste che contempla la morte accanto a me!” E lei mi ha confessato che, in realtà, pensava alla morte quasi sempre, perché sei mesi prima del nostro incontro i suoi genitori erano morti in un incidente aereo. Da allora, aveva indossato solo abiti bianchi, perché nel paese, dove erano stati in viaggio d’affari, il colore bianco significava lutto.
1997
4. Danza bianca
Ivan invitò Inessa in un bar. Lui era il Direttore Generale di una famosa azienda, mentre lei era solo una studentessa del quinto anno di una delle migliori università del loro paese.
— Mi dispiace, non ti credo! – Ivan concluse la conversazione categoricamente. – Forse tra cinque o dieci anni…
— E cosa farai, tra cinque o dieci anni?
Lui scrollò le spalle.
— Va bene! – sorrise lei. – Diventerò anch’io il Direttore Generale, per dimostrarti che non mi interessano i tuoi soldi. E poi, se vuoi, mi troverai tu stesso.
E con un abito rosso acceso, così bella, audace, giovane, Inessa lo lasciò.
***
Fuori dalla finestra si vedeva la stessa neve ed un cielo grigio e sconsolato. Faceva molto freddo, anche se la TV aveva promesso un forte riscaldamento. Ivan era di cattivo umore. Succede sempre così quando il sole tramonta, e la vita non riserva più piacevoli sorprese da molto tempo. Come al solito, essendo in ritardo per il lavoro, Ivan mise la sua auto in moto, attraversò l’arco fino al lungofiume, accese gli indicatori di direzione, aspettando l’occasione per infilarsi nel flusso continuo. Sbadigliando, lanciò un’occhiata al cartellone pubblicitario e… non credette ai suoi occhi!
Ivan scese dall’auto, dimenticandosi di spegnere gli indicatori di direzione, prese le sigarette e ne accese una, con lo sguardo fissato sul cartellone con la scritta “TI AMO!” – c’era solo quella scritta ed il volto familiare della ragazza con un vestito rosso acceso! Mentre lo guardava, in un batter d’occhio gli tornarono in mente gli eventi delgi ultimi cinque anni. Ivan era diventato grigio e non era più il Direttore Generale né di quella famosa azienda né di nessun’altra, mentre Inessa era sbocciata…
Lui la trovò senza alcuna difficoltà. Inessa invitò Ivan ad un ristorante.
— È così che sono diventata DG, – lei riassunse, non senza un certo orgoglio. – Ora ho tutto. Tranne l’uomo che amo.
Ivan non riusciva a credere alla sua incredibile storia di successo.
— Sposiamoci! – Inessa propose finalmente.
— E dove vivremo? – Ivan chiese per qualche motivo, sbalordito.
— Stavo pensando di comprare un appartamento con una veranda sul tetto. Ricordi le storie su Carlson?
— Il tetto con fantasmi? – Ivan sorrise.
— Certo, perché no! – rise Inessa. – Dove lo vuoi, qui o in Europa? Oppure… preferisci un cottage?
— Un’isola disabitata, – lui sorrise di nuovo. – E un jet privato come bonus!
— Non male come inizio! – Inessa era piena di entusiasmo ed energia.
— Brava, – riassunse Ivan e sospirò profondamente. – Comunque, non sono più il capo e non ho i fondi per rendere la tua vita bella. Tra un paio d’anni penserai: “A cosa mi serve?” Sarai ancora giovane, di successo e prospera, mentre io…
Ivan accompagnò Inessa alla sua macchina. La strada diventò una pista di pattinaggio. Dopo un forte tepore mattutino, la sera tornò a fare freddo.
Inessa se ne stava andando, e lui sentiva che non si sarebbero mai più rivisti, ma allo stesso tempo desiderava rivederla ancora ed ancora.
Quella notte Ivan era sopraffatto dall’insonnia. Riflettendo se avesse fatto bene a lasciarla andare, si rese conto che, da un lato, Inessa gli piaceva molto e che avrebbe voluto una donna così accanto a lui. D’altro lato… se qualche anno prima Ivan l’aveva guardata dall’alto in basso, quel giorno – dal basso in alto, proprio come il suo cartellone pubblicitario sul lungofiume…
“C’è qualcosa di sbagliato, di innaturale in questo. Anche se, forse, semplicemente non ero preparato al fatto che mi si abbattesse addosso come una nevicata improvvisa. La chiamerò. Domani,” – decise lui.
Ivan non voleva dare Inessa a nessun altro. Allo stesso tempo, non riusciva a superare la paura di chiamarla. Così “domani” era rimandato di altri tre giorni. Quella notte Inessa gli apparve in sogno, gli agitò la mano con un sorriso amaro e scomparve silenziosamente nella nebbia.
Al mattino, dopo aver ascoltato “L’abbonato è temporaneamente bloccato”, Ivan chiamò l’ufficio di Inessa, pensando al modo migliore per presentarsi alla segretaria che li mettesse in contatto invece di rispondere qualcosa del tipo: “È occupata, richiama più tardi!”
Tuttavia, la risposta della segretaria era inaspettata.
— Ci ha lasciati.
— Cosa s’intende? Ha cambiato lavoro?
— Un incidente stradale mortale tre giorni fa.
...Se n’era andata, ma per molto tempo, ogni mattina ed ogni sera, quando Ivan usciva per andare al lavoro e tornava a casa, proprio su quel cartellone pubblicitario sul lungofiume, Inessa incontrava Ivan e lo salutava, sorridendo e ripetendo: “TI AMO!”
Fuori dalla finestra si vedeva la stessa neve ed un cielo grigio senza speranza. Faceva molto freddo, tuttavia, la TV non prometteva più alcun riscaldamento.
Dicembre 2003
5. Il vento dei cambiamenti
“Via 1° Aprile, edificio 77, ingresso B,
quinto piano…”
Conoscevo quell’indirizzo a memoria, avendo lavorato per oltre quattro anni come capo contabile nell’ufficio di una piccola azienda con sede lì. L’azienda, che amavo moltissimo, era diventata quasi la mia seconda casa, ma stava attraversando un periodo difficile, per non dire le sue ultime ore. I proprietari svizzeri avevano rinviato a lunedì la pubblicazione della decisione già presa sulla liquidazione, che avrebbe dato inizio al doloroso processo di divisione dei beni, denaro compreso, ovviamente.
La giornata lavorativa era già finita, ma il direttore finanziario, George, ed io eravamo seduti nel suo ufficio a gustare un melone.
— Beh, dimmi, Arisha, hai fatto magie? – chiese George, riferendosi al nostro futuro.
— Sì, certo, – borbottai a malincuore, consapevole del suo scetticismo.
— Come stavolta? Solitario o caffè?
— Sai, carte, caffè e tutte quelle cose sono solo giochi da bambini se non c’è niente dietro. Il Mondo Sottile è chiamato così perché è immateriale; la sua porta non può essere aperta solo con chiavi terrene, come carte o caffè. Se non riesci a leggere i segnali, a sentire la tua voce interiore con la tua anima, nessuna carta ti sarà utile.
— Va bene, diciamo così. Cosa senti adesso?
— Un vento di cambiamenti.
— Buoni o cattivi?
— Cardinali!
— Qualcosa di più specifico? Ti libererai finalmente della paura di ingrassare dopo il parto ed accetterai di diventare mia moglie?
— Olga sta arrivando, tagliale un pezzo di melone, – gli dissi con calma, senza reagire alle sue battute scettiche.
Dopo un paio di secondi, qualcheduno ci bussò alla porta ed un’allegra e fiorente Olga, la responsabile delle risorse umane, apparve sulla soglia.
— Ciao, amici! – disse lei e si sedette accanto a me.
— Dal nostro tavolo al vostro tavolo, – le passai un pezzo di melone su un piatto.
— Grazie, Arisha! Ho delle notizie per voi!
— Buone o cattive? – chiese George.
— Sto cercando lavoro… Saremo liquidati, non c’è altro da aspettare! È meglio preparare una pagliuzza in anticipo! Dunque, ho notato un annuncio di lavoro da un’agenzia di reclutamento. In realtà, a quanto pare, ne hanno due! – disse Olga enigmaticamente.
Ci scambiammo un’occhiata con George.
— Beh, sta diventando sempre più interessante! – lui sorrise.
— In breve, un’azienda straniera nello stesso settore di attività ha bisogno di un direttore finanziario e… capo contabile! – riassunse Olga con voce solenne.
— Wow! – esclamai sorpresa e tirai un sospiro di sollievo.
— Non è solo “wow”! – disse Olga offesa. – È un segno del Cielo! Destino! Dove troverete una combinazione così complessa per continuare a lavorare insieme?
— Forse, hai ragione, – concordò George senza molto entusiasmo. – Comunque, preferirei non lavorare con Arisha, ma vivere! Felicimente e per sempre!
— L’uno non esclude l’altro! – dichiarai. – Allora, Olga?
— Allora, Arisha, sto per vendervi entrambi! Con le rigaglie! – lei esclamò trionfante. – Nessun nome ancora, ovviamente! Ho chiamato quell’agenzia, senza specificare la nostra azienda. Ho chiesto se c’era qualcosa anche per me, lanciando la canna da pesca… Beh, il loro responsabile delle risorse umane contatterà il cliente e mi farà sapere il risultato! Ve lo dirò allora! Non dimenticare di portarmi lì quando sarete assunti al lavoro.
— D’accordo! – promise George.
Olga finì il suo melone ed andò a casa. Lavavo i piatti in cucina, pregustando il Vento dei Cambiamenti, quando all’improvviso uno strano pensiero mi venne in mente e tornai di corsa nell’ufficio di George.
— Non ti sembra strano che un’altra azienda straniera sia apparsa nel nostro ristretto settore, quando…
Non finii la frase, perché le luci si spensero in tutto l’edificio.
— Che differenza fa adesso? – George sospirò, abbracciandomi dolcemente, ma…
...la porta d’ingresso del nostro piano fu sbattuta rumorosamente, si udirono passi pesanti ed il mio cuore iniziò a battere con una strana premonizione, dato che di solito non c’era nessuno a quell’ora, tranne Olga e noi…
— Una guardia giurata, probabilmente. A causa della corrente elettrica, – ipotizzò George e decise di assicurarsi di aver ragione…
***
…Quella sera, salutando – ed ovviamente per sempre – la mia quasi seconda casa, rimpiangendo solo che la mia prima non aveva mai visto i miei bambini, cosa che naturalmente sognavo, ma che rimandavo costantemente “a domani” a causa dei miei complessi e delle mie paure (e se non avesse funzionato, o se il bambino fosse nato malato, o se mi fossi trasformata in una cicciottella e George avesse iniziato a tradirmi), mi fermai davanti alla porta socchiusa dell’ufficio di Olga. Lei aveva dimenticato il telefono sul tavolo, e suonò, informando di un nuovo messaggio ricevuto.
Oh, curiosità!… Mi avvicinai e lo lessi.
“I vostri candidati sono benvenuti domani alle 14:00,
piano n. 5, ingresso B, edificio 77,
via 1° Aprile.”
— Mia piccola strega! Hai sempre ragione, – sorrise George. – Che vento soffia adesso?
— Il vento dell’amore, – risi, distaccandomi dalla situazione.
Dopo aver disegnato, come da bambina, due cuori trafitti da una freccia, con il sangue che gocciolava, sulla pagina di quella data nel diario di lavoro di Olga, presi George per la mano e uscimmo dalla finestra verso il Paradiso, senza alcun desiderio di pensare a chi ci aveva ordinati di morire…
Agosto 2002
6. La città delle piogge
Era il contrario: nella Città delle Piogge siamo stati accolti dal Sole!
Siamo scesi dal treno espresso su un binario inondato di sole.
— Nessuno ci noterà, non c’è bisogno di correre da nessuna parte e possiamo fare quello che vogliamo, – ha detto Denis pensierosamente. – È così bello essere completamente liberi! Anche se solo per 24 ore.
— Sì, Denis! Mi sento la più felice del mondo! – gli ho risposto con entusiasmo.
Abbiamo camminato per la Città delle Piogge al mattino, mano nella mano, entrambi con piccoli zaini, indossando jeans, magliette blu scuro e scarpe marroni, proprio come il giorno in cui avevo fatto il sogno più importante. A volte ci fermavamo e ci baciavamo appassionatamente, senza vergognarci dei passanti.
— Pensaci, Yana, questo non sarebbe successo senza il tuo sogno, – ha sorriso Denis.
— Era l’Angelo Custode! Mi ha preso per la collottola come un gattino e ti ha ficcato il mio naso dentro, – ho sorriso in risposta.
Abbiamo camminato lungo il mio lungofiume preferito, abbiamo visitato il tempio e poi siamo arrivati al luogo dove le fidanzate arrivavano in abiti bianchi con piccoli mazzi di fiori.
“Vorrei essere qui anch’io come loro,” – ho pensato.
— Certo! – Denis ha letto subito i miei pensieri. – Sarà così, la prossima volta.
Entrambi non eravamo liberi e dovevamo qualcosa a tutti. Era spaventoso pensare a quante persone si agitassero intorno a noi, chiedendo costantemente una cosa o l’altra, ma senza offrire nulla in cambio, senza provare nemmeno un briciolo di gratitudine, per non parlare del rispetto.
Denis ed io ci sentivamo esseri completamente soli nell’Universo. Forse, a parte i bambini, che vedevamo troppo raramente per vari motivi, niente ci teneva sulla Terra.
Prima di quel sogno…
Finalmente siamo entrati in un bar per parlare.
— Che tu ci creda o no, Yana, il mondo è diventato completamente grigio, ho perso ogni interesse per la vita. Non guardavo la TV né leggevo giornali o libri, non mi importava che macchina guidassi, che vestiti indossassi, cosa mangiassi. Tornavo a casa dal lavoro a tarda notte ed andavo a letto, poi facevo colazione la mattina e tornavo al lavoro. Non volevo parlare con nessuno, né vedere né sentire nessuno…
Mentre Denis mi raccontava la sua vita, a partire dalla nascita, lo ascoltavo, rendendomi conto che i nostri destini erano così simili che potevo dirgli nulla di me. Mi sembrava strano che per così tanti anni fossimo stati vicini senza notarci.
— Sì, mi piacevi, e sì, eri sempre presente accanto, ma sembravi assolutamente felice e non mi hai mai dato il minimo accenno…
Prima di quel sogno…
Siamo saliti sul ponte di osservazione e restati a lungo in silenzio, godendoci la vista della Città delle Piogge, in cui splendeva il Sole.
Anch’io mi sentivo in un vicolo cieco. La vita vera sfrecciava fuori dalle finestre, ad una velocità vertiginosa. Riuscivo a malapena a tenere il passo con le pagine del mio calendario di lavoro.
Prima di quel sogno…
A bordo di una barca, sotto i ponti più bassi della Città delle Piogge, eravamo più silenziosi che a parlare. Un’anima più forte ed esperta era accanto a me, e mi sentivo calma, ma…
— Stai pensando a cosa ci succederà al nostro ritorno? Vero, Yana? Non devi pensare a niente, – ha risposto Denis, leggendomi nel pensiero, e mi ha abbracciato dolcemente ed affettuosamente, accarezzandomi i capelli e baciandomi il collo…
La sera abbiamo passeggiato lungo la via principale, e gli ho mostrato non tanto i monumenti famosi quanto sculture in miniatura ed altre piccole cose insignificanti che solo la gente del posto conosceva: c’erano un gatto di bronzo e la sua ragazza-gatta all’altezza del balcone, che si guardavano dalle case vicine, ed un po’ più in là, in un modesto cortile, c’era un cane che esaudiva i desideri…
Avevo paura che Denis sparisse, che stessimo ancora sognando, e che stessi per svegliarmi, perché tutto era iniziato esattamente nel mio sogno, o meglio, tre giorni prima, quando avevo sognato di noi, finiti insieme nella Città delle Piogge. Svegliandomi quella mattina, avevo sentito improvvisamente di nuovo il sapore della vita e… avevo trovato la forza di raccontare il mio sogno a Denis.
Il mio sogno sembrava risvegliare entrambi a cambiamenti nei nostri destini, ad una vita vera, vibrante e piena di colori. Sarebbe stato il punto di partenza per la fase successiva, che avrebbe potuto permettere a due anime affini di trovare finalmente la felicità…
Quando la notte è tornata nella Città delle Piogge, abbiamo trovato una stanza nell’albergo più costoso, visto che alla fine potevamo permettercela!
Sembrava che ci amassimo come due persone si amano per l’ultima volta nella loro vita, sull’orlo della separazione eterna, e niente e nessuno esisteva nell’intero Universo, tranne noi due, come se fossimo ancora vivi…
Tornando alla stazione per il treno espresso per la Città del Sole, abbiamo ricordato il nostro ultimo giorno sulla Terra, alla vigilia del quale avevo fatto quel sogno. L’esplosione nel grattacielo dove lavoravamo era avvenuta così all’improvviso che non ci eravamo nemmeno resi conto di esserci già svegliati da fantasmi…
I nostri archivi personali erano bloccati nell’Ufficio Celeste della Città del Sole. Secondo il piano del Creatore, avremmo dovuto sposarci molto tempo fa e trasferirci nella Città delle Piogge, la città della mia nascita. In quello scenario, non saremmo mai finiti nella torre il giorno dell’esplosione.
Tuttavia, non avevamo cambiato vita in tempo! Non avevamo sentito né noi stessi né i nostri Angeli Custodi inviarci segnali di ogni genere! Solo alla vigilia dell’esplosione, quando la decisione sul nostro ritorno nel Cielo era stata firmata in tutti gli uffici, poiché avevamo smesso di seguire il cammino destinatoci dal Creatore, sono riuscita a penetrare quel sogno… Troppo tardi! Comunque, i generosi Giudici della Città del Sole, in risposta alla nostra ultima richiesta, considerando il mio sogno come circostanza attenuante, ci avevono permesso di tornare sulla Terra nella Città delle Piogge già come fantasmi, per stare insieme solo per un po’ prima della prossima incarnazione, i cui dettagli non conosciamo ancora…
Agosto 2006
7. Un desiderio
Arrivammo al fiume sabato mattina. Faceva un caldo soffocante, +34°C, a giudicare dalle notizie. Non sopportavo il caldo, grazie a Dio, avevamo l’aria condizionata in macchina.
— La vita scorre veloce come questo fiume, – disse Nicolas tristemente, abbracciandomi. – Cos’altro ti piacerebbe fare in tempo nella vita, Pauline?
Chiusi gli occhi, riflettendo, e lui mi accarezzò delicatamente con un filo d’erba.
— Andare a Parigi con te! – decisi finalmente.
— È d’obbligo! Ma non oggi…
— Va bene, domani! – risi.
Entrambi avevamo molto a che fare con la città degli innamorati, ma non eravamo mai stati a Parigi insieme, solo separatamente e nei tempi diversi.
— Sai che piani grandiosi abbiamo per oggi? Ora nuoteremo, pranzeremo, poi faremo una passeggiata a Kuskovo. Stasera ci aspetta “Giselle” a teatro, e poi…
Capii che il programma culturale era dovuto al nostro litigio di lunedì. Nicolas voleva fare ammenda. Gli avevo già parlato di Kuskovo tante volte, e lui aveva portato i suoi dipendenti a vedere “Giselle” per festeggiare l’anniversario della loro azienda.
— Allora, e poi? – gli chiesi.
— Allora, e cosa vorresti?
...Dopo aver visitato il palazzo di Kuskovo e la mostra nell’Orangerie, ascoltammo un frammento di un concerto di beneficenza e, sulla strada per la Grotta, ci fermammo alla casa-museo italiana.
— Fate un salto, non ve ne pentirete! – ci chiamò l’ospitale padrona di casa. – La casa è piccola ma molto accogliente! Vi racconterò l’enigma del Conte Sheremetev. Se lo indovinate…
Dovevamo trovare tre bruchi nascosti tra le foglie di un piccolo albero di metallo. Ne vidi due subito, ma la ricerca del terzo era dura. Alla fine, trovai anche quello.
— Ora esprimi un desiderio! Ti assicuro che, qualunque sia, si avvererà sicuramente! – promise la donna sorridendo.
— Allora… saremo a Parigi domani, – dissi con voce seria e risi.
Avendo raggiunto il teatro, trovammo i nostri posti, il 13° ed il 14° in sesta fila. Una combinazione così pericolosa di 6 e 13 non mi disturbava affatto. Quel giorno sembrava uno dei più felici della mia vita!
Finalmente, arrivammo al vecchio e vuoto appartamento dove un tempo avevano vissuto i genitori di Nicolas. Eravamo accolti da un’afa insopportabile, ma Nicolas disse che era meglio non aprire le finestre “per cospirazione”. I vicini spaventati, immaginando che qualcuno era entrato dalla finestra, potevano chiamare la polizia…
— Ho tanto sonno! – gli dissi, sbadigliando dolcemente al pensiero che era la prima volta che Nicolas mi lasciò stare con lui fino al mattino, invece di rimandarmi a casa a mezzanotte, e finalmente ci saremo svegliati nello stesso letto da marito e moglie.
— Almeno prendiamo un po’ di tè, cara! Non per niente ho comprato i tuoi dolci preferiti! Però non c’è il bollitore elettrico, quindi dovremo aspettare un po’…
Annuii stancamente, chiudendo gli occhi. Nicolas andò in cucina e lo seguii mezzo addormentata. Si fermò vicino al fornello.
— Che peccato, qui c’è il gas! Ho dimenticato dove sono i fiammiferi…
— Anch’io ho un fornello elettrico a casa, – borbottai, addormentandomi di corsa.
— Dove sono i fiammiferi, dove sono i fiammiferi? – si chiedeva Nicolas, canticchiando piano.
— Al diavolo il tè! Andiamo a letto, – sussurrai e lo abbracciai, aggrappandomi al suo collo senza avere più forza di stare in piedi.
…Mi svegliai, guardai l’orologio sul comodino e rimasi inorridita! Non avevo potuto dormire così a lungo! Mi diressi velocemente in cucina e trovai Nicolas in piedi alla finestra.
— Senti, mi dispiace! – esclamai. – Perché non mi hai svegliata? Hai detto che avevi un appuntamento la mattina presto a…
— Hai dormito bene? – Nicolas mi interruppe improvvisamente a metà.
— In un posto nuovo, intendi? – gli chiesi, ricordando lo stupido detto sugli sposi sognanti nei posti in cui le ragazze si addormentavano per la prima volta.
— Sì, – Nicolas distolse lo sguardo, sospirando. – Hai sognato qualcosa?
— Qualcosa di pesante… Stavo soffocando, volando nel vuoto attraverso un tunnel nero… Perché?
— E c’era un ruggito ed un tintinnio nelle tue orecchie, – aggiunse Nicolas tristemente.
— Sì, sembra di sì. Come lo sai? Ho urlato nel sonno?
— Come stai adesso? – mi chiese, sempre stando alla finestra.
— Sto bene! No, nemmeno quello! Sono la donna più felice del mondo! Al diavolo Parigi! – sorrisi, mi avvicinai a Nicolas e gli premisi la guancia contro la guancia.
— Perdonami, Pauline, – mi sussurrò all’orecchio.
— Per cosa?! – ero sorpresa.
— Non ti ho mai detto che ti amo. Ti amo.
“Deve essere successo qualcosa se mi ha detto questo!” – pensai.
— Nessuno ci crederà tranne te, – sospirò Nicolas in qualche modo condannato, – anche se ora non importa più molto…
— Cos’è successo?
— Ho sempre avuto paura che tu lasciassi la Terra in modo drammatico. Ma ieri…
— Ti amo anch’io, – cercai di rassicurare Nicolas, riflettendo intensamente su cosa volesse dire. – Metto su il bollitore, beviamo tè!
Nicolas cercò di fermarmi con un gesto, ma mi fermai solo per un attimo, chiedendomi: “Dove sono i fiammiferi?”, e poi mi avvicinai ai fornelli quando all’improvviso notai che il fornello era già acceso, ma non c’era fuoco…
— Oh no! – gridai al pensiero che mi aveva trafitta. – NO! NO! Non ora, che tutto va così bene! Dimmi che non è vero!!!
— Ma è vero, cara, vero, – sussurrò con il cuore spezzato. – Perdonami, sai che non l’ho fatto apposta…
Mi ritrovai subito alla porta della camera da letto, ma Nicolas mi bloccò la strada.
— No, Pauline, non entrare! È orribile…
Mi sedetti sul pavimento lentamente, Nicolas mi abbracciò.
— È tutto già finito, – mi disse cercando di consolarmi in qualche modo. – Andrà tutto bene. Ora ti calmerai e andremo a Parigi. Non ci siamo mai stati insieme ancora…
Luglio 2002
8. Il Monte Kailash
Prendemmo un taxi per l’aeroporto di Sheremetyevo. L’autista, una guida turistica allegra e loquace, conosceva diverse lingue straniere, lavorava con gruppi turistici a Mosca e sognava di avviare un’attività in proprio.
— Aprirò sicuramente un’agenzia di viaggi! Sono Ariete, e tutti gli Arieti raggiungono sempre i loro obiettivi! – esclamò l’autista con ottimismo, salutandoci all’aeroporto.
Anche Katya era Ariete.
Entrando nell’aeroporto, ci imbattemmo in un negozzio dei giornali e dei libri. Esaminando immediatamente il contenuto delle vetrine, Katya fissò alcuni libri e mi tirò per la manica.
— Guarda, eccolo, Kailash! Compriamoli tutti!
Si trattava di un libro in più volumi sulla “Città degli Dei” tibetana. Tutto ciò che riguardava la filosofia, il Tibet e l’Ignoto era molto importante per Katya. Perseguitata da sogni insoliti, voci misteriose e visioni spettrali fin dall’infanzia, era alla ricerca delle chiavi dei grandi misteri dell’Universo. Certo, si può ridere di queste cose ultraterrene, ma i sogni di Katya si avveravano. E persino io, notoriamente scettico, cominciai a credere ai segnali.
— Portare questi volumi? Che senso ha? – obiettai. – Compriamoli al ritorno.
Avevo programmato per la nostra vacanza di leggere il libro di Katya, ma in forma elettronica, la sua tesi di filosofia “Il senso della vita e della morte”. Un chilo in più di libri stampati nello zaino non mi causò altro che rifiuto.
Sull’aereo, Katya ricordava condividendomi con entusiasmo alcuni fatti interessanti sul misterioso Monte Kailash, situato nel lontano Himalaya, di cui a quel tempo non sapevo nulla.
— Darei qualsiasi cosa per raggiungere questa Montagna! Forse persino la mia vita! Dicono che lì ci sia un punto di confluenza di mondi paralleli, un portale, lo sai? Se sei pronto, ti lasceranno entrare! Molte persone sono andate al Monte Kailash, ma non tutte sono tornate indietro! Ed alcune di quelle tornate sono invecchiate all’istante! Sono sicura che il tempo scorre diversamente lì! Il Signor Roerich ha dipinto sia Kailash che le montagne vicine. Gli è stato permesso di entrare nelle grotte dove sono ancora conservati i corpi dei giganti, persone della razza precedente! Riesci a immaginare?!
Non capii molto del significato delle sue parole, ma le tirate entusiaste delle ragazze meritano un incoraggiamento.
— Sei Ariete, quindi arriverai sicuramente al Monte Kailash! Ma perché dovresti dare la vita per vederlo?
***
Alloggiammo in un bellissimo albergo, costruito nello stile di un castello medievale, in un luogo circondato da montagne che emergevano persino dal mare. Quel giorno pranzavamo in un ristorante sulla spiaggia e Katya mi ricordò di nuovo del suo “amato”.
— Ho sognato Kailash molto tempo fa, da bambina, e più di una volta. Stavo all’ingresso di una grotta e guardavo un grande specchio di pietra, come se qualcuno avesse levigato un pezzo di montagna con grande precisione. Mia madre si rifletteva nello specchio dietro di me. Mi sono voltata, ma non c’era mamma. Mi sono voltata verso lo specchio e lei stava ancora sorridendo…
Stavo per obiettare riguardo agli specchi di pietra, ma in quel momento un’anziana signora, che camminava lì vicino con una ciotola di zuppa, si fermò davanti a noi e passò la mano sopra la testa di Katya.
— Il canale è aperto! – disse ad alta voce. – Ed il pilastro è alto fino al cielo! La tua anima è così vecchia! È questa l’ultima volta che vivi qui?
Katya ed io ci guardammo, ma la donna se n’era già andata per la sua strada, evidentemente non desiderosa di entrare in discussioni.
***
Avevo prenotato un sacco di escursioni diverse. Quel giorno andammo a fare rafting sul fiume di 4° livello di difficoltà. Né io né Katya avevamo mai fatto rafting prima, e ci avevano promesso un’esperienza indimenticabile. Facevamo un lungo viaggio in auto attraverso le montagne in un vecchio minibus, ascoltando canzoni bellissime ma tristi.
— Se muoio, sarai triste? – mi chiese Katya all’improvviso e si aggrappò alla mia spalla.
— Di cosa diavolo stai parlando! – borbottai.
Ora, ripensando a questi episodi, mi chiedo perché non diciamo parole gentili ai nostri cari, non li sosteniamo nei loro momenti di tristezza. Era davvero difficile per me rispondere qualcosa del tipo: “Carina, certo, non sarò solo triste, dannatamente triste! Non morire per favore!” No, al contrario, brontolai!
Quando Katya indossò casco e giubbotto prima del rafting, sembrava una ragazzina di dodici anni, anche se dimostrava sempre meno della sua età. Volevo una figlia da Katya, ma per tutto il tempo – quanti anni? – rimandavo quella decisione importante “per un po’”.
Scattai una foto di Katya, con un fiume in tempesta ed una barca sullo sfondo. Firmammo un accordo secondo il quale gli organizzatori non si assumevano alcuna responsabilità per le nostre vite e cose del genere. Dopo una breve istruzione, ci lanciammo coraggiosamente “nella battaglia”, ignari ancora che in una delle rapide che avremmo incontrato, un turista come noi era morto da poco.
L’istruttore si chiamava Sam. Originario del Nepal, parlava inglese e conosceva qualche parola di russo. Vidi gli occhi di Katya illuminarsi.
— Sam, hai visto Kailash?! – esclamò Katya.
— Oh, Kailash! Questo è un monte grandioso vicino al mio paese! – rispose Sam con orgoglio, alzando lo sguardo al cielo.
In quel momento eravamo circondati da incantevoli paesaggi di montagne imponenti. E, a dire il vero, non capivo cosa potesse esserci di così straordinario in un Kailash! C’era un sacco di monti sulla Terra! Sembrava che fossi l’unico a non aver ancora cantato le lodi a quello Kailash.
Alla fine la nostra barca non si capovolse, anche se due uomini ne erano caduti fuori.
***
Passammo i due giorni successivi tra le rovine di antiche città.
— Sembra che io riesca a volare fino a quella colonna! – confessò Katya, in cima ad una collina senza nome con i resti di un tempio.
— No, no, non provarci! – la fermai.
— E le persone delle civiltà precedenti sapevano volare! Immagina, con la forza del pensiero, spostavano pietre pesanti e persino montagne!
— Mi stai parlando di nuovo di quello Kailash?! Cambia il monte! Ce ne sono tanti al mondo!
Katya strinse le labbra risentita e tacque, ma fra poco un abitante del posto si avvicinò a noi, offrendoci un volo in parasailing, e la mandai a volare prima sul mare e poi sulle montagne.
Katya era una ragazza introversa. Sì, una ragazza…
Sembrava che la sua tragica esperienza di vita, molto più grande della mia, avrebbe dovuto trasformare all’istante qualsiasi creatura in una vecchia, tuttavia Katya rimase giovane, una bambina nell’anima. Riusciva a combinare l’incongruo, era attratta da tutto ciò che era fuori dagli schemi, amava gli sport estremi ed a volte, a quanto mi sembrava, flirtava con la morte. Katya non ne aveva paura, mentre aveva paura… dei ragni! Figuratevi! Paura degli insetti, ma non di morire! Volenterosa e gentile, intelligente e bella – già una rarità – ed allo stesso tempo completamente indifesa, aveva chiaramente bisogno di una spalla maschile forte al suo fianco.
Probabilmente la amavo, ma avevo paura di ammetterlo a me stesso. Avevo paura delle responsabilità e di perdere la mia indipendenza. Non esprimevo apertamente il mio amore né viziavo Katya.
Per esempio, durante una passeggiata serale al mercato locale, lei vide una minuscola piramide di onice multicolore.
— Guarda, che bella! – esclamò Katya. – Le piramidi normalizzano, rafforzano e focalizzano l’energia, indirizzandola nella giusta direzione! Ed anche trasferiscono il terreno in celeste! Ogni piramide è vera magia! Dicono che l’intero complesso montuoso attorno al Monte Kailash sia una città di varie piramidi!
Quella piramide costava niente, ma ignorai con aria di sfida un indizio così palese. Perché non comprai a Katya un pezzo della sua agognata magia? Ero già geloso di Katya al Monte Kailash con tutte le fibre della mia anima e assolutamente indifferente alle piramidi, dato che non ci capivo nulla. Probabilmente, quella piramide non comprata, come penso ora, era la mia protesta inconscia, un rifiuto di ammettere che Katya sapesse qualcosa che non sapevo io, che durante la nostra vita condivisa lei fosse diventata più colta e progredita nell’Altromondo, fosse cresciuta molto, mi avesse superato in diversi modi…
***
Tornando nell’albergo dopo una passeggiata lungo il mare, sentimmo un grido improvviso alle nostre spalle e ci voltammo indietro. Un uomo con una maglietta bianca con il logo di una grande agenzia di viaggi, per qualche motivo, agitava disperatamente le mani, guardandoci a bruciapelo. Ci fermammo e l’uomo ci corse incontro.
— Vi siete dimenticati della nostra escursione notturna? – ci chiese l’agente.
— Cosa s’intende? – gli chiese Katya.
— Lei l’ha comprata da me mezz’ora fa al “Sun Hotel”! – esclamò l’agente di viaggi, tirando fuori il suo taccuino. – Ecco, Svetlana!
— No, Lei sta confondendo qualcosa. Non sono Svetlana, mi chiamo Katya!
— Inoltre, amico mio, – mi venne voglia di dimostrare la mia importanza, – siamo da un altro albergo e partiamo domani mattina. Quindi, non abbiamo tempo per le escursioni notturne!
— Caspita! Scusatemi! Vuol dire che la ragazza al “Sun Hotel” è la Sua copia esatta, Katya!
L’uomo si scusò di nuovo e se ne andò.
— Brutto segno, – disse Katya, incupendosi. – Le copie si incontrano poco prima della morte dell’originale. Oppure i propri cari vedono le copie di chi sta per morire.
— Dai! Non hai visto Svetlana!
Comunque, è inutile discutere con le donne. Così, io decisi…
…sì, la mia decisione! – è questo il problema! – è per questo che continuo a rivivere il nostro viaggio nella mia testa giorno per giorno…
Io decisi di tirarle su il morale! Invece di andare in camera a preparare i bagagli per il viaggio di ritorno, le suggerii di prolungare l’ultima notte di vacanza andando a vedere uno spettacolo all’aperto.
Quella sera, gruppi di danze locali si esibivano nell’area del nostro albergo. Tra una danza e l’altra, fachiri ed altri maghi mostravano dei trucchi, coinvolgendo i turisti. Katya era chiaramente annoiata.
— Stai sognando il tuo Kailash? – chiesi, trattenendomi a malapena per non essere sarcastico.
— Comunque, devo farlo. Dicono che chiunque percorra il Monte Kailash 108 volte non tornerà mai più sulla Terra! Ed io non voglio più incarnarmi!
Mi arrabbiai… e sì, ero io a spingere Katya sul palco, quando il fachiro cominciò ad invitare chi voleva una dose di adrenalina prima di andare a letto.
— Il tuo Kailash ti aspetterà! – dissi.
Due uomini in costumi nazionali fecero Katya sdraiarsi sul palco e le coprirono la pancia con una tavola di legno, ed il terzo, bendato, in piedi, dandole le spalle, cominciò a lanciare coltelli a Katya, da sopra la spalla, uno ad uno, senza sosta. E colpivano la tavola finché un altro coltello, volando via, non si schiantò sul palco, e quello lanciato dopo…
Riguardando periodicamente sul mio schermo interno, come un video, sia quella sera che i nostri anni passati insieme, mi incolpo sempre di più… Non per aver mandato Katya sul palco, perché non desideravo affatto la sua morte! Tuttavia, mi ero abituato così forte alla presenza costante di Katya da qualche parte nelle vicinanze, che smisi di apprezzare un piccolo miracolo nella mia vita, così melo portarono via…
Forse era il Kailash stesso…
Settembre 2003
9. Un canarino
Svetlana non era stata lì da dieci anni, ma andò alla festa della sua vecchia amica con il cuore leggero e la massima serenità. Era solo per semplice curiosità femminile che voleva dare un’occhiata ad Artyom, forse viveva ancora lì ed era a casa?
***
A quel tempo lui lavorava per un’azienda commerciale. All’inizio tutto andava alla grande, avevano vestiti e cibo esclusivamente da supermercati di lusso, l’auto più prestigiosa e non una casa in campagna, ma un palazzo. Tuttavia, un vuoto senza fondo apparve presto nell’anima di Svetlana e si sentì sola. Amava suo marito, che partiva la mattina e tornava tardi sera per riunioni, trattative, amici, soci, clienti e viaggi di lavoro, e le mancava la sua attenzione, le sue cure e, probabilmente, il suo amore. Ripetutamente ma invano, Svetlana chiedeva di dedicarle più tempo.
— Non capisci niente, il mondo è governato dai soldi! – diceva Artyom, e nulla cambiava. Un giorno Svetlana lo lasciò per sempre, ma in fretta trovò un buon lavoro, iniziò a guadagnare dignitosamente ed a vivere non peggio di prima. Smise di essere triste, si risposò presto e diede alla luce due graziosi gemelli. Tuttavia, ad un certo punto, si ritrovò a pensare che non le importava più a che ora tornasse a casa il suo secondo marito, se le dedicasse del tempo libero o meno. Trattative? Andava bene. Viaggio d’affari? Andava bene anche.
Avevano i soldi, che gestivano davvero tutto.
***
“Pensaci! Sono diventata la donna ideale per Artyom!” – giunse alla conclusione Svetlana, passando davanti alla sua porta e notando la luce nella familiare finestra.
Artyom le aprì la porta.
— Wow! Come mai?! – disse sorpreso. – Ho pensato molto a te ultimamente. Entra!
Svetlana entrò nella stanza e si guardò intorno valutando la stanza. Tutto era uguale: mobili di marchi di lusso, dipinti di artisti famosi… Anche se… in una gabbia sul tavolo vicino alla finestra notò un uccellino.
— Ho comprato il canarino per non sentirmi solo, – ammise Artyom.
— Non sei sposato?
— Le persone sposate non possono sentirsi sole? Mia moglie con i bambini si gode le Canarie ogni estate. Ma come stai? Spero che il tuo nuovo marito passi più tempo con te di quanto avevo passato io.
— No, figurati. Non ne ho più bisogno. Non gli chiedo di tornare a casa prima per passare il tempo libero insieme… Sono diventata così che mi volevi vedere dieci anni fa.
— Che effetto fa il tempo su di noi! Allora pensavo che fossi troppo esigente. Volevo la libertà. Suppongo di non aver ancora saputo amare veramente. La mia seconda moglie è pronta a vivere senza di me per il suo benessere. Ora vorrei che mi chiedesse, come te, di tornare a casa presto, di passeggiare con lei al parco e di andare a teatro, ma i soldi sono l’unica cosa che le interessa… Così la vita mi ha fatto capire quanto mi ero sbagliato… Pagherei molto per tornare al passato e riportarti indietro.
— Non si può tornare al passato perché non ci serve.
— Quindi, non potresti innamorarti di nuovo di me, vero?!
— Devo andare.
Si salutarono scomparendosi di nuovo l’uno dalla vita dell’altro.
***
Sei mesi dopo, Svetlana si ritrovò di nuovo in quei luoghi, già per lavoro.
Dopo aver parcheggiato l’auto, si recò direttamente all’edificio degli uffici per un incontro di lavoro, ignara ancora che sarebbe finito all’improvviso con la sua morte, in base alla decisione dei Giudici di trasferire l’anima di Svetlana nell’Aldilà tramite tromboembolia. Le possibilità di cambiare il destino per rimanere sulla Terra non sono sempre date in quantità illimitate, a volte sembra persino ingiusto che, ad esempio, un ubriacone inutile viva fino a tarda età, mentre un’ammirevole donna d’affari venga richiamata prematuramente.
Passando davanti ad un negozio di liquori, affollato di persone non del tutto sobrie, Svetlana notò lo sguardo di un uomo poco attraente.
— Ciao, – la salutò Artyom, avvicinandosi a lei barcollando.
— Non mi aspettavo di vederti… qui! Cos’è successo?
— È morto, accidenti, – borbottò lui.
— Chi è morto? – Svetlana gli chiese di chiarire l’inaudito.
— Il mio ultimo amico… Aspettava sempre il mio ritorno dal lavoro… Ha twittato qualcosa nella sua lingua… Ed è morto, incapace di vivere nella nostra dannata famiglia! Ora il mio amico viene a trovarmi di notte. Come un fantasma… Credi ai fantasmi?
— Intendi il tuo canarino? – chiese di nuovo Svetlana, ed Artyom annuì.
— Scappa dai soldi! – le sussurrò all’orecchio. – Spenderò tutto quello che ho per non viziare i miei figli!
— Ma cosa dici! – esclamò Svetlana, indietreggiando inorridita e pensando: “Che benedizione che le nostre strade si siano separate!”
— Sì, le nostre strade si sono separate, – disse Artyom come se le avesse letto nel pensiero. – Non si può tornare al passato perché non ci serve tornare… Tuttavia, chissà, se non mi avessi lasciato allora, forse saresti stata tu al mio posto ora…
21 settembre 1995
10. Un nome da gatta
Aveva un nome da gatta che nessun cane riusciva a pronunciare, ma non aveva mai avuto l’odore di una gatta, quindi non volevo farle del male. La ricordo carina: occhi da cane gentili e pelo scuro… scusate, volevo dire, capelli! Se si conta, come si fa nel mondo degli esseri umani, era giovane, ma i cani non vivono così a lungo. Non posso dire che fosse così bella da far innamorare un cane come me, ma per il mio padrone era tutta un’altra storia! Quando lei lo chiamava, il suo viso cambiava improvvisamente, le sue mani cominciavano a giocherellare con il cavo del telefono, e se il mio padrone avesse avuto una coda, l’avrebbe sicuramente scodinzolata! Mi succede sempre involontariamente quando comunico con le persone che mi piacciono…
Non parlavano a lungo al telefono: facevano appuntamenti. Non so perché mi portasse con sé, ma ne ero contento! Trovavo piacevole avere una compagnia di brave persone, e le scodinzolavo per entrambi, da parte mia e del mio padrone. Ricordo ogni loro incontro. La aspettavamo sotto gli alberi del cortile. Lei sorrideva sempre avvicinandosi a noi, sembrava così felice… Camminavamo lungo la strada che portava al parco. Parlavano di cose che, secondo me, non valeva la pena di discutere. In realtà, i cani sono silenziosi, perché non c’è davvero nulla di cui parlare. Tutto è già stato detto molto tempo fa. Bisogna ululare quando si è tristi, o abbaiare quando si è nervosi, arrabbiati, infastiditi, se si vuole attirare l’attenzione o rallegrarsi, è l’intonazione che conta… Tuttavia, le persone parlano ancora, perché non capiscono ancora molte cose della vita, a differenza dei cani…
Non sapevo dove e quando si fossero conosciuti, comunque, molto tempo prima della mia nascita. Ricordavano sempre i giorni in cui erano stati insieme. Nonostante che tutte le conversazioni di quelle strane persone fossero limitate esclusivamente al loro Passato, c’era qualcosa che le collegava nel Presente.
All’inizio, non riuscivo a capire perché non stessero insieme. Immaginate la mia sorpresa quando, durante la nostra passeggiata una sera, lei si tolse i guanti ed notai un anello d’oro al suo dito! Sapete cosa significa, vero?! E chi diavolo avrebbe mai pensato ad una cosa così assurda come sposarsi? I cani non si sposano mai, perché non è affatto una cosa seria! Cosa cambia un anello? Qualche grammo in più al dito! Gli anelli non significano nulla nella vita, così come tante altre cose. Ecco perché i cani non indossano anelli. Di nessun tipo. A proposito, non solo i cani, intendiamoci…
Il mio padrone mi raccontò la storia d’amore più strana che io abbia mai sentito, una cosa del genere non succederebbe mai ad un cane, ne sono sicuro!
La amava, figuratevi, segretamente! E non glielo mai disse… Beh, si chiamavano e si incontravano, vagavano di qua e di là, passeggiando e… passeggiando! Ma ci sono molti uomini tra la gente, e non tutti preferiscono amare di nascosto! Qualcuno può chiamare, incontrarsi, fare una passeggiata ed andare avanti! Un giorno qualcuno apparve nella sua vita, la incontrò, andò a fare una passeggiata e le offrì un anello sfortunato! Naturalmente, lei lo raccontò al mio padrone. Lui rimase sbalordito, naturalmente, ma non mosse nemmeno un dito per fermarla! Che ne dite? Ovviamente non fu un “wow-wow!”, ma un “bau-bau”! In breve, lei non seppe mai che lui la amava, e non ho mai capito perché non le dicesse nulla. Era così avaro da non comprarle l’anello?
L’ultima volta che l’ho vista era tardo autunno. Ci incontrammo nel cortile, come al solito, e andammo al parco. Sembrava ancora più bella, ma piuttosto triste. Nel parco, improvvisamente accennando alla stanchezza, si sedette su una panchina. La osservai attentamente. Stava per dire qualcosa di molto importante. Per lei e per entrambi. C’era una pausa straziante. Lei rimase in silenzio. Ed anche lui. Feci del mio meglio per farla parlare. Le volteggiavo ai piedi, scodinzolando, ipnotizzandola con lo sguardo, e poi non ce lo facevo più e, di conseguenza, persino abbaiai! Tuttavia, lei non mi capì! Sospirò profondamente, si alzò di scatto e gli disse che doveva andare…
Ci fermammo fuori casa sua, a salutarla. Ci lasciò… per sempre… All’inizio, pensavo che lui l’avrebbe chiamata per dirle che la amava, perché la amava davvero! Sì, amava. Bastava vedere con che velocità saltava su dal divano ogni volta che squillava il telefono, e con quanta speranza diceva “Pronto!”, e come si incupiva subito, avendo capito che non era LEI.
Ora, ditemi, i cani si comportano così? Una volta mi comportai così male che mi avvicinai al mio padrone e lo morsi. A quanto mi pare non aveva capito il perché e si offese…
Cercai di fare del mio meglio per farli riconciliare. Quando il mio padrone mi portava a spasso, lo trascinavo a casa sua, e vagavamo sotto gli alberi del cortile da dove di solito lei usciva sorridente. Cercai di trovarla con l’olfatto, ma ricordate il vento che soffiava quell’autunno! Presto cominciò a nevicare, e la neve spazzò via le tracce del Passato, e arrivò l’inverno. Ci aveva lasciati per sempre. E badate bene, senza “bau-bau”…
Non ho mai capito la natura umana, e probabilmente non ci riuscirò mai. Ma perché le persone, che a differenza dei cani hanno il dono della parola, non sono in grado di comprendere se stesse e gli altri, solo per essere felici?
Agosto 1996
11. Dai, forza!
Lavoravo in un college di lusso come insegnante di scuola elementare. Avevo venticinque anni, ero piena di speranze e progetti per il futuro. La vita mi coccolava. Non mi negavo mai nulla e ottenevo tutto ciò che desideravo. I problemi mi evitavano, ed ero felice.
Quel college si trovava non lontano dalla città, in riva ad un bellissimo laghetto in una pineta. Da noi studiavano i bambini i cui genitori potevano pagare una sostanziosa retta annuale per il programma scolastico di standardo, a parte corsi opzionali ed attività extra, ed quei bambini vivevano da noi per l’intero anno scolastico, anche se i genitori potevano, naturalmente, portarli a casa per i fine settimana e le vacanze. Avevamo cibo delizioso. I dormitori erano arredati come le lussuose camere degli alberghi a cinque stelle, con vari design ispirati alle fiabe. Gli scolari passavano il loro tempo libero giocando, passeggiando ed in generale facendo quello che volevano, dato che quasi nulla era proibito. Quell’anno stavo reclutando la prima classe, temendo di non riuscire a trovare una lingua comune con i bambini. Tuttavia, mi adattai abbastanza presto e tutto andava bene. La classe si rivelò amichevole, i bambini erano talentuosi.
***
Prima di Natale, annunciai la riunione dei genitori con gli insegnanti, dopo la quale i genitori avrebbero potuto portare i loro figli a casa per le vacanze. Tornando all’edificio degli insegnanti la sera, notai una bambina con un cappotto di scoiattolo che sembrava aspettare qualcuno. Era Christina della mia classe.
— Cosa ci fai qui? – chiesi.
— E mio padre viene?
— Certo che viene! Vai in camera tua, si sta facendo tardi!
— Dai, Alice… Parlami! – mi disse Christina quasi in un sussurro, distogliendo lo sguardo.
Non sapevo come reagire alle sue parole. Nessuno degli scolari mi si rivolgeva in quel modo, dando del “tu” e stavo per rimproverare la bambina, ma poi, guardandola negli occhi tristi, cambiai idea. Inoltre, l’atmosfera natalizia era già nell’aria: la bufera di neve aveva trasformato i margini del bosco in una fiaba, nevicava ancora e le lanterne ammiccavano misteriosamente…
— Torna alla tua stanza, Chris! – ripetei, ma la ragazza non si mosse e rimase in silenzio, costringendomi ad aggiungere categoricamente: – Devo andare, ci vediamo domani!
Dissi una bugia, non avevo fretta, semplicemente non volevo rimanere da sola con lei. Dopo aver percorso circa dieci metri verso l’edificio del personale, sentii la sua voce chiamarmi:
— Alice, tu assomigli…
Tuttavia, non mi voltai…
***
Alla vigilia della riunione dei genitori con gli insegnanti, avevo programmato di fare una passeggiata lungo il lago con la mia amica, un’insegnante di seconda media, ma all’improvviso lei fu chiamata dal nostro preside e me ne andai a passeggiare da sola. Mi sedevo sulla panchina, quando Christina si materializzò accanto a me, come dal nulla.
— Perché sei sola, Chris? – chiesi.
— Mi piace così.
— Non ti piace giocare con gli altri bambini?
— No.
— Perché?
— Non sono come loro.
Volevo chiedere di nuovo “perché”, ma non dissi nulla.
— Dai, Alice… parliamo, – aggiunse Christina a bassa voce.
— Le ragazze perbene non parlano così con chi è più grande d’età!
— Parlerò così solo con te!
Vidi le lacrime nei suoi occhi, tuttavia, fin dall’infanzia ero disgustata dai piagnoni.
— Non è il modo di comportarsi! Unisciti ai tuoi amici! – le dissi con voce semi-imperiosa.
Christina si alzò in silenzio e se ne andò.
***
Tenni la riunione con i genitori dei miei scolari con successo. Quando tutti se ne andarono, lasciandomi sola in ufficio, Christina apparve alla porta.
— Non te ne sei ancora andata a casa? – le chiesi.
— Papà non è ancora arrivato, – mi rispose tristemente.
— E tua madre?
La bambina scrollò le spalle.
— Chiamiamo a casa? – suggerii.
— Dai, Alice…
“Oh, di nuovo queste familiarità!” – pensai.
Christina compose un numero di telefono e le risposero, ma rimase in silenzio e riattaccò.
— Numero sbagliato? – supposi.
Christina lasciò la stanza silenziosamente. La feci tornare e chiamai a casa loro me stessa. Mi rispose sua nonna. Disse che il padre di Christina sarebbe sicuramente venuto al college tra due settimane, dopo il suo viaggio d’affari. Passai l’informazione alla bambina, ma non ottenni niente in risposta.
— Perché hai riattaccato? – le chiesi di nuovo.
Chris si alzò e se ne andò in silenzio.
— Chris! – gridai, ma non si voltò nemmeno.
Mi arrabbiai e decisi di lamentarmi della bambina con suo padre.
***
Due settimane di vacanza volarono in un lampo ed i bambini tornarono a studiare. Devo ammettere che la mia classe era eccellente! Solo Christina mi metteva a disagio. Volente o nolente, vedevo quella strana bambina ogni giorno. Mi trafiggeva con il suo sguardo, perdevo la pazienza e la tormentavo per piccole cose. Non era un modo giusto di comportarmi, ma non potevo farci niente.
Finalmente arrivò il padre di Christina. Le portò molti giocattoli e dolci. La bambina non voleva lasciarlo andare.
— Tornerò a prenderti in estate, quando finirai le lezioni, andremo al mare. Ti piace il mare, vero?
Christina annuì ed improvvisamente la immaginai adulta: sarebbe diventata una bellezza e avrebbe fatto impazzire un sacco di uomini! Dopo l’incontro con suo padre, Christina si comportava molto meglio e non mi avvicinava più durante il suo tempo libero. Tuttavia, la bambina sembrava diventare ancora più introversa.
***
Un giorno, mentre cantavamo una canzone allegra (anche se, a dire il vero, molto stupida) durante la lezione di musica, improvvisamente notai che Christina non stava cantando. Come al solito, sedeva da sola all’ultimo banco, ma con le cuffie…
“Sta ascoltando un po’ di musica?! Che bambina viziata! Cosa si permette! Può fare tutto quello che vuole, ma ha solo otto anni!”
— Chris! – gridai con rabbia, avvicinandomi a lei.
La bambina strinse qualcosa con le sue piccole mani convulsamente.
— Dammelo subito!
— No! – mi rispose con fermezza.
— Se non mi dai il tuo giocattolo, chiamo i tuoi genitori oggi e non sarai più qui a studiare!
Christina aprì le dita impotente, si alzò e corse fuori dall’aula in lacrime. Quando la lezione finì, io accesi il suo lettore, ma invece della musica sentii una piacevole voce femminile. Capii che era la madre della bambina. Per qualche ragione, dovette trasferirsi in un altro paese per alcuni anni e, prima di partire, aveva preparato quell’audiolibro con le istruzioni per Christina.
***
L’anno accademico finì. I genitori stavano riportando i figli a casa. Ero seduta sulla veranda dell’edificio estivo, a leggere una storia d’amore. Il giorno dopo sarei partita per il mare, ignara che non avrei più insegnato lì, perché mi sarei sposata e trasferita in un altro paese.
Qualcuno mi si avvicinò silenziosamente da dietro e mi toccò delicatamente la spalla. Mi voltai e vidi Christina. Mi portò un mazzo di fiori che aveva colto. Esitavo a prenderli.
— Dai, Alice, forza! – mi disse Chris.
— Di nuovo?
Non mi rispose, ma si sedette accanto a me.
— Ti mancano i tuoi genitori? – le chiesi, cercando di non arrabbiarmi. – Vanno spesso in viaggio d’affari?
— È quello che dicono…
— Comunque, i viaggi d’affari finiscono prima o poi!
La bambina scrollò le spalle silenziosamente e sospirò. Un’altra macchina ci si avvicinò, ed il padre di Christina ne scese. La bambina gli si gettò al collo.
Essendosi avvicinato a me, lui iniziò a ringraziarmi per qualcosa, ma non sentii più nulla. Ricordai il comportamento orribile di sua figlia: si rivolgeva a me come ad una ragazzina, riattaccava il telefono, ascoltava il lettore e faceva quello che voleva. Non ricordo esattamente cosa dissi a suo padre in quel momento, ma lui mi ascoltava con calma.
— Le chiedo un perdono… Non si offenda, signorina! – mi disse lui tristemente, quando mi calmai.
Ci lasciò in due, invitando sua figlia a chiedermi perdono.
— Perdonami, Alice! Dai, forza! – disse la bambina con freddezza e sfida, chiaramente senza provare alcun rimorso.
Mi alzai bruscamente dalla panchina. Christina mi aveva chiesto persino perdono, rivolgendosi a me in quel modo! Feci qualche passo e sentii la sua voce.
— Tu assomigli…
Non mi voltai nemmeno. Lungo la strada, mi ricordai di aver lasciato sulla panchina i fiori, il regalo di Christina.
***
Mi sposai e tornai alla scuola il primo giorno del nuovo anno accademico per ritirare dei documenti. I miei scolari erano cresciuti, ma poco cambiati. Tra loro, non vidi solo Christina. La mia amica, l’insegnante, mi disse che la bambina era presente nell’elenco degli scolari.
Io e la mia amica andammo nell’ufficio del preside. Non mi importava molto di Christina. Avevo bisogno della firma del preside sui miei documenti. Tuttavia, la mia amica gli chiese perché la bambina fosse assente.
— Suo padre è un mio compagno di scuola, – rispose il preside. – Quando la madre di Cristina è morta l’anno scorso…
— Oh, sua madre è morta?! – esclamai sorpresa.
— Sì. Alla bambina è stato detto che sua madre era partita per un viaggio d’affari all’estero. La nonna di Christina, la madre del mio amico, non amava né sua nuora né Christina. Così ho consigliato a lui di portare la bambina qui.
— E perché non è venuta quest’anno?
— Christina e suo padre… sono scomparsi…
— Scomparsi?! – ero sbalordita.
— Sono andati al mare e non sono mai tornati. La polizia li sta ancora cercando… A proposito, Alice, era nella tua classe, vero?
***
Sono passati molti anni da allora, ed anch’io sono scomparsa dalla Terra. Tuttavia, bruciando nel falò dei ricordi varie storie della mia vita terrena, non riesco ancora a lasciar andare questa, perché ogni volta che il mio destino mi dava una triste lezione, sentivo una voce sussurrare: “Dai, Alice, forza!”
Luglio 2003
12. Sulle rive del Tamigi
Londra era un mio sogno d’infanzia fin da quando, a scuola, ci raccontavano le sue attrazioni durante le lezioni di inglese. Studiai le stesse attrazioni ai corsi preparatori del Ministero degli Affari Esteri e poi all’università. Sembrava che, ancor prima di visitare Londra, la conoscessi già meglio di qualsiasi altra città al mondo. Avevo poche possibilità di ottenere il visto di Gran Bretagna, quindi rimandai il mio viaggio a Londra all’ultima pagina del mio passaporto straniero che forse sarebbe stato l’ultimo. Chissà quale colpo del destino abbia già preparato il mattone che ti cadrà improvvisamente sulla testa, o cos’altro potrebbe succedere per impedirti di andare in vacanza all’estero.
Ovunque andavo da sola. Vitaly alzava le mani, perché aveva sempre qualche motivo per non farmi compagnia. Tuttavia, la vigilia di Natale, mi aveva giurato di andare da qualche parte insieme entro l’anno successivo.
Lavoravo come responsabile dell’ufficio acquisti, libera dal lavoro per viaggiare tre volte all’anno: durante le vacanze di maggio, agosto e Natale; e nel mio passaporto erano rimaste solo tre pagine per i visti. Vitaly trascorreva tradizionalmente le vacanze di maggio e di Natale con la moglie (la quale, come molti mariti, aveva giurato di lasciare, ma non l’avrebbe mai fatto, perché provava “pietà per lei”, visto che “non sopravviverà, mentre tu sei forte!”), quindi per il nostro viaggio insieme rimaneva solo agosto.
Conoscendo il mio amato sogno d’infanzia, Vitaly mi disse di andare prima a Londra, per le vacanze di maggio, mentre di riposarmi con lui ad agosto da qualche parte su isole paradisiache. Beh, aveva senso, no?
Mi piacque molto Londra, girata da me in lungo ed in largo, e tornai a casa con una sensazione di completa soddisfazione. A proposito, gli inglesi mi avevano rilasciato un visto multi-ingresso per sei mesi, ma non vedevo molto senso tornare – i miei fondi erano limitati, era molto più piacevole visitare qualcosa di ancora inesplorato! C’erano chiaramente più meraviglie sulla Terra di quelle sette enciclopediche, e sognavo già dove sarei andata a Natale dopo agosto con Vitaly in Paradiso, dato che il capo mi aveva chiesto urgentemente un visto tedesco per il nostro viaggio d’affari a Monaco. Quindi, la mia borsa da viaggio aveva una meraviglia del mondo in meno! E per di più, avevo già viaggiato in tutta la Germania, Monaco compresa, in vacanza – non durante un viaggio d’affari. Comunque, la mia negatività raggiunse le orecchie dell’Universo: non appena i tedeschi mi avevano concesso un visto ad ingresso singolo per cinque giorni a luglio, il viaggio d’affari fu immediatamente annullato dallo stesso capo! Tuttavia, poiché il timbro sul passaporto non poteva essere annullato, la penultima pagina si rivelò irrimediabilmente danneggiata e sprecata invano! La mia indignazione interiore per la mia impotenza andò fuori scala, ma alla fine mi calmai, perché… ogni giorno mi avvicinava alle isole con Vitaly ad agosto! Setacciai Internet, chiamai tutte le agenzie di viaggio che si occupavano di isole per scegliere il Paradiso migliore per noi, e mentalmente ero già più lì che in patria. Dopo aver preparato un sacco di bellissimi abiti e comprato un paio di costumi da bagno incantevoli, firmai la domanda per la mia vacanza, che diventava ogni anno più problematico, perché il capo si stava trasformando in un proprietario di schiavi…
Allora, un paio di giorni prima della partenza, Vitaly mi chiamò (ero già raggiante di anticipazione del nostro Paradiso) per discutere i nostri piani in un ristorante. Ascoltò attentamente tutti i miei sogni e desideri per la portata principale, e “per dessert” improvvisamente disse:
— Lara, parto… per Londra.
— Cosa intendi… Londra?! – gli chiesi, senza ancora capire nulla. – E quando parti?!
— È un viaggio d’affari a Londra per tutto agosto.
— Ma ieri mi hai detto che avevi concordato la tua vacanza! Ad agosto! Con me! Sulle isole del Paradiso!
— Sì, ma oggi… è stato cambiato tutto… Forse a settembre…
— Il mio capo non mi lascia andare in ferie a settembre! – stavo per morire. – Né ad ottobre né a novembre!!!
— Vai da sola in Paradiso ad agosto.
— Cosa si fa da soli in Paradiso?! È solo per coppie!
— Allora vai da qualche altra parte, – suggerì Vitaly con calma, il che mi fece infuriare.
— Da qualche altra parte, dov’è? Non ho tempo di chiedere il visto!
— Beh, vai in Turchia, non ti serve nessun visto.
Oh, avrei voluto che non mi avesse nemmeno menzionato la Turchia! Diventai bianca dalla rabbia!
— Turchia? Dove ti rilassi con tua moglie da tanti anni? Così, sdraiata da sola sulla spiaggia, non potrò fare a meno di immaginare quanto fosse dolce per voi due lì!
— Lara, cara mia! Potrei dirti di venire a stare con me a Londra, ma lavorerò dalla mattina alla sera e ti annoierai. Sei appena tornata da Londra! Inoltre, non vivrò a Londra, ma in una città a circa quaranta minuti di treno da Londra. In una stanza singola in un albergo locale con colazione all’inglese inclusa. Ho calcolato quanto ti costerà il soggiorno. È molto costoso per te andare a Londra ogni giorno invece di aspettarmi in un campo brullo, per pranzo e cena, più il supplemento per una camera doppia. Sai quanto sono piccole le stanze in Gran Bretagna, ed il volo non costa un centesimo! Non posso né pagare per te, né permetterti di pagare da sola, perché è uno spreco di soldi! A proposito, c’è un caldo anomalo a Londra ora. La gente si fa il bagno nelle fontane! Dici di non sopportare il caldo. Venire a Londra per una settimana solo per stare con me per un fine settimana, a fare il bagno nelle fontane?! Ricordati, porta sfortuna tornare!
Dalla completa disperazione, le lacrime stavano per sgorgarmi dagli occhi. Salii da tavola ed gettai il tovagliolo nella ciotola della mia macedonia preferita.
— Odio Londra! La odio! ODIO!!! – gridai.
Un silenzio tombale regnò intorno a me. Tutti si fermarono, compreso il cameriere con una tazza di caffè espresso che stava per servire al nostro tavolo.
Presi la mia borsa e, non vedendo nessuno per strada, mi diressi verso l’uscita.
***
Scambiai una vacanza di due settimane in Paradiso per un fine settimana con Vitaly a Londra, atterrando all’aeroporto di Heathrow venerdì sera.
Appena acceso, il telefono suonò.
— Lara, – mi disse Vitaly con aria dannata, – sono stato chiamato in ufficio per il fine settimana… Verrò a Londra a trovarti sabato sera, cioè domani, va bene?
Scambiai una vacanza di due settimane in Paradiso per una notte con lui a Londra.
***
Sabato, verso l’ora di pranzo, mi guardai tristemente, svenuta nella fontana di Trafalgar Square a +40°C.
La gente non si nemmeno accorse che stavo male per il caldo… e che non ero più lì…
Pensai: “Davvero, porta sfortuna tornare!”
Per cosa barattai la mia vita?
Si poteva dire che mi uccise Vitaly?
***
Vitaly, quasi arrivato a Londra, si addormentò alla guida e morì in un incidente d’auto a mezzanotte tra quel maledetto sabato e quella domenica…
Barattò la sua vita per una notte con me?
No, lo uccisi io…
***
Domenica, rimanemmo seduti a lungo sulle rive del Tamigi, a pianificare in quali paesi saremmo volati senza visto prima di scomparire per sempre…
Luglio 2003
13. Un Oracolo
Che diavolo mi spinse a toccare questo argomento! Davvero, “meno sai, più dolce è il sonno!”
Stavamo tornando a casa da una conferenza, o meglio dire, ognuno di noi a casa propria.
— Promettimelo! – mi rivolsi a Lucas.
— Cosa, cara?
— Ci incontreremo nella prossima vita. Voglio passare tutta la mia vita con te! E sicuramente una vita felice!
— Sei infelice ora?
— È possibile essere felici quando tu sei in un paese, io sono in un altro, ed ognuno ha la sua vita? Voglio vivere in una grande casa al mare, con te e i nostri figli, con un gatto ed un cane! Anche se… la prossima volta, sembra che dovremo risolvere compiti di portata diversa, per creare qualcosa d’importante a livello globale. Non è per niente che ci incontriamo continuamente, e per di più in un campo così ristretto come la fisica quantistica e la genetica ondulatoria!
— E cosa dice la tua “teoria” a riguardo? – Lucas sorrise, riferendosi alle mie conclusioni, basate sulla montagna dei libri filosofici che avevo letto.
— Le persone si incontrano di nuovo se hanno lasciato una situazione irrisolta. Per esempio, una persona ha offeso qualcuno e l’offeso non ha perdonato l’offensore. Quindi si incontreranno per separarsi senza alcuna offesa. Le loro anime sono legate da legami invisibili…
— Stai suggerendo che mi offenda di te?
— Assolutamente no! È meglio, come opzione: le persone non si amavano a vicenda, oppure…
— I debitori vengono restituiti, a quanto ho capito, – Lucas sorrise. – Cos’altro?
— Inoltre, come sai, gli opposti si attraggono!
— E se mi apparissi spaventoso come il diavolo in persona?
— Non abusare del tuo aspetto e non prendere in giro coloro il cui aspetto lascia molto a desiderare, e la prossima volta apparirai al mondo sempre radioso!
— E come apparirai al mondo tu?
— Beh, se tu sei un diavolo, allora io sono un angelo, suppongo! – un paragone del genere mi fece ridere, ma tornai subito alle mie conclusioni. – In teoria, nelle vite successive, le persone di solito sviluppano i talenti e le inclinazioni che possedevano nelle vite precedenti. Quindi un genio nasce un giorno, ma non si sa mai quante vite gli ci sono volute per diventarlo. In generale, è logico supporre che tu ed io faremo una sorta di svolta nel campo dell’Altra Realtà, un salto quantico! Porteremo il pianeta al livello successivo dell’essere!
— Andrai in un monastero per diventare un Insegnante?
— Non c’è bisongo di andare in un monastero per quello! Tuttavia, se ci vado io, allora anche tu devi finire in un monastero! Come novizio, per esempio!
— Spero in un convento femminile?
— Ha-ha-ha! Rilassati, in ogni caso, mi sentirai e ti sentirò!
— Beh, dobbiamo concordare il luogo in cui ci incontreremo!
— Non ci siamo già accordati? – risi.
— In riva al mare… in una lussuosa villa… con yacht bianchi!
— In riva al mare… in una cella di monastero… con alveari!
Ridemmo entrambi.
— E perché non chiedi al tuo amico Oracolo del nostro futuro? – Lucas mi chiese con tutta serietà. – Poi condividerai la sua rivelazione con me, e prenderò nota sulle Tavole Astrali per non dimenticare dove incarnarmi la prossima volta!
L’Oracolo era troppo famoso nel mondo (anzi, persino in tutti i mondi!) per disturbarlo al telefono in pieno giorno, così decisi di scrivergli una lettera. Tuttavia, quando il messaggio era pronto per essere inviato, le luci ed il mio PC si spensero improvvisamente a causa dell’interruzione di corrente. Mezz’ora dopo tutto funzionava, e tornai all’e-mail, scrissi il testo quasi fino alla fine, ma mi chiamarono dalla direzione e, quando tornai, finii la lettera e provai ad inviarla di nuovo, il server di posta mi informò cortesemente che era temporaneamente non disponibile a causa di manutenzione tecnica. Dopo pranzo, riscrissi il testo che avevo già imparato a memoria, ma commessi un errore nell’indirizzo del destinatario, quindi la lettera mi tornò indietro. Corressi l’indirizzo e la inviai di nuovo, tuttavia l’Oracolo mi rispose che non riusciva a decifrare il messaggio, poiché – invece di lettere – aveva ricevuto dei segni di abracadabra! Inoltrai la lettera in altre due codifiche con lo stesso risultato. Digitai il testo in Word tre volte per inviare la lettera in allegato, ma ogni volta, cliccando sul “Salva”, Word si bloccò, mentre il documento non era salvato automaticamente e, di conseguenza, non era possibile ripristinarlo! Dopotutto, l’Oracolo stesso mi chiamò con la proposta di formulare la domanda oralmente, e lo feci con grande piacere. L’Oracolo partì per l’Astrale e mi richiamò al ritorno.
— Non ti incarnerai più, Angela, – mi disse con una leggera tristezza.
— Cosa?! – esclamai sorpresa. – Devo ancora fare così tanto sulla Terra!
— La tua vita finisce oggi?
— E cosa farò lì?
— E chi ti ha detto che saresti rimasta esclusivamente lì? Sarai un Angelo. Uno dei Guerrieri della Luce.
— E Lucas? Lo incontrerò?
— Senza dubbio.
— Al mare? – chiesi sognante.
— Nella valle… – rispose l’Oracolo con riluttanza, e dopo una pausa aggiunse, – Presso la collina di Megiddo… All’ultima battaglia…
Dopo quella conferenza, Lucas ed io ci lasciammo di mia iniziativa. Forse anche le parole dell’Oracolo fecero un ruolo.
***
Me ne pento? Sì. Chissà come si sarebbe sviluppata la nostra storia? So solo una cosa: essendomi tuffata a capofitto nel mondo della fisica quantistica, non sono riuscita a trovare e vivere il mio amore “umano”.
Dopo aver scontato la mia pena sulla Terra, ho continuato a servire nella Sfera Mentale. Lucas non è ancora tornato ed io non ho accesso alla Scala. Quindi sto imparando a trasmettergli mentalmente tutte le informazioni di cui ha bisogno nel campo della genetica ondulatoria.
La mia richiesta alle Tavole sull’affidabilità della predizione dell’Oracolo non ha ancora ricevuto risposta. E coltivo ancora il mio sogno terreno di avere una casa al mare, con Lucas ed i nostri figli, con un gatto ed un cane, nonostante che io non abbia in programma viaggi d’affari sulla Terra per il prossimo secolo.
Gennaio 2003
14. Un artista ed una poetessa
Tentativo n. 1
Essendo sceso sulla Terra, lui conservò il ricordo della sua “principessa” nonché del suo proprio destino di diventare un artista.
La disegnava fin dall’infanzia, ancora prima di incontrarla sulla Terra, sapendo già che Lei esisteva da qualche parte e che si sarebbero incontrati sicuramente.
Camminava verso di Lei per molti anni, attraversando fuoco, acqua e tubi di rame, per imparare ad amare così come sapeva amare solo chi aveva attraversato fuoco, acqua e tubi di rame, ed ogni disegno lo avvicinava all’incontro con Lei.
Un giorno si incontrarono. Lui la riconobbe immediatamente, intuendo un’anima affine, ma Lei non lo riconobbe, perché lui non aveva l’aspetto di un “principe”.
— Promettimelo, per favore, – le chiese lui, – nella prossima vita, quando ci incontreremo di nuovo, ti ricorderai di me!
— Va bene, d’accordo! – gli promise.
Tentativo n. 2
Essendo scesa sulla Terra, lei conservò il ricordo del suo “principe” nonché del suo proprio destino di diventare una poetessa.
Scriveva di Lui fin dall’infanzia, ancora prima di incontrarlo sulla Terra, sapendo già che Lui esisteva da qualche parte e che si sarebbero incontrati sicuramente.
Camminava verso di Lui per molti anni, attraversando fuoco, acqua e tubi di rame, per imparare ad amare così come sapeva amare solo chi aveva attraversato fuoco, acqua e tubi di rame, ed ogni poesia la avvicinava all’incontro con Lui.
Un giorno si incontrarono. Lei lo riconobbe immediatamente, intuendo un’anima affine, ma quella volta era Lui a non riconoscerla, poiché lei non aveva l’aspetto di una “principessa”.
— Promettimelo, per favore, – gli chiese lei, – nella prossima vita, quando ci incontreremo di nuovo, ti ricorderai di me!
— Va bene, d’accordo! – le promise.
Non sapevano che uno di loro non era più destinato a tornare sulla Terra…
2008
Parte II. A NATALE sul PONTE Kuznetsky
1. Dio, Barsik e Borsch
Tre donne parlavano in una stanza d’ospedale. Una di loro, Lyudmila, appena portata in ambulanza per un intervento chirurgico urgente in anestesia generale, era una ragazza giovane e bella. Lyudmila si sistemò sul letto vicino alla porta e, lasciando i pacchi sul comodino, non nemmeno mise fuori le sue cose, raccolte in fretta a casa.
— Non preoccuparti, Lyudmila, – la incoraggiò Galina, già operata. – Qualsiasi cosa ci accade un giorno per la prima volta! La mia prima anestesia sembrava un sogno senza sogni! Niente di interessante! E la seconda… mi sono rilassata, ho pensato: “Non vedrò Dio, e ringrazio Dio!” Ma no! Immagina, mi sono ritrovata a volare ad alta velocità in un corridoio buio, come in un tubo. Appena ho notato la Luce in fondo al corridoio – nel momento più interessante! – mi hanno svegliata!
— Non ricordo quante volte sono stata sotto anestesia, – disse Valentina, il cui letto era proprio accanto alla finestra. – Ogni volta era un’esperienza nuova. Ieri mi sentivo come se fossi nella realtà. C’era una luce, ma così ovattata, e si udivano delle voci. Mi stavano chiamando, forse. L’erba del campo era fresca e luminosa, di un color smeraldo, c’erano tanti fiori e bellissime farfalle. Mi sentivo così bene, così a mio agio, mentre attraversavo il campo in lontananza. Come nella mia infanzia, accanto ai genitori. Ho alzato la testa e li ho visti salutarmi e dire: “Ti vogliamo bene. Ti osserviamo da qui, sappiamo tutto di te e ti aiuteremo sempre!”
— Perché diavolo non sei rimasta in quel Paradiso? – sospirò Galina. – Comunque, è più facile lì che qui!
— Sembrava esserci un confine lì, – rispose Valentina. – Proprio nei campi. Un confine invisibile. Quando l’ho raggiunto, non sono riuscita ad andare oltre, tutto qui.
— Non credo né in Dio né nella Luce, – disse Lyudmila sorridendo. – Anche se un milione di persone giurassero sulla Bibbia. Non ci crederò mai, finché non li vedrò con i miei occhi!
***
Dopo l’operazione riuscita, che non presagiva complicazioni, l’anestesista cominciò a svegliare Lyudmila, ma lei rimaneva priva di sensi. Il suo cuore si rallentò e si fermò. Il volto della ragazza non esprimeva né tristezza, né dolore, né gioia. Era misteriosamente bello nella sua calma ultraterrena. L’anestesista corse fuori dalla stanza per chiamare i rianimatori. Le donne di stanza di Lyudmila rimasero senza parole.
Un Angelo apparve nella stanza. Lyudmila, seduta accanto al suo corpo sul bordo del letto, sorrise involontariamente.
— Wow! Allora, gli angeli esistono?! Sei venuto a portarmi via?
— Ciao, anima mia! In realtà, tutto esiste, sia reale che un tempo immaginato dagli umani. Ora ti porteranno in terapia intensiva e faranno tornare nel tuo corpo.
— Oh, no! – esclamò Lyudmila. – Mi sento benissimo qui! Non vedo alcun motivo per tornare! Nessuno ha bisogno di me sulla Terra, e sono completamente inadatta alla vita! Tutto mi sfugge di mano! Mi avvicino sempre ad un obiettivo, passo dopo passo, e – all’ultimo momento! – il mondo viene crollato!
— Ogni anima ha la sua missione sulla Terra. Se non la completi, non potrai continuare il tuo viaggio in Paradiso.
— E qual’è la mia?
— Solo servire Dio e gli uomini.
— Servire? Cosa intendi? – chiese Lyudmila, non avendo capito nulla.
— Un giorno sarai una suora famosa. Giusto perché non sei adatta a vivere come la gente comune.
— Io? Una suora?! – Lyudmila si rabbrividì al solo pensiero. – Mi stai dicendo che non sono destinata a trovare l’amore terreno? Se mi promettessi ora che sarei diventata la donna più felice del mondo, probabilmente tornerei! Ma per diventare suora?!
Un Demone apparve nella stanza.
— Andiamo! – lui sorrise, porgendo la sua zampa pelosa a Lyudmila.
— Dove? – la ragazza si avvicinò involontariamente all’Angelo.
— Dove? Sulla Terra, ovviamente!
— Siete in collusione? Ho già detto che non tornerò nel mio corpo per diventare suora!
— No, no! Dai, non nel tuo corpo! E non mi interessa la suora! – ridacchiò il Demone. – Andiamo a vivere in un barbone!
— Un barbone… senza casa?! – esclamò Lyudmila, immaginandosi congelata nel fango fangoso della strada vicino al supermercato.
— Ma non vuoi diventare suora! – rise il Demone.
I rianimatori si precipitarono nella stanza e portarono via il corpo di Lyudmila, mentre la sua anima, l’Angelo e il Demone seguirono il corpo in terapia intensiva per continuare la conversazione.
— Ascolta, Valentina, – Galina si rivolse alla sua vicina, – la nostra non credente deve aver visto la Luce! Le piaceva così tanto lì, in Paradiso, che ha deciso di non tornare più! Oh, grazie a Dio, non sono ancora arrivata al livello del Paradiso! Sarei stata una sciocca a restarci, visto che ho quattro nipoti, sarebbero persi senza di me qui! Chi cucinerà il mio borsch per loro?
Valentina annuì silenziosamente in risposta, sospirando, e guardò la strada attraverso la finestra polverosa dell’ospedale. Aveva sentito la conversazione dell’anima di Lyudmila con l’Angelo ed il Demone, anche se non li aveva visti nella stanza. Valentina non aveva più nessuno sulla Terra da molto tempo, tranne… il gatto rosso Barsik, salvato da lei quell’inverno.
“Forse servire Barsik è la mia missione sulla Terra. Forse Barsik è il motivo per cui sono ancora viva? – pensò Valentina. – O forse… servire i Barsik? Chissà quanti gatti potrei salvare nella mia vita, mentre ne ho salvato solo uno… Come sta adesso, senza di me? Il portiere si ricorda di dargli da mangiare? Probabilmente ha già rotto qualche vaso di fiori, il mio piccolo burlone!”
Valentina sorrise. Lei voleva tornare a casa il prima possibile per esprimere il suo amore e la sua gratitudine al gatto rosso, anche se non aveva nulla a che fare con la sua missione sulla Terra…
Marzo 1994
2. Una peccatrice
Dopo una piccola colazione a base di uova strapazzate, un paio di panini al formaggio e salsiccia e, solo per caso, ricordandosi di portare anche il Vangelo e la croce, il parroco, padre Alexey, andò lentamente a confessare una certa parrocchiana, Pelageya, che stava morendo di una malattia terminale. Padre Alexey non la conosceva, poiché aveva servito in quella chiesa solo per una settimana.
Entrando in una stanzetta squallida, vide una donna sulla quarantina. Sembrava non reagire più ai suoni circostanti ed il suo sguardo era fisso sulla finestra che dava sul giardino, dove gli uccelli cantavano gioiosamente ed il vento allegro frusciava.
Padre Alexey si avvicinò a Pelageya. I suoi lineamenti sembravano fin troppo familiari al prete, ma invano cercava di ricordare dove aveva incrociato la donna morente, così, sedendosi su una sedia accanto al suo letto, come di consueto in questi casi, le disse:
— Mi è stato detto che vuoi confessarti, mia cara…
— Sì, – rispose la donna morente con voce debole.
— Bene, dimmi i tuoi peccati e le tue trasgressioni, – il prete fece il segno della croce e si preparò ad ascoltare attentamente.
Pelagia gli raccontò la sua vita dall’inizio: da bambina aveva rotto il vaso preferito della madre, aveva litigato troppo spesso con la sorella e le amiche e non aveva credeto in Dio. Tuttavia, rimasta senza mezzi di sostentamento all’età di quindici anni, Pelagegia suonava il flauto per strada per procurarsi i soldi per il cibo e, per volontà dell’Onnipotente, per la prima volta si era ritrovata in una chiesa, dove le si era aperto un mondo completamente diverso.
Ciò che la donna morente gli aveva raccontato fino a quel momento non interessava particolarmente al prete, anzi, russava un po’ e, svegliandosi, si limitava a scuotere la testa di tanto in tanto. A volte a padre Alexey sembrava di aver già sentito qualcosa di simile, ma durante la sua vita il prete era riuscito a servire in così tante chiese che migliaia di storie confessategli dai parrocchiani si erano a lungo mescolate nella sua testa e dimenticate, e quelle nuove non gli tornavano affatto in mente.
— Poi l’ho incontrato, – gli occhi della donna morente brillarono improvvisamente, e lei sorrise. – Era gentile e premuroso, mi corteggiava come una principessa, ma non diceva quasi nulla di sé, solo che mi amava e che ci saremmo sposati dopo Pasqua. Una volta ho scoperto per caso che il mio sposo era uno studente del Seminario Teologico, tuttavia, la prospettiva di diventare la moglie di un prete non mi spaventava affatto! Al contrario, ero persino felice, dato che credevo già in Dio! Ma poco tempo dopo, quando gli ho detto che avremo avuto un figlio, mi ha proibito di darlo alla luce.
— Figlio? – Padre Alexey aggrottò la fronte e cominciò a giocherellare con il Vangelo.
— Sì, grazie a Dio, non ho preso almeno quel peccato sulla mia anima! Dopotutto, non ci siamo mai sposati. Il mio sposo si è spaventato, mi ha scambiata per la figlia di un ricco ed influente funzionario. E mio figlio esteriormente è una copia di suo padre, e gli ho dato anche il suo nome – Alexey.
— Quanti anni ha il ragazzo?
— Diciassette.
— Gli hai parlato di suo padre?
— No, Padre. Mio figlio canta nel coro della chiesa, andrà nel Seminario Teologico. Non volevo che cambiasse il suo atteggiamento verso Dio a causa di un padre simile. Sa solo che sono troppo simili nell’aspetto.
Padre Alexey scosse la testa e toccò la mano di Pelageya. Lui rimase in silenzio per un po’, ma poi, ritirando bruscamente la mano, disse minacciosamente:
— Quindi, cara mia, hai sedotto un prete, poi gli hai disobbedito, nonostante il fatto che una donna debba sempre obbedire ad un uomo, essendo stata creata dalla sua costola, e per di più gli hai anche nascosto la verità!
— Padre, ma… – cercò di obiettare Pelageya.
— Peccatrice! Non è scritto nella Bibbia che tutto ciò elencato da me ora è peccato mortale?!
— Mi pento sinceramente di tutti i miei peccati e La chiedo di perdonarmi!
— Ma ti ha perdonato quell’uomo?
— Dove posso trovarlo ora? – sussurrò la sventurata donna già in lacrime. – Allora, la mia anima è condannata a vagare per il mondo come un fantasma inquieto?
— Mia cara, il Grande digiuno pre-pasquale è in corso, quindi devi digiunare! Forse Dio ti perdonerà, ma io no.
...Padre Alexey stava tornando in chiesa, ovviamente di cattivo umore, ma un solo pensiero gli ronzava nella testa: “Mio Dio, cosa ne fa il tempo di una bellezza femminile!”
Quella stessa sera, Padre Alexey lasciò la tonaca a casa e andò con gli amici in una taverna. Avendo bevuto molto, la mattina dopo saltò la liturgia e passò l’intera Settimana Santa con gli amici, ricordando la Passione di Cristo senza separarsi dalla bottiglia.
A Pasqua, per evitare di perdere il lavoro di nuovo, Padre Alexey dovette smaltire la sbornia. Durante il pranzo festivo dopo la messa, gli fu comunicato che Pelageya era stata sepolta venerdì. Il corpo della defunta non era stato portato alla veglia funebre in chiesa a causa della mancanza di denaro da parte del figlio, che tuttavia aveva ordinato una preghiera speciale di 40 giorni per la madre defunta.
Portando con sé il vino della chiesa, Padre Alexey si recò alla tomba della defunta ed incontrò un bel giovane al cancello del cimitero. Il prete riconobbe immediatamente il figlio, ma il figlio non avrebbe mai riconosciuto il padre, visto che aveva un aspetto troppo brutto…
28 giugno 1994
3. Un bevitore di tè
“Oh, inverno… Gelo e sole,” – pensò il Dottore Rip, camminando lungo la strada principale del suo ospedale. La bufera di neve del giorno precedente aveva innevato quasi tutti i sentieri che i suoi pazienti percorrevano abitualmente. La neve scricchiolava sotto i piedi. Tutto andava bene, solo una strana premonizione di qualcosa di brutto lo perseguitava.
Improvvisamente, qualcuno raggiunse il Dottore e gli diede una pacca sulla spalla.
— Buon compleanno!
Il Dottore si voltò.
— Oh, Michael, grazie! – disse al suo collega. – Lo festeggiamo a pranzo!
— Chi inviterai? – chiese Michael.
— Come al solito: tu, il Capo Dipartimento, le infermiere, beh, qualcuno dell’obitorio. Verso le sei e mezza…
— D’accordo! Saremo lì con qualcosa di delizioso per il tè!
Il Dottore arrivò alla porta dell’edificio chirurgico ed un déjà vu gli balenò davanti agli occhi: ogni mattina sospirava, immaginando di aprire la porta al giorno successivo della sua vita, che ogni volta si accorciava. Quel giorno, invecchiato di un anno, – accidenti! – non voleva proprio aprirla.
Dopo aver abbozzato un breve piano ed invitato i colleghi a “tè” nella sala del personale all’ora di pranzo, il Dottore Rip andò a fare il giro dei pazienti.
L’anziana signora nel reparto n. 3 stava davvero male.
“Forse rimandarla a casa?” – pensò il Dottore.
Nel reparto n. 4, il Dottore sentì improvvisamente un dolore al cuore. Uno dei letti era vuoto. Stava per chiedere all’infermiera dove era sparita la paziente, ma ricordò che il giorno prima era stata trasferita in un altro dipartimento.
“Grazie a Dio!” – pensò il Dottore e voleva fare il segno della croce, ma non fece per l’infermiera in piedi accanto a lui. Lanciò un’altra occhiata al letto vuoto, cercando invano di ricordare perché gli provocavano una strana sensazione, simile ad un déjà vu.
— C’è qualcosa che non va? – si agitò l’infermiera, che temeva di perdere il lavoro vantaggioso nel suo reparto.
— No, no, Irene. Sono perso nei miei pensieri.
Quando tutti si riunirono per il “tè” ed il Capo Dipartimento si alzò per pronunciare il discorso del trono, la porta della sala del personale si aprì all’improvviso ed una paziente dal reparto n. 3 apparve sulla soglia.
— Chiedo scusa… La vecchia signora… sembra… morta…
“Dannazione! Non sono riuscito rimandarla a casa in tempo!” – borbottò mentalmente il Dottore, e di nuovo, per qualche motivo, provò un déjà vu.
— Se è morta, – il Capo Dipartimento vuotò immediatamente il bicchiere e commentò seccamente, – può aspettare ancora un po’. Non si vede che abbiamo una riunione?
La paziente del reparto n. 3 annuì obbediente e chiuse la porta alle sue spalle, mentre il telefono cominciò a squillare. La guardia all’ingresso riferì che una certa Signorina Speranza era venuta dal Dottore Rip. La guardia chiese cosa fare con quella Speranza, se farla entrare o no.
“Mi manca ora solo questa Speranza!” – borbottò tra sé e sé il Dottore scontento.
Quella Signorina era davvero la sua ultima speranza di essere amato, la teneva nascosta anche dai suoi colleghi ospedalieri. Il Capo Dipartimento era una cara amica di sua moglie, quindi il Dottore Rip non voleva assolutamente vedere la Signorina Speranza al lavoro. Né allora, né mai. Inoltre, avevano concordato, sarebbe andato a prenderla la sera dopo il “tè”, se, naturalmente, fosse stato in condizioni fisiche adeguate per guidare.
— Non fatela entrare! È una mia ex paziente. Scendo io.
Scendendo le scale, il Dottore sentì il suo cuore stringersi sempre più forte e, sulla soglia del primo piano, si fermò improvvisamente, scontrandosi con una ragazza di circa dodici anni, bassa di statura, con i capelli scuri spettinati e leggermente ricci e con grandi occhi neri. Fiocchi di neve le brillavano sulle ciglia.
“Mio Dio, sta nevicando di nuovo!” – pensò il Dottore, rabbrividendo involontariamente, e per qualche motivo disse il solito ad alta voce:
— Le ore di visita sono dalle cinque alle sette…
La ragazza continuava ad ipnotizzare silenziosamente il Dottore con il suo sguardo, come se fosse venuta per vederlo, non per visitare alcuni dei suoi pazienti.
— Chi stai cercando qui? – le chiese quasi in un sussurro.
La ragazza rimase in silenzio. Sembrava povera, indossava un vecchio cappotto di montone, chiaramente troppo piccolo per lei, una lunga gonna nera, probabilmente ereditata dalla sorella maggiore, e stivali consumati. Inoltre, per qualche motivo, non aveva né guanti né cappello. All’improvviso, pensò di aver già visto quella ragazza. Un vago déjà vu lo perseguitava fin dal mattino.
“Questi occhi mi hanno già guardato, le stesse ciglia, le stesse sopracciglia. Signore, dove l’ho già vista? Solo che il naso non era così… Fermati! A quale naso mi riferisco? Che fine ha fatto la mia memoria?! Sono davvero così vecchio? Perché è silenziosa? Come è arrivata qui?” – pensò il Dottore.
— Dottore! – la voce del Capo Dipartimento provenne dall’alto. – La guardia dall’ingresso ci ha appena chiamato! Sua Speranza non può più aspettare! Se ne sta andando! Quindi torna indietro!
— Sì, va beh, arrivo subito, – rispose il Dottore Rip, ancora ipnotizzato dalla visione.
La ragazza continuava a fissarlo intensamente e… improvvisamente lui si ricordò! L’orrore si riflettò nei suoi occhi. La ragazza annuì e d’istante… scomparve!
Il Capo Dipartimento scendeva le scale verso il giubileo, che si teneva la mano sul cuore.
— Tutto bene? – gli chiese sorpresa.
— Era il letto vuoto di sua madre… Esattamente un anno fa…
— Quale letto? La madre di chi? Sei un po’ ubriaco, amico mio, ma passerà!
— Ero ubriaco esattamente un anno fa ed ho accoltellato a morte sua madre durante l’operazione chirurgica! Come ho potuto dimenticarlo?!
— Dottore, di che diavolo stai parlando! Bevi al lavoro?! No, mai! – rise il Capo Dipartimento e, prendendolo per un braccio, lo condusse nella sala del personale per continuare il “tè”.
27 maggio 1990
Бесплатный фрагмент закончился.
Купите книгу, чтобы продолжить чтение.