
Dieci domande pre il Natale
Che cosa sapiamo di Natale? Sembra che tutto. Però leggiamo attentamente i testi dei Vangeli e subito nascono tante le domande.
1. Della nascita di Gesù parlano solo due vangeli: secondo Matteo e secondo Luca. I vangeli secondo Marco e secondo Giovanni si cominciano dal racconto del battesimo. Perchè? Giovanni dice che descrive quello che ha visto ma la nascita di Gesù lui sicuramente non ha visto. Il vangelo secondo Marco è il più breve e assomiglia più agli schizzi fatti durante i racconti del apostolo Pietro. Ma Matteo fece attenzione al collegamento di Gesù con l’Antico testamento, con la storia del popolo e con i profeti. In questo contesto la nascita di Gesù ha un significato particolare. Il vangelo secondo Luca non solo è il frutto della raccolta scrupolosa dei fatti ma probabilmente anche della conoscenza con Santa Maria, per la quale la nascita del Figlio è l’avvento più importante della sua vita.
2. Qui si può trovare la risposta sulla seconda domanda: perchè i racconti di questi due autori sono così diversi? Veramente Matteo comincia dalla genealogia di Giuseppe, dopo racconta del suo sogno, poi segue il racconto molto breve della nascita, poi dell’adorazione dei magi e della fuga in Egitto. Il ruolo di Maria è assolutamente passivo e minimale. Invece Luca racconta dell’annunciazione, del incontro di Maria e Elisabetta, dell’adorazione dei pastori e quasi niente di Giuseppe.
3. La genealogia secondo Matteo è molto strana: non corrisponde con i racconti del Antico testamento. Se provare di confrontarla col testo del Antico testamento si può notare i fatti particolari. Il primo nome menzionato da Matteo è Abramo. Da Abramo a Davide sono quattordici generazioni. Da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione a Cristo è, infine, di quattordici. 14, 14 e 14. Però nell’Antico testamento non è così. Da Abramo a Davide le generazioni sono veramente quattordici, ma da Davide alla deportazione no. Matteo scrive: «Ioram generò Ozia». Ma Ioram non è il padre di Ozia, è il suo bisnonno: così mancano tre generazioni. Poi: «Giosia generò Ieconia» però Ieconia non è il figlio di Giosia, è il suo nipote: manca un’altra generazione. Dopo la deportazione e fino a Gesù anche manca una generazione: Matteo scrive che Salatiel generò Zorobabele, ma quest’ultimo è il nipote di Salatiel e non suo figlio. (Anche Luca dà la genealogia di Gesù, però secondo lui da Davide alla deportazione sono quattordici generazioni; e Luca non mette la genealogia nel racconto della nascita, ma nell’episodio del battesimo). Il calcolo di 3 x 14 generazioni (Mt 1,17) ha un significato simbolico. Tre è il numero della divinità. Quattordici è il doppio di sette. Sette è il numero perfetto. Per mezzo di questo simbolismo Matteo esprime la convinzione dei primi cristiani secondo cui Gesù apparve nel tempo stabilito da Dio. Con il suo arrivo la storia raggiunge la sua pienezza.
4. Nella genealogia secondo Matteo sono presente quattro donne. Nella società patriarcale dei Giudei, le genealogie indicavano solo nomi degli uomini. Sorprende il fatto che Matteo indichi anche il nome di cinque donne tra gli antenati di Gesù: Tamar, Raab, Ruth, Bezabea (la moglie di Uria) e Maria. Perché Matteo sceglie precisamente queste quattro donne per compagne di Maria? Nessuna regina, nessuna matriarca, nessuna delle donne lottatrici dell’esodo: perché?
Nella vita delle quattro donne compagne di Maria c’è qualcosa di anormale. Tutte e quattro sono straniere, concepirono i loro figli fuori dei canoni normali e non soddisfarono le esigenze delle leggi della purezza del tempo di Gesù. Tamar, una Cananea, vedova, si veste da prostituta per obbligare il patriarca Giuda ad essere fedele alla legge ed a dargli un figlio (Gen 38,1—30). Raab, una Cananea di Gerico, era una prostituta che aiutò gli Israeliti ad entrare nella Terra Promessa (Gs 2,1—21). Però non esiste qualche approvazione che lei avrebbe un figlio da Salmon. Nella lettera agli ebrei è scritto: «Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl’increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori». E» menzionata anche nella lettera di Giacomo. Ruth, una Moabita, vedova, povera, scelse di rimanere accanto a Noemi e di aderire al Popolo di Dio (Rt 1,16—18). Prese l’iniziativa di imitare Tamar e di andare a passare la notte nell’aia, insieme a Booz, obbligandolo ad osservare la legge ed a dargli un figlio. Dalla relazione tra i due nasce Obed, antenato del re Davide (Rt 3,1—15; 4,13—17). Bezabea, una Hittita, moglie di Uria, fu sedotta, violentata e messa incinta dal re Davide, che oltre a questo, ordinò di uccidere il marito della donna (2Sam 11,1—27). La buggiarda, la prostituta, la moglie infedele: che scelta strana… Però sembra che Matteo non pensava bene delle donne: nel suo vangelo presentano solo la moglie di Pilato e Erodiade (tranne due ammalate e due Maria): anche loro non sono molto simpatiche…
5. Così possiamo fare un’altra domanda: ma per che cosa serve la genealogia di Giuseppe se non è il padre di Gesù? E come mai Gesù è il «figlio di Davide» se Davide è l’antenato di Giuseppe? Ma per Matteo è importante collegare Gesù con Davide perchè così sarebbe possibile collegarlo anche con i profeti. La genealogia definisce l’identità di Gesù. Lui è il «figlio di Davide e il figlio di Abramo» (Mt 1,1; cf 1,17). Figlio di Davide, è la risposta alle aspettative dei Giudei (2Sam 7,12—16). Figlio di Abramo, è una fonte di benedizione per tutte le nazioni (Gen 12,13). Giudei e pagani vedono realizzate in Gesù le loro speranze. E interessante che l’apocrifo di Pseudo Matteo dà la sua risposta su questa domanda scrivendo che anche Maria è dalla classe di Davide. Così Gesù è il «figlio di Davide» come figlio di Maria e non di Giuseppe… Il sacerdote ortodosso Georgio Chistjakov dà una risposta diversa: «La Bibbia si comincia dalle parole „In principio“: „In principio Dio creò il cielo e la terra“. Ma anche i vangeli parlano del principio, dell’inizio. Marco comincia il suo testo così: „Inizio del vangelo di Gesù Cristo“. Anche Luca comincia: „Poichè molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio…“ E Giovanni: „In principio era il Verbo“. Possiamo vedere che l’Antico testamento ma anche i vangeli trasmettono l’idea del principio, del inizio. Però nel primo questa è idea del inizio del mondo e negli altri è l’idea del inizio della nuova tappa della storia umana che si apre con Gesù. Gesù è nato per tutti gli uomini. È il primo che l’incontra è Giuseppe. Così Giuseppe presenta dal nome di tutti gli uomini. Proprio per questo motivo la genealogia di Giuseppe diventa genealogia di Gesù. È la genealogia dell’umanità per la quale è venuto Gesù. Non è la genealogia degli antenati del Salvatore ma dell’umanità. Guardando con l’attenzione non è difficile notare che qui (nella genealogia) ci sono pochi i nomi dignitosi, in generale sono le persone criminali, arroganti, arrabbiati, immorali, terribili. Una genealogia terribile. Però Gesù è venuto per l’umanità caduta, non per quella benestante. E questa genealogia è il ritratto dell’umanità caduta».
6. Matteo racconta anche del sogno di Giuseppe. E qui abbiamo un'altra domanda interessante: perchè il Bambino fu chiamato Gesù mentre il profeta diceva di Emanuele? L'angelo nel vangelo secondo Luca annuncia ai pastori la nascita di Cristo. Ma questi tre nomi hanno significati assolutamente diversi: Emanuele è “Dio con noi”, Gesù è “Dio salva” e Cristo è “unto, consacrato”. Però “Cristo” non è il nome e neanche cognome, è una caratteristica... Anche il profeta forse non diceva del nome, ma dell'avvenimento: del Dio che vive con noi.
Il vangelo secondo Luca è molto più ricco degli avvenimenti ma anche delle domande.
7. Luca comincia il suo racconto dalla storia di Zaccaria e Elisabetta che collega questo vangelo con quelli secondo Marco e secondo Giovanni: anche loro si cominciano dalla storia di Giovanni. Ma perchè? Il battesimo per noi significa un rito cristiano. E come Giovanni poteva battezzare prima della morte di Gesù? Lui battezzava coloro che accettavano il messaggio dell'avvicinamento del Regno di Dio, battezzava con lo scopo dell'eliminazione simbolica dal corpo del peccato dopo la purificazione dell'anima attraverso la confessione e le buone opere. Questo battesimo esisteva anche nel giudaismo per gli stranieri che accettavano la fede e per gli ebrei che hanno toccato qualcosa immonda. Il rito si chiamava “tvila” da dove deriva il sopranome di Giovanni: Hamatvil. Gli essei erano più severi credendo che l'abluzione rituale è necessaria non solo dopo il contatto con le cose o con gli animali immondi, ma anche dopo le opere cattive: così la confessione anche è necessaria. L'abluzione era il simbolo dell'appartenenza alla comunità. Il battesimo di Giovanni era diverso perchè lo facevano solo una volta. Giovanni Crisostomo scrisse: “Così l'abluzione dei giudei non liberava dai peccati, ma solo dall'impurezza del corpo. Il battesimo di Giovanni era molto più alto di quello ma più basso del nostro: era come un ponte tra due riti... Perchè Giovanni non portava alla purificazione del corpo ma consigliava di passare dal peccato alla bontà e di sperare di salvarsi attraverso le opere buone. Giovanni diceva: “Fate dunque frutti degni di conversione” (Mt 3,8). Il battesimo di Giovanni comprendeva la confessione però non aveva il potere della liberazione dai peccati. Ecco perchè Giovanni diceva: “Io vi battezzo con l'acqua... ma colui che viene dopo di me... vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Mt. 3,11). Si può vedere che il battesimo di Giovanni non dava Spirito Santo e liberazione dai peccati leggendo: Paolo “trovò alcuni discepoli e disse loro: “Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?”. Gli risposero: “Non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo”. Ed egli disse: “Quale battesimo avete ricevuto?” “Il battesimo di Giovanni” risposero. Disse allora Paolo: “Giovanni ha amministrato un battesimo di penitenza, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù”. Dopo aver udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo” (At. 19, 1-6). Vedi come era imperfetto il battesimo di Giovanni? Perchè se non sarebbe imperfetto Paolo non battezzerebbe loro un'altra volta. Adesso è necessario dire perchè Cristo fu battezzato e con il quale battesimo? Non aveva la necessità della liberazione dai peccati: come questo sarebbe possibile per colui che non aveva nessun peccato? Anche il suo corpo non era estraneo allo Spirito: come questo sarebbe possibile se in principio fu generato dallo Spirito Santo? Però se il suo corpo non era estraneo allo Spirito Santo e lui non aveva i peccati, per che cosa fu battezzato? Non con il battesimo nostro o quello giudeo ma con il battesimo di Giovanni... Per due motivi: del uno parla un discepolo, dell'altro ha detto lui stesso a Giovanni. Per diventare noto al popolo è il primo motivo. E altro: quando Giovanni ha chiesto: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” Ma Gesù gli disse: “Lascia fare per ora, poichè conviene che così adempiamo ogni giustizia” (Mt. 3, 14-15). Ma che cosa è questa giustizia? Luca scrisse di Zaccaria e Elisabetta: “erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore” (Lc. 1, 6). L'obbedienza al profeta era giustizia (e Giovanni è profeta). Cristo fu circoncisione, teneva i sabati e le feste dei giudei e fu anche questo fu battezzato dal profeta. Perchè se l'obbedienza a Dio è la giustizia e Dio ha mandato Giovanni per battezzare il popolo, così Cristo ha realizzato anche questo comandamento”.
8. Nel racconto dell'annunciazione sono interessante le prime parole di Maria: “Come è possibile? Non conosco uomo”. Sembra che se lei conoscesse uomo, il messaggio dell'angelo non sarebbe strano, fuori del comune. Però è proprio così: nella storia del Israele succedeva che partorivano le donne sterili; anche l'angelo disse dell'esempio di Elisabetta.
9. Ma che differenza è tra la gravidanza di Elisabetta e quella di Maria? Perchè Gesù è figlio di Dio e Giovanni no? Perchè Zaccaria partecipava nella concezione, cioè era il padre biologico di Giovanni, anche se con l'aiuto di Dio, ma Giuseppe non toccava Maria fino alla nascita di Gesù. (A proposito: dicono che durante le ricerche sulla Sindone furono trovate solo cromosomi femminili; se la versione è giusta, questo sarebbe un argomento molto fortissimo a favore della verginità di Maria: Gesù non poteva avere cromosomi maschili!).
10. Interessante è anche un'altra domanda: su Maria stende la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Che cosa significa? Nella mitologia greca sicuramente ben nota a Luca Danae concepisce dalla luce; e come mai Maria — dall'ombra? Nella Credo si dice: “Luce da luce”, però questo detto del Figlio di Dio; forse della sua incarnazione è più giusto dire «luce da ombra»? O anche «ombra da ombra»: Gesù incarnato in qualche senso è «l'ombra» del figlio di Dio.
E finalmente l’ultima domanda. L’angelo dice ai pastori che è nato loro Salvatore. Ma da che cosa dovrebbe salvarli il Salvatore? Probabilmente dall’occupazione romana, cioè loro aspettavano un guerriero, un uomo forte. Però hanno visto un bambino piccolo… Come loro riuscirono capire che è il Salvatore? Perchè non restarono con lui? Perchè proprio spariscono dalle pagine della Bibbia? Ma le risposte per queste domande io non ho trovato.
SPETTACOLO NATALIZIO
Il sipario è chiuso. Nel circo della luce Maria.
Maria canta Magnificat.
Buio. Le voci dietro il palcoscenico:
«Si approssima, si approssima Messia! Si approssima il nostro Salvatore e Redentore!
Il Signore dell’Israele sarà simile alla stella!»
La stella si accende e si sposta lungo il palcoscenico, poi si nasconde sul lato opposto.
Subito dopo passano I maghi.
Il sipario si apre. Campo. Notte. Attorno al fuoco cenano I pastori.
1 PASTORE: Oh, che tempo è arrivato! La calca, la vanità dappertutto! Un mare di gente.
2 PASTORE: E cosa vuoi? I romani diventano completamente sfacciati: hanno combinato un censimento del popolo. Almeno la gente dove vive là può iscriversi, ma deve trascinarsi tra tutto il paese con I bambini, con la moglie, con I valigi!
1 PASTORE: Anche ha fifa lasciare la casa: e se la depredearno? Però durante il viaggio succede di tutti I colori. Il tempo è duro…
2 PASTORE: Non fa niente, fra poco verrà il nostro Redentore! Regoleremo I conti con I conquistatori! Ci vendicheremo con loro! Hai sentito: il nuovo re dei giudei è già vicino!
1 PASTORE: Buh, re dei giudei… Magari non saresti come nostro Irode: il
lupo in veste d’agnello. All’aspetto è come se un giudeo, però esaminandolo più a fondo è un puro romano. Per lui non esisteun dio maggiore dell’imperatore…
2 PASTORE: No, il nostro sarà diverso. Con lui non solo manderemo via I conquistatori, ma anche prenderemo il potere sugli altri popoli!.. Come stai preparandoti al suo arrivo? Io ho già affilato l’accetta per ogni evenienza.
1 PASTORE: Ma guarda che gueriero strapazzo sei! Su, meglio che riposiamo per ora…
Si sdraiano.
Appare l’Angelo.
ANGELO: Rallegratevi, popoli! E» venuto al mondo il vostro Salvatore, Gesù Cristo! Andate da Lui, inchinatevi davanti al vostro Redentore!
2 PASTORE (al 1 Pastore): E cosa ti dicevo? L’ora della libertà è vicino! Corriamo!
1 PASTORE: Non dimenticare l’accetta! Bisogna radunare gente, che tutti si armano.
2 PASTORE: Corriamo!
Sipario.
Il canzone Santa notte
1 parte. Il sipario si apre.
La porta del palazzo di Irode.
Escono I magi. Su di loro è la stella.
1 MAGO: Ma è strano… Non abbiamo potuto sbagliarci?
2 MAGO: Ma no, l’indicazione è assolutamente chiara: è nato il nuovo re dei giudei. La scienza è una roba precisa.
3 MAGO: Ma che precisa… Eccolo il palazzo reale, dove si trova il re Irode, e da lui non è nato nessuno nuovo re. Oibo, abbiamo solo fatto una corsa a vuoto!..
1 MAGO: Forse abbiamo fatto un errore di calcolo? Eravamo stanchi verso mattina…
2 MAGO (indicando la stella): E questa che cosa è? Anche l’errore di calcolo? Non credi ai tuoi occhi?
3 MAGO: Questo sei tu che non credi ai tuoi occhi. Come tu pensi, dove deve trovarsi un re?
2 MAGO: Nel palazzo.
3 MAGO: E questo che cosa è?
2 MAGO: Il palazzo.
3 MAGO: E dov’è il nuovo re?
2 MAGO: Non lo so. Però è nato.
3 MAGO: Che testardo! Tutta questa scienza è una bugia! (al 1 Mago) E
tu che dici?
1 MAGO: Forse abbiamo fatto l’errore di misurazione?.. Sarebbe meglio
controllare…
2 MAGO: Non bisogna controllare! Andiamo dietro la stella, ci porterà al nuovo re.
3 MAGO: Di nuovo camminare tutta la notte? E perchè? Tutto è già chiaro!
1 MAGO: No, bisogna controllare, lui ha ragione. Andiamo.
Sipario.
Cantano Santa notte
2 parte.
Il sipario si apre.
Maria e Giuseppe accanto alla greppia.
Dietro il palcoscenico si sente il rumore, fragore. Fanno irruzione I pastori armati.
2 PASTORE: Dov’è il nostro Redentore? Siamo venuti da Lui!
MARIA: Silenzio, Lo svegliate.
2 PASTORE: Chi? E questo che Bambino è?
MARIA: E» Cristo.
1 PASTORE: Stupendo! Ma che razza di redentore è!
2 PASTORE: Lei mente! Non si può essere! Magari hanno nascosto il nostro Messia! Dimmi dov’è?
1 PASTORE: Chiamalo, donna. Lui deve mettersi alla testa del popolo. Andremo dietro Lui alla lotta.
MARIA: Ma Lui non sa andare!
2 PASTORE: Non scherzare con me, donna! Chiamalo o io lo cercerò da solo.
MARIA: No! Non avvicinare!
GIUSEPPE: Maria, allontanati da Bambino. Non dimenticare: è il Figlio di Dio.
MARIA: Sì, è Figlio di Dio, però io sono Sua Madre!
GIUSEPPE: Stia tranquilla, Maria, non lo faranno male.
Canzone Santa notte,
3 parte.
I pastori guardano dentro la greppia.
1 PASTORE: Ecco com’è il Messia…
2 PASTORE: Sì, ma come?…
1 PASTORE: Io dal principio pensavo: Dio non può essere vendicatore. Lui è Bontà. Dormi, Piccolo. Aspetteremo quando crescerei. (ad altro). Lascia l’accetta. Andiamo.
I pastori escono. Maria e’ senza forza. Giuseppe l’abbraccia.
GIUSEPPE: Hai avuto paura? (Maria annui). Certo, come no… Che responsabilità è: Dio ci ha affidato Suo Figlio… Però tu fai brava. Dimmi, e prima della Sua nascita avevi paura?
MARIA: No. Perchè?
GIUSEPPE: Buh, non ogni giorno nacque il Figlio di Dio… Chi poteva sapere come sarà…
MARIA: Sarà come vuole Dio…
GIUSEPPE: Giusto, però… Ero preoccupato: che cosa sarà con te… I dei
dei romani tutti nascono in modo strano: che da testa, chi da coscia e chi
da schiuma di mare…
MARIA: Non lo pensavo. Se il Signore ha detto, che tutto sarà bene, che senso è pensare su? Tutto è nella Sua volontà…
GIUSEPPE: Sdraiati e riposa. Guarderò io il Bambino.
Maria si sdraia. Giuseppe sede accanto alla greppia.
Canzone Santa notte.
Bussano alla porta.
Maria si sveglia. Giuseppe va avanti. Entrano I magi.
2 MAGO: Qui dovrebbe essere il nuovo re dei giudei.
3 MAGO: Ma è ridicolo: nella stalla?!
2 MAGO: E perchè no? La stella indica proprio così.
1 MAGO: Chiediamo I padroni (a Giuseppe). Qui c’è qualche bambino?
GIUSEPPE: Sì. Eccolo.
1 MAGO: E» il nuovo re dei giudei?
GIUSEPPE: Sì.
1 e 2 MAGI (insieme): Lui è in pericolo!
2 MAGO: Re Irode è spaventato dal presagio.
1 MAGO: Ha deciso uccidere tutti I bambini.
GIUSEPPE: Cosa facciamo?
3 MAGO: Scappare!
2 MAGO: E subito!
MARIA: Scappare? Ma dove?
1 MAGO: In Egitto!
3 MAGO: Vi accompagneremo un po’.
MARIA (prende Gesù in braccia, canta):
Dacci, nostro Dio,
Nei paesi lontani,
Tra le vie ed I sentieri,
Le giornate serene.
RITORNELLO. Andiamo, Figliolo,
lontano da qui!
Torneremo un giorno…
Forse…
Qui la luce non serve a nessuno,
Dunque non c’è il posto per noi.
2.
Dacci, Dio nostro,
Dopo il cammino,
Ritrovare, tornandosi,
La casa dei padri.
RITORNELLO
GIUSEPPE: Fa presto, Maria!
MARIA: Ma come? Dove andiamo?
1 MAGO: La stella indicherà il cammino.
L’INNO DI MARIA
Babbo Natale, Nonno Gello e altri
Natale e Capodanno: due feste così vicine sul senso del calendario e così lontane. Una è la festa dell’avvenimento unico: la nascita di Gesù; l’altra si repete ogni anno: la nascita dell’anno nuovo.
Come scrisse Mircha Eliade nei suoi libri, per i popoli antichi esistevano due tempi: il tempo sacro e quello storico. Il tempo sacro è ripetibile e di ciclo; quello storico è dritto e non si torna. Nel tempo storico la morte è difinitiva; nel tempo sacro la morte è solo un intervallo tra diverse vite. Il tempo storico è tempo della vita dell’uomo; quello sacro — della natura. Ma così credevano i popoli arcaici. Oggi ambedue le feste hanno le caratteristiche sia del tempo storico che del tempo sacro.
La festa di Natale è nata solo nella metà del IV secolo. Prima festeggiava no solo Pasqua: la morte che porta alla nuova vita, tempo storico entra su quello sacro. Il Natale in questo senso ha un altro significato: Dio diventa uomo, il tempo sacro entra, diventa anche il tempo storico. Il protagonista è il Bambino, Dio entrato nella vita umana.
La festa di Capodanno è molto più complicata. Primo di tutto il 1 gennaio è diventato il giorno del Capodanno davvero solo recentemente: in Spagna nel 1556, in Danimarca nel 1559, in Francia nel 1567, in Russia nel 1700, in Inghilterra nel 1752, ecc.
Prima dell’epoca del cristianesimo molti popoli collegavano l’inizio dell’anno nuovo o con la primavera — rinascita della natura, o con l’autunno — la morte della natura. I Celtici lo festeggiavano alla fine d’ottobre: quel giorno i morti visitavano i vivi. I Romani festeggiavano il Capodanno in marzo e solo sotto Cesare hanno cominciato a festeggiarlo il 1 gennaio.
Anche i cristiani avevano diverse date del Capodanno collegandole o con l’Annunciazione o con l’Assunzione, ma anche con il Natale. Però il significato del Capodanno è diverso, anche proprio contrario: il tempo sacro, di ciclo, della natura in qualche modo dirige il tempo storico; il tempo sacro del paganesimo è assolutamente profano per il cristianesimo. Così sono tornati al 1 gennaio dei romani. Ma il protagonista? Sembra che fino al XVI secolo non esisteva proprio. Però oggi conosciamo tanti, anche troppi: Babbo Natale, Santa Klaus, i santi Nicola e Basilio, Nonno Gelo, Youlupukki ed altri.
Nei paesi nordici sono diffusi i personaggi maschi come Nonno Gelo in Russia. Come si può capire dal suo nome sono le personificazioni delle forze della natura, proprio del freddo invernale. Sono i Patroni dell’Inverno. Hanno origini paganiche e sono vecchietti con la barba bianca e di solito sono severi ma giusti. Sono collegati con gennaio: il mese molto freddo, con i venti gelidi e le lunghe nevicate. Nonno Gelo può uccidere — congelare fino alla morte. Perciò nelle notti di festa la gente mette fuori di casa le focacce, le cotolette, il vino: così il Patrono dell’Inverno non sarà arrabbiato e non rovinerà le piante e la caccia.
Nonno Gelo come protagonista delle feste invernali in Russia nacque nel 1840. Lo scrittore conte Vladimir Odoevskij ha scritto il racconto «Moroz Ivanovich» (si può tradurre come «Gelo figlio di Ivan»). E» una variante letteraria della favola «Morozko» (si può tradurre come «Gelo buono»). Proprio da quel periodo Nonno Gelo è un buon vecchio che porta i regali ai bambini durante le feste. Nella favola Morozko uccide i personaggi cattivi, invece Odoevskij ha cambiato la fine della favola: Nonno Gelo non li uccide ma non regala niente mentre i personaggi buoni tornano a casa dal bosco con i regali. Perciò i bambini sanno: se fanno i buoni Nonno Gelo porterà i regali, se no congelerà i bambini cattivi.
Gli altri protagonisti invernali dei paesi nordici sono uguali: in Francia è Chalande, in Romania nonno di neve si chiama Mosh Gerile. Ma non sono collegati col Capodanno. È più probabile che siano collegati con la fertilità e col culto dei morti. Prima del cristianesimo in Russia credevano che gli spiriti dei morti aiutassero ai vivi, curando la fertilità degli animali domestici e il bel tempo, perciò ogni inverno la gente regalava a loro buon cibo, dolci, vino. I giovani in maschera e nelle pellicce raccoglievano i regali «porta a porta» personificando gli spiriti dei morti. Un personaggio era vestito e mascherato nel modo più spaventoso degli altri. Per lui era vietato parlare e di soltito lo chiamavano semplicemente «Nonno». Era severo e vecchio.
Nei paesi più caldi Nonno Gelo e i suoi «colleghi» non erano «attuali», però i regali d’inverno erano diffusi anche là. In Mongolia esiste Tsagan Ebughen tngr (vecchio dio bianco), patrono della fertilità.
Santa Claus, Micalaus, San Nicola e anche San Basilio non sono collegati col Capodanno nè per le date, nè per il destino, nè per le loro attività. Però a Cipro c’è una torta natalizia «vasiliopita» (Basilio è Vasilij) con una «sorpresa» dentro. Gli abitanti del Cipro festeggiano non solo il Capodanno, ma anche la memoria di San Basilio, patrono degli innamorati che aiuta a trovare l’amore. E l’amore è in qualche senso la base della fertilità…
La leggenda dice che una volta San Nicola è venuto a sapere che sui dintorni della città abita una ragazza che vorrebbero sposarsi ma non ha soldi. Così il santo ha messo un sacchetto con i soldi alla finestra. Così anche San Nicola è patrono degli innamorati.
Tutti i «nonni Gelo», santi Nicola e Basilio, «vecchio dio bianco» di Mongolia — tutti quanti sono collegati con la fertilità, portano i regali ai bambini e sono anziani con la barba bianca. Ma come sono collegate queste tre caratteristiche? E che rapporto hanno col Capodanno? Forse loro hanno lo stesso «genitore» (sicuramente parlo dei personaggi invernali e non dei santi o delle personificazioni delle forze della natura)?
Le risposte forse si trovano nell’impero Romano dove era venerato Saturno, dio della terra e della fertilità. È la variante romana di Crono, dio greco del tempo e dell’agricoltura, figlio di Urano e Gaia. La madre gli chiese di fare una castrazione a suo padre per prendere il potere e Saturno lo fa con la falce (la falce è simbolo di agricoltura) e delibera suoi fratelli e sorelle che Urano faceva tornare dentro la loro madre terra (simbolo della morte-risurrezione). Anche Gaia predisse che un figlio di Crono lo avrebbe vinto perciò Crono cominciò a mangiare i propri figli (simbolo della morte: Tempo che mangia suoi figli). Però sua moglie, Rea, riuscì a dargli una pietra al posto del figlio minore, Zeus, il bambino fu nutrito in una grotta. Cresciuto, Zeus fece sputare al padre i figli mangiati precedentemente. Dopo la guerra tra Crono e suoi figli Crono diventò re dell’isola dei Beati dove si trovano i morti. Il collegamento «tempo-agricoltura» è chiaro come anche il collegamento «inverno e agricoltura — morte e risurrezione» e il collegamento «nuovo anno — risurrezione». Il tempo è bianco, l’inverno anche. I «vecchi d’inverno» con la barba bianca, patroni della fertilità alla vigilia del nuovo anno hanno come genitore Crono? Però i regali ai bambini? Dov’è il collegamento con Crono che mangiava suoi figli?
A Roma Saturno-Crono era primo di tutto dio dell’agricoltura con una falce o con le spighe di grano in mano. La sua festa, saturnalie, era proprio nella seconda metà di dicembre. Gli amici e parenti si scambiavano i regali. La festa durava alcuni giorni, nell’ultimo periodo sette. Tra i regali ci erano cerei (candelle) e sigillaria (figurine di terracotta o di pasta). Eccoli i regali.
Certo, la festa di Saturno era collegata col Natale che però aveva già il proprio protagonista e nessun Nonno Gelo poteva stare accanto a Lui. Ma anche il Capodanno deve avere il suo «patrono»: vecchio, con la barba bianca, che porta i regali come un buon nonno venuto dalle isole dei morti (o dalla comunità dei santi).
Tutto sarebbe bene in queste osservazioni, però esistono anche Babbo Natale in Italia, Per Noel in Francia, Father Cristmas in Inghilterra, i cui nomi si può tradurre sempre come «padre Natale». Sembra che questi personaggi siano nati nel periodo quando il Natale e il Capodanno festeggiavano in un giorno e proprio per dividerli.
Però esiste un personaggio particolare che è collegato sia con Natale che con Capodanno: in Finlandia c’è Joulupukki. Il suo nome si può tradurre come «capra di Natale» o come «uomo di bosco». Prima il protagonista del Carnevale, che era posto prima di Natale, era vestito come una capra. Joulupukki abita presso la montagna Korvantunturi in una grotta con sua moglie Maria e con gli gnomi. Nella vigilia di Natale Youlupukki visita le case e porta i regali ai bambini buoni e penalizza quelli cattivi con fruste. Non è collegato con l’inverno, però è difficile capire il suo significato. Forse il suo «antenato» è San Giuseppe?
Natale e Capodanno non sono solo belle feste, ma anche hanno un senso molto profondo: tempo sacro e quello profano, vita e morte, uomo e natura… Si può pensare sopra tutto l’anno.
I simboli di Pasqua
L’uovo infatti somiglia a un sasso e appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù. Dentro l’uovo c’è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto. L’usanza dello scambio di uova decorate si sviluppò, nel Medioevo come regalo alla servitù. Sempre nel Medioevo prese piede anche una nuova tradizione: la creazione di uova artificiali fabbricate o rivestite in materiali preziosi, destinata agli aristocratici e ad i nobili. La leggenda tramanda che Maria Maddalena si recò al cospetto dell’imperatore Tiberio annunciandogli la resurrezione di Cristo. L’imperatore, incredulo, rispose che era impossibile che qualcuno risorgesse dai morti; così come era impossibile per un uovo diventare rosso. Immediatamente l’uovo portato da Maddalena si tinse di questo colore.
La Colomba è simbolo del perdono: Nella Genesi (8, 11) è una colomba a portare a Noè il rametto d’ulivo che annuncia la fine del Diluvio universale e l’inizio della salvezza e di una nuova era di pace tra Dio e gli uomini.
L’Agnello: durante la pasqua ebrea c’è il sacrificio dell’agnello. Durante la Pasqua cristiana l’agnello è simbolo della mite morte di Gesù. Dopo la profezia di Isaia, «Dio ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Lo si maltratta, e lui patisce e non apre bocca, simile all’agnello condotto al macello», Giovanni il Battista dirà a Gesù che gli veniva incontro nella valle del Giordano: «Ecco l’agnello di Dio: ecco Colui che toglie i peccati del mondo».
Giglio pasquale (narciso): nella Bibbia il Dio dice di sè stesso: «Io sono un narciso della pianura di Saron, un giglio delle valle!». I primi cristiani credevano che il narciso nacque dalle lacrime di Eva che lasciava il paradiso.
Coniglietto la lepre, con la caratteristica del suo manto che cambia colore secondo la stagione, venne indicata da sant’Ambrogio come simbolo della Risurrezione. Gli studiosi credono che il coniglio fosse il simbolo bisantino di Gesù. Secondo l’antica tradizione tedesca il coniglio regala ai bambini le uova colorate. Un mito racconta dell’antica dea latina della primavera, Ostara, che divenne Easter, l’attuale nome della Pasqua in lingua inglese. Un gioreno un coniglietto volendo piacere alla dea cominciò a lasciare in giro uova decorate con i colori dell’arcobaleno. La dea apprezzò talmente tanto il gesto da chiedere al coniglio di andare in giro per tutto il mondo a donare le sue uova a tutti gli uomini. La tradizione di nascondere le uova colorate nel giardino è nata nel XVIII sec. Le uova così belle non potevano essere di una gallina. In Sassonia credevano che sono di un gallo, in Baviera di una volpe… Ma oggi la versione più diffusa è che sono di un coniglio…
Pelicano: simboleggia Cristo che dona il proprio corpo come cibo e il proprio sangue come bevanda durante l’ultima cena. La ragione è legata ad una antica leggenda secondo la quale questo uccello nutriva i suoi piccoli con la propria carne ed il proprio sangue.
Farfalla: la vita di una farfalla passa tra tre tappe, bruco, bozzolo e farfalla. Anche per un uomo ci sono tre tappe: la vita terrestre, la morte e la ressurezione. La farfalla che dal chiuso del bozzolo si apre al sole e prende a volare ricorda il passaggio dal buio della morte alla luce della vita.
Pavone: simbolo della resurrezione e della vita eterna. Si riteneva che sue carni, in particolari condizioni, non sarebbero mai anda te in putrefazione. Per questo era considerato anche come un simbolo di immortalita’. Il fatto che nella stagione invernale perdesse le piume e ne acquistasse di nuove ed addirittura piu’ belle a primavera, fece si’ che il mondo cristiano dei primi secoli lo adottasse come simbolo di resurrezione. Questa e’ la ragione per cui le sue raffigurazioni sono state ritrovate numerose nelle catacombe di Roma.
il creatore nella poesia russa
Le origini
Nella poesia russa l’immagine di Dio Creatore appare praticamente fin dai primi passi della sua esistenza ufficiale. Uno dei padri della poesia russa e’ ritenuto il famoso Michajlo Lomonosov (1711—1765), un ragazzetto di campagna arrivato a Mosca a piedi per studiare e diventato in seguito uno scienziato enciclopedista, fondatore dell’Accademia delle scienze russa e dell’Universita’ di Mosca, che a tutt’oggi porta il suo nome. Fino a quel momento la poesia aveva generalmente un carattere anonimo, popolare o ecclesiastico. M. Lomonosov e’ uno dei primi poeti russi conosciuti.
Al suo nome e’ legato l’improvviso fiorire della conoscenza scientifica e naturale in Russia. Cio’ che e’ particolarmente interessante, e’ che tale scienza negli altri paesi europei aveva generato una tendenza all’ateismo, mentre in Russia, in buona parte grazie alle posizioni di Lomonosov, essa favori’ il rafforzamento della fede nella potenza illimitata del Creatore. Quando il poeta Trednjakovskij scrisse della pluralita’ dei mondi, e il Santo Sinodo trovo’ il suo poema «contrario alla Sacra Scrittura», proibendo allo stesso tempo la pubblicazione della traduzione del poema di A. Pop «L’esperienza dell’uomo», Lomonosov rispose con la satira «Inno alla barba», affermando che la conoscenza della natura puo’ soltanto rafforzare la fede e l’ammirazione del Creatore.
Aspetto cronologico
Anche se la quantita’ di poesie dedicate al Creatore nella poesia russa non e’ paragonabile a quella dei soggetti evangelici, esse tuttavia occupano in modo continuativo tutto il periodo che va dal XVIII al XX secolo, Vorrei ricordare soltanto alcuni poeti:
M. Lomonosov (1711—1765)
G. Derzhavin (1743—1816)
F. Kljuciarjov (1751—1822)
F. Glinka (1786—1880)
V. Kjuchelbecher (1797—1846)
A. Chomjakov (1804—1860)
A. Polezhaev (1804—1838)
A. Koltsov (1809—1842)
M. Lermontov (1814—1841)
A. Fet (1820—1892)
A. Majkov (1821—1879)
D. Merezhkovskij (1866—1941)
A. Blok (1880—1921)
S. Esenin (1895—1925)
L’immagine del Creatore
In genere nella rappresentazione di Dio Creatore i poeti si attenevano alle concezioni convenzionali. Per esempio, G.Derzhavin e F. Kljuciarjov parlano di Lui come di un essere infinito, eterno, onnipresente, onnipotente, Soltanto A. Koltsov propone questo passaggio filosofico:
«Il Padre della luce e’ l’eternita’;
il Figlio dell’eternita’ e’ la forza;
lo Spirito della forza e’ la vita».
Dal punto di vista della teologia questo brano e’ un po’ confuso, per non dire oltre, soprattutto ricordando la formula del «Simbolo della fede», «Luce da luce». Ma la poesia e’ il frutto piu’ della percezione emozionale-sentimentale del mondo, della percezione dell’animo, piu’ che della logica e dello spirito. Questo e’ tanto piu’ vero per la Russia, dove la teologia fino al XIX secolo era un affare esclusivamente clericale e la linea di demarcazione tra l’arte ecclesiastica e quella laica era assai netta.
Conosciamo il Creatore?
Molti poeti hanno preso in considerazione la questione della conoscibilita’ del Creatore. E se G.Derzhavin («Nessuno lo ha potuto raggiungere»), F. Kljuciarjov, A. Koltsov e V. Kjuchelbecher («Egli e’ mistero per gli occhi dell’anima») ritenevano che Egli fosse assolutamente inconoscibile, K.Batjushkov rispondeva invece cosi’:
«Voglio raggiungerTi, lo voglio e non ti raggiungo.
Voglio non sapere di Te, voglio e Ti trovo».
Questo frammento e’ pure assai ambiguo. Dio si rivela all’uomo per volonta’ propria, ma non si impone, lasciando la liberta’ di accettarLo o rifiutarLo. Anche se forse qui gioca un suo ruolo la complessita’ stilistica della costruzione, propria del periodo iniziale della poesia russa d’autore: «voglio non sapere» e’ un decisione nettamente positiva (dal punto di vista della volonta’); «non voglio sapere» significa soltanto l’assenza di desiderio, l’incertezza della decisione, e in questa situazione la scoperta di Dio e’ assai probabile.
E« necessario conoscerLo?
Tuttavia esiste anche un altro aspetto della questione: e’ necessario per l’uomo in generale la conoscenza di Dio? V. Kjuchelbecher scrive:
«Anche se l’intelligenza non raggiunge Dio
A che le serve? Io Lo vedo:
La’ in mezzo alla distesa di stelle
Qui nel profondo del mio cuore».
A.Majkov spiega cosi’ il fatto che l’uomo non abbia bisogno di conoscere Dio: Egli «sa tutto, conosce tutti i misteri e sa che per te [per l’uomo] e’ ancora presto per conoscerli». Eppure il famoso poeta M. Lermontov obietta:
«Quando nella sottomissione dell’ignoranza
Il Creatore ci condanno’ a vivere
I desideri inestinguibili
Egli pose nell’animo nostro».
Il Creatore e le catastrofi
E« assai interessante che nella stragrande maggioranza dei poeti russi il Creatore si associ anzitutto alla natura ostile, ai fenomeni naturali piu’ terribili e incontrollabili: il tuono, i turbini, la pluralita’ dei soli (F. Kljuciarjov, A. Koltsov), le nuvole, le montagne, i mari (K.Batjushkov), l’universo (A.Chomjakov, V. Kjuchelbecher). Ma questo e’ comprensibile. Tuttavia D.Merezhkovskij e F.Glinka trovano Dio non nelle tempeste o nel fuoco, bensi’ nel silenzio, e questa e’ gia’ un’illuminazione.
Il noto poeta A. Fet, pur collegando l’idea del Creatore con la natura ostile, vede in essa una certa animazione:
«pregano le stelle, brillano e redeiut,
prega la luna, nuotando nel blu».
Dio e la natura viva
Le piante in rapporto a Dio sono ricordate soltanto da M. Lomonosov e A. Blok, ma in forma generica: «i campi, il bosco, i fiori». Per quanto riguarda gli animali, soltanto G.Derzhavin scrive della «catena di esseri», e Esenin, famoso poeta della campagna russa, scrive dei cavalli. Con tutta probabilita’ le piante e gli animali appaiono troppo vicini e comprensibili per essere «divini».
Il Creatore e l’uomo
Ancora una questione agita i poeti russi: il posto dell’uomo davanti a Dio e il posto di Dio nella vita dell’uomo. Sia V. Kjuchelbecher che D.Merezhkovskij vedono il posto del Creatore nelle profondita’ dell’anima umana. A. Fet scrive che il Creatore e’ inattingibile non per la creazione del mondo, ma per il fatto che il Suo fuoco brucia nell’uomo impotente ed effimero. F.Glinka e’ grato a Dio per il fatto che
«a me, abbandonato nel deserto
hai dato le ali per volare».
Il quadro piu’ esplicito e’ quello rappresentato da G.Derzhavin:
«Io davanti a Te sono nulla.
Nulla! Ma Tu splendi in me
Con la grandezza dei Tuoi beni…
Messo li’, mi passa accanto, nella pietosa
meta’ della natura io sono quello
dove Tu hai terminato le tue creature corporee,
dove hai cominciato gli spiriti celesti
e la catena degli esseri hai legato tutta a me».
G.Derzhavin definisce l’uomo come «il legame dei mondi». Questa stessa idea viene espressa in modo completamente diverso da S.Esenin: «L’anima si rattrista dei cieli…»
Degli ateisti
Il bilancio di questa rapidissima e superficile sintesi puo’ essere tirato con l’aiuto della poesia «L’ateo» di Polezhaev. Il poeta chiama ateo l’uomo «senz’anima, intelligenza ne’ vista». Poiche’ Dio si rivela allo sguardo nei fenomeni della natura, che e’ impossibile non notare; mentre l’anima e’ il luogo in cui Dio abita, e per non accorgersi di Lui bisogna essere disumani.
Il segreto di Antonio Franza
Il più grande segreto dell’arte e’ la sua origine, e non solo in senso generale, ma anche per quanto riguarda le singole opere. E se nella «grande» arte, o quella «elevata», si può parlare di radici, influssi, scuole ecc., quando guardiamo all’arte decorativa artigianale finiamo proprio in un vicolo cieco.
A Bovino c’è una certa quantità di opere d’arte di vario genere, compresa l’arte figurativa. Ciò che più di tutto attira l’attenzione, in una città ricca di storia e personaggi descritti in molte opere letterarie, sono le imposte delle finestre e dei balconi, molto varie e raramente uguali tra loro, che rappresentano una nota ricchezza stilistica: si trovano cavallucci marini, due romani ben nutriti che navigano in barca, dei monogrammi, ornamenti geometrici e vegetali. Oltre al fatto che tra essi ci sono alcuni esemplari di grande eleganza, sarebbe difficile attendersi da questo tipo di arte pratica e decorativa un significato particolarmente profondo o filosofico, tantomeno intuizioni religiose.
In questo contesto appare assolutamente imprevedibile l’opera di Antonio Franza (1925—2009), anche se egli stesso lavorava il metallo. Egli proviene da una delle più antiche famiglie della città: nei libri parrocchiali del XVI secolo troviamo già un «mastro Franza». Nato e cresciuto a Bovino, un uomo semplice dal carattere difficile, anche se leggeva molto era tuttavia di formazione assai approssimativa, credente, ma ben lontano dalle dispute teologiche, egli ha lasciato un’eredità sorprendente.
La maggior parte dei suoi lavori sono piuttosto tradizionali: si tratta di lampadari, portalampada, oggetti di mobilio, pannelli e altri. Molti di essi sono raffinati e perfino sorprendenti, soprattutto per quanto riguarda quelle opere nelle quali il metallo si associa a dei materiali naturali, frutti, noci, semi. Ci sono anche piccole sculture, per esempio un cavaliere con un personaggio a piedi accanto a lui.
Due opere di Antonio Franza si distinguono nettamente dalle altre.
La prima di esse e’ un piccolo crocifisso da tavolo, donato dal maestro al parroco don Stefano Caprio.
Come e’ noto, i crocifissi si dividono in due gruppi. Del primo, più numeroso, fanno parte i crocifissi che rappresentano la sofferenza di Cristo in croce, con la fascia sui fianchime la corona di spine sulla testa, appeso alla croce con espressione di sofferenza sul volto. Il secondo gruppo e’ assai meno diffuso: sono i cosiddetti crocifissi in tunica o del Santo Volto. Anche se questi crocifissi sono conosciuti dai tempi antichi, ne esistono molto pochi. Praticamente si può parlare di un affresco sinatico, e di un crocifisso di legno a Lucca con alcune imitazioni. Si tratta per lo più di XII secolo. La caratteristica principale e’ che Cristo veste la tunica, senza la corona di spine, non pende dalla croce, ma in un certo senso vi si appoggia e allarga le braccia, preparandosi all’Ascensione. L’interpretazione di questa immagine e’ piuttosto complessa, in verità ce ne sono due: secondo la prima, abbiamo qui la sovrapposizione di diverse tappe cronologiche, quella di Gesù prima della crocifissione in tunica e senza corona (la tunica, come noto, fu presa in seguito dai soldati — Gv 19,23), di Gesù crocifisso e della sua Ascensione. Nella seconda interpretazione, si tratta dell’immagine non di Cristo, ma dello spirito da lui emesso in croce (Mt 27,50, Mc 15,39).
Come abbiamo già detto, e’ un tipo di crocifissione molto raro. A Bovino e’ conosciuto solo in un medaglione ritrovato nella cripta della Cattedrale, dopo la morte di Antonio Franza.
Il crocifisso della chiesa di s. Maria di Costantinopoli, oggi conservato nella Cattedrale, appartiene al primo gruppo (la sua importanza si comprenderà in seguito). E tuttavia il crocifisso da tavolo di Antonio Franza e’ il Santo Volto che non pende dalla croce, ma si appoggia con i piedi sulla traversa e apre le braccia, preparandosi all’Ascensione. La raffigurazione pende verso la seconda interpretazione per due elementi: la croce stessa e’ «senza corpo», e’ messa solo di profilo e ad essa e’ chiaramente impossibile inchiodare alcunché, e Cristo e’ privo di barba, il che non corrisponde all’iconografia, mentre da nessuna parte si parla della barba dello spirito. La corona di spine e’ in qualche modo indicata, ma si tratta più facilmente di un’aureola, le ipotetiche spine infatti sembrano decisamente troppo lunghe. Da dove può essere sorta questa immagine per il maestro di Bovino?
La seconda opera di Antonio Franza, di ben più grandi dimensioni, e’ un’edicola dedicata a Maria di Costantinopoli, collocata all’ingresso di Bovino. Qui sorgeva prima la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, presso la quale Antonio si riposava da ragazzo, ritornando a meta’ giornata a casa per la via montuosa. La chiesa fu in seguito distrutta, e Franza creo’ la sua edicola.
Essa rappresenta un trittico, o piuttosto un’icona composita con la Vergine Maria al centro, il crocifisso alla sua destra e Cristo Re alla sinistra. Già la stessa composizione e’ piuttosto significativa: Maria si trova in mezzo alla crocifissione, cioè la fine della prima manifestazione, e Cristo Re, vale a dire l’inizio della sua seconda venuta. E» curioso che così avvenga veramente: dopo l’Ascensione di Cristo, con gli uomini comunica soprattutto la sua Madre, del che attestano le numerose apparizioni mariane a fronte delle quasi assenti apparizioni di Cristo. E anche questa e’ una costruzione perfettamente giustificata teologicamente.
Peraltro, ogni singolo elemento del trittico porta in se’ un significato spirituale. Cominciamo da Cristo Re. Egli e’ raffigurato in abito regale, con una lunga tunica ornata di fiori. Sul petto e’ raffigurato il cuore con la croce. E» curioso che Cristo Re non regga in mano alcun simbolo del potere regale, ne’ lo scettro, ne’ il globo, ne’ il Vangelo. Il volto di Gesù e’ molto differente da quello del Buon Pastore: e’ il Cristo venuto a giudicare i vivi e i morti. Questo volto e’ assai più vicino ai volti severi delle icone, rispetto alla tradizione occidentale. Noi non sappiamo nulla sulla devozione o semplicemente la diffusione delle icone a Bovino, e tuttavia nella regione in generale tale devozione e’ testimoniata, anche s e non nella variante di Cristo Re. Notiamo anche la presenza della barba, a differenza del crocifisso da tavolo. La testa di Cristo Re e’ coronata da una specie di copricapo, a prima vista simile a quello di un capo indiano. Quindi appare chiaro che non si tratta di una corona, ma di fulmini provenienti da un punto centrale. Nella Bibbia fulmini si ricordano molte volte, in particolare essi accompagnano la manifestazione di adio nel libro dell’Esodo (19,16—20,18). Più interessante la presenza dei fulmini nell’Apocalisse di s. Giovanni: «Dal trono uscivano fulmini e tuoni e suoni» (4,5), «E l’Angelo prese l’incensiere e lo riempi’ di fuoco dall’altare e lo getto’ sulla terra; e ne derivarono voci e tuoni, e fulmini e terremoti» (8,5), «E si apri’ il tempio di Dio in cielo, e apparve l’arca dell’alleanza nel Suo tempio: e provennero suoni e fulmini…» (11,19). Proprio così deve apparire Cristo Re, venuto a giudicare i vivi e i morti, nella rappresentazione di Antonio Franza.
La crocifissione alla destra della Vergine Maria nell’insieme si distingue dal crocifisso da tavolo di Antonio Franza: Cristo con la corona di spine in testa e’ appeso alla croce, anche se la corona di spine appare più un diadema. Cristo ha la barba. Non vi e’ traccia della tunica, ma al posto della fascia sui fianchi noi vediamo una cintura con lunghe frange. Accanto a lui stanno due donne in abiti fino alle ginocchia e i capelli raccolti in trecce. E sotto la croce due figure inattese: un pellegrino e un cavaliere. Il cavaliere si china in ginocchio sia alla croce che al pellegrino, che sta in piedi.
Va detto che anche questa iconografia non e’ particolarmente diffusa ed e’ di regola legata a concreti soggetti storici o leggendari. Non vi sono al riguardo particolari leggende cittadine, ne’ vi sono testimonianze della loro esistenza in precedenza.
La storia di Bovino fino ad oggi conosce poco di cavalieri e pellegrini. Si incontrano testimonianze in alcuni libri storici circa l’esistenza in città di una casa per l’accoglienza d pellegrini, che si recavano al santuario di S. Michele arcangelo sul Gargano, ma solo di recente si e’ cominciato a parlare della presenza qui dei cavalieri dell’ordine di Calatrava, dopo la creazione dell’edicola stessa. Di nuovo ci imbattiamo con una visione non condizionata da immagini evidenti della realtà nella quale visse e lavoro’ Antonio Franza.
La figura centrale del trittico e’ Santa Maria di Costantinopoli. Nell’Italia meridionale il culto di Santa Maria di Costantinopoli era molto diffuso, ma e’ interessante notare che in molti casi esso era completamente staccato dalla famosa icona. E» curioso, poiché, come appare evidente, la definizione di «Costantinopolitana» si riferisce proprio alla raffigurazione e non al personaggio.
La devozione a Maria di Costantinopoli e’ passata attraverso tre tappe, e ad ogni tappa corrisponde un particolare tipo di raffigurazione.
Si ritiene che l’evangelista Luca abbia raffigurato la Madonna a figura intera su una parete a Lidda. Quindi San Germano ordino’ di riportare la figura sopra una tavola, che porto’ a Costantinopoli, dove fu eletto patriarca. Nel periodo dell’iconoclasmo, l’immagine fu ridotta, e la sua copia in questa forma raggiunse l’Italia meridionale. A questa tappa sull’icona sono rappresentati la Madonna col Bambino. L’icona era venerata in molte città della Puglia (Bari, Acquaviva delle Fonti), Abruzzo e Molise (Ortona и Portocannone), Campania (Ischia, Terranova и Felitto).
Бесплатный фрагмент закончился.
Купите книгу, чтобы продолжить чтение.